Vendita di autovettura affetta da vizio di conformità: i rimedi per il compratore

In tema di vendita di beni di consumo affetti da vizio di conformità, ove la sostituzione o riparazione del bene non siano state impossibili né siano eccessivamente onerose, il consumatore, scaduto il termine congruo per la sostituzione o riparazione, senza che il venditore vi abbia provveduto, ovvero se le stesse abbiano arrecato un notevole inconveniente, può agire per la riduzione del prezzo o per la risoluzione del contratto, pur in presenza di un difetto di lieve entità.

 

E’ quanto ha stabilito la Corte di cassazione, Sezione VI Civile, con l’ordinanza del 14 ottobre 2020, n. 22146, mediante la quale ha rigettato il ricorso della Società Costruttrice e confermato la decisione della Corte d’appello di Cagliari.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che Mevio Ulpiano avendo acquistato l’autovettura nel 2002 dalla Auto Decima S.r.I., notava che sin dai primi mesi successivi all’acquisto, si verificava la fuoriuscita di fumo nero dal veicolo, che provocava la perdita di potenza del motore, fino all’arresto, costringendolo a sollecitare il soccorso stradale per recarsi in officina ed usufruire di una vettura di cortesia.

Nonostante diverse riparazioni (circa cinque alla data del dicembre 2003) il veicolo continuava a presentare tale difetto, ragion per cui Mevio Ulpiano chiedeva al venditore la sostituzione dell’auto con altra nuova, negata dalla Società Costruttrice in quanto la stessa contestava il proprio inadempimento, assumendo che la concessionaria aveva risolto i problemi legati al difetto lamentato.

Nel 2004, ripetendosi nuovamente l’inconveniente descritto, Mevio Ulpiano decideva di agire in giudizio citando la Auto Decima S.r.l. davanti al Tribunale di Cagliari, volta a sentire accertata la responsabilità della convenuta ai sensi dell’art. 1519 quater c.c., per difetto di conformità del bene venduto (Renault Vel Satis) preesistente alla consegna, e per l’effetto condannarla, in via principale, alla sostituzione con altra autovettura nuova ovvero di tipo diverso e di valore equivalente e, in via subordinata, alla risoluzione del contratto di compravendita del 7 ottobre 2002 con la conseguente restituzione del prezzo versato.

Il Tribunale di Cagliari, con la sentenza n. 1767/2010 accoglieva la domanda e, data l’impossibilità di sostituire il bene, in quanto fuori commercio, dichiarava risolto il contratto di compravendita e condannava il rivenditore alla restituzione del prezzo.

Infine, in accoglimento delle domande di manleva formulate dalla Decima Auto dichiarava la Società Costruttrice S.p.a. tenuta a manlevare la convenuta.

La Società Costruttrice interponeva appello sul presupposto di una duplice violazione dell’art. 1519 quater, c.c., sia con riferimento al comma 9, posto che Mevio Ulpiano, avendo accettato il rimedio della riparazione dell’auto ed essendo i vari rimedi tra loro alternativi, aveva sostanzialmente rinunciato ad avvalersi degli ulteriori rimedi previsti dalla norma, sia con riferimento al comma 8, nei termini in cui il Tribunale, nel condannare il venditore alla restituzione del prezzo, non aveva tenuto conto dell’uso che del bene era stato fatto.

Esaurita la trattazione della causa, la Sezione distaccata di Sassari della Corte d’appello di Cagliari, con la sentenza n. 114 del 2018, respingeva l’appello della Società Costruttrice S.p.a. e confermava integralmente la sentenza del giudice di primo grado.

Osservava la Corte d’appello che dagli atti di causa emergeva, infatti, che a più di un anno e mezzo di distanza dall’acquisto il problema perdurava, ragion per cui non era imputabile alcun addebito all’attore, il quale ritenendo di non poter più confidare nelle soluzioni prospettate dal venditore, aveva fondatamente agito in giudizio; d’altra parte prima di esercitare la propria azione, aveva richiesto la sostituzione del bene, ma questa era stata negata dalla Società Costruttrice S.p.a.

Per la cassazione della sentenza d’appello la Società Costruttrice ha proposto ricorso affidandosi a due motivi.

I motivi di ricorso

Con il primo motivo la società ricorrente ha denunziato la “violazione e falsa applicazione dell’artt. 1519 quater cod. civ. comma 5 e comma 9 lettera a) in relazione all’art. 360, co. 1, n. 3, c.p.c., per non avere ritenuto l’accettazione da parte del consumatore del rimedio alternativo proposto dal professionista per l’eliminazione del difetto di conformità del bene di consumo, estintivo del diritto del consumatore di esigere altri rimedi, oltre quello ricevuto”.

A dire della ricorrente la norma, che stabilisce i rimedi distinguendoli in primari e secondari, limita la pretesa del consumatore nel senso che quando il consumatore accetta il rimedio offerto dal professionista esaurisce i rimedi a propria disposizione senza possibilità di avvalersi anche degli altri.

L’Ulpiano pertanto, tenendo una condotta contraria al principio di buona fede, avrebbe chiesto la risoluzione dopo aver accettato la riparazione offerta dal professionista, solo perché questa era stata eseguita oltre il termine congruo.

Con il secondo motivo la ricorrente ha dedotto la “violazione e falsa applicazione dell’artt. 1519 quater cod. civ. comma 8 in relazione all’art. 360, co. 1, n. 3, c.p.c., per non avere tenuto conto, nella determinazione dell’importo da restituire a seguito della risoluzione del contratto, dell’uso che è stato fatto del bene di consumo”.

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 22146 del 2020, ha ritenuto i motivi non fondati e ha rigettato il ricorso.

La motivazione

In riferimento alla prima doglianza, il Collegio ha precisato che nella disciplina consumeristica il legislatore, nell’ottica di dare risalto al principio di conservazione del contratto, ha optato per una gerarchia dei rimedi a tutela del consumatore, distinguendo rimedi primari e rimedi secondari, e imponendo al consumatore di attenersi a tale gerarchizzazione, ma lasciandolo libero di scegliere il rimedio per lui più conveniente, una volta rispettato l’ordine dei rimedi in via progressiva.

Come emerge innanzitutto dal dato normativo, e come pacificamente si afferma in dottrina, nel caso di non conformità del bene al contratto, il consumatore è tenuto a chiedere in un primo momento la sostituzione ovvero la riparazione del bene, e solo qualora ciò non sia possibile, ovvero sia manifestamente oneroso, è legittimato ad avvalersi dei cd. rimedi secondari, che non sono altro che la riproposizione in materia consumeristica delle tradizionali azioni edilizie.

È proprio la previsione della subordinazione di una classe di rimedi ad un’altra che impedisce di ritenere che essi siano alternativi, in quanto l’unico onere imposto al consumatore è che egli debba avvalersi prima dei rimedi primari e, solo una volta che questi si rivelino inidonei a risolvere il problema, è dato ricorrere ai cd. rimedi secondari.

Il Collegio ha anche richiamato l’interpretazione estensiva della disciplina dell’art. 3, par. 3 della direttiva 1999/44, resa dal Consiglio di Stato con sentenza n. 5250/2015, secondo la quale “la riparazione e la sostituzione di un bene non conforme devono essere effettuate non solo senza spese, ma anche entro un lasso di tempo ragionevole e senza notevoli inconvenienti per il consumatore”.

Questo triplice requisito è l’espressione della manifesta volontà del legislatore dell’Unione di garantire al consumatore una tutela effettiva.

La Corte ha di recente affermato che (Corte di cassazione, n. 10453/2020) in tema di vendita di beni di consumo affetti da vizio di conformità, ove la sostituzione o riparazione del bene non siano state impossibili né siano eccessivamente onerose, il consumatore, scaduto il termine congruo per la sostituzione o riparazione, senza che il venditore vi abbia provveduto, ovvero se le stesse abbiano arrecato un notevole inconveniente, può agire per la riduzione del prezzo o per la risoluzione del contratto, pur in presenza di un difetto di lieve entità.

In tale ottica, ed avuto riguardo al caso in esame, occorre prendere atto della circostanza che dall’acquisto del veicolo alla domanda giudiziale erano trascorsi due anni nei quali la vettura era stata sottoposta a numerosi interventi di riparazione, sicché tenuto conto della natura e dello scopo per cui era stata acquistata l’auto, la Corte d’appello ha ritenuto, mediante un corretto ed esaustivo iter logico-argomentativo, e con apprezzamento in fatto, non sindacabile in questa sede, che tale situazione avesse superato “ogni limite di ragionevolezza” anche in relazione agli “intuibili disagi sopportati dall’acquirente”, il che conforta la valutazione di infondatezza del mezzo di gravame.

Il Collegio, quindi, ha affermato il seguente principio di diritto: «In tema di vendita di beni di consumo affetti da vizio di conformità, ove l’acquirente abbia inizialmente richiesto la riparazione del bene, non è preclusa la possibilità di agire per la risoluzione del contratto, ove sia scaduto il termine ritenuto congruo per la riparazione, senza che il venditore vi abbia tempestivamente provveduto, ovvero se la stessa abbia arrecato un notevole inconveniente».

Quanto al secondo motivo, il Collegio ha osservato che nel caso in esame, la conclusione sfavorevole alla ricorrente è stata supportata dalla sentenza impugnata con un puntuale riferimento alla concreta situazione di fatto, nella quale il malfunzionamento dell’autovettura si era manifestato con un’intensità ed una frequenza tali da richiedere reiteratamente il soccorso stradale e, quindi, da non permettere di arrivare autonomamente in officina.

Alla luce della situazione di fatto, come emersa dall’istruttoria è stato pertanto reputato che, in assenza di adesione alla richiesta di sostituzione, fosse risultato impossibile per Mevio Ulpiano un uso regolare del veicolo, in quanto “disturbato” dai continui malfunzionamenti.

Tale accertamento fattuale impedisce di ritenere che sia stato fatto un uso “proprio” del bene, alla luce di quanto affermava l’art. 1519 ter, oggi trasposto nell’art. 129, comma 2, uso che legittimerebbe il versamento di un’indennità compensativa.

Vai alla decisione

Ecco il link a: Corte di cassazione, Sezione VI Civile, ordinanza del 14 ottobre 2020, n. 22146

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

    Arricchisci l'argomento con un tuo commento!

    Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

    error: Il contenuto è protetto!