Testamento: irreperibilità equiparata alla distruzione. Rimedi

La irreperibilità del testamento, di cui si provi l’esistenza in un certo tempo mediante la produzione di una copia, è equiparabile alla distruzione, per cui incombe su chi vi ha interesse l’onere di provare che esso “fu distrutto lacerato o cancellato da persona diversa dal testatore” oppure che costui “non ebbe intenzione di revocarlo.

 

B) La prova contraria può essere data, anche per presunzioni, non solo attraverso la prova della esistenza del testamento al momento della morte (ciò che darebbe la certezza che il testamento non è stato revocato dal testatore), ma anche provando che il testamento, seppure scomparso prima della morte del testatore, sia stato distrutto da un terzo o sia andato perduto fortuitamente o comunque senza alcun concorso della volontà del testatore stesso.

C) È ammessa anche la prova che la distruzione dell’olografo da parte del testatore non era accompagnata dalla intenzione di togliere efficacia alle disposizioni ivi contenute.

D) In presenza di una copia informale dell’olografo il mancato disconoscimento della conformità all’originale diventa rilevante solo una volta che sia stata superata la presunzione di revoca.

E) Ferma la prioritaria esigenza che sia stata data la prova contraria alla presunzione di revoca, sono applicabili al testamento le norme degli artt. 2724 n. 3, e 2725 c.c. sui contratti. È quindi ammessa ogni prova, compresa quella testimoniale e per presunzioni, sull’esistenza del testamento, purché beninteso la scomparsa non sia dovuta a chi chiede la ricostruzione del testamento.

I principi di diritto sono stati pronunciati dalla Corte di cassazione, Sezione II Civile, con l’ordinanza del 14 ottobre 2020, n. 22191, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato la decisione della Corte d’appello di Cagliari.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che il Tribunale di Cagliari accoglieva la domanda proposta da Gaia Vitruvio contro gli eredi legittimi di Publio Giovenale (il coniuge Cassia Catone e il figlio Publio Antioco), riconoscendo che il de cuius, deceduto nel 2004, aveva disposto in favore di essa attrice, già legata sentimentalmente a Giovenale dal 1986, con disposizioni contenute in un testamento olografo, del quale l’attrice aveva rinvenuto solamente una copia.

La copia del testamento, debitamente pubblicata con verbale notarile, in parte, riproduceva in fotocopia le disposizioni testamentarie olografe con le relative data (14 settembre 2002) e sottoscrizione.

Per altra parte, conteneva frasi olografe, siglate e sottoscritte (“la presente fotocopia firmata in originale è copia dell’originale nella disponibilità di Gaia Vitruvio” […] “destinataria Cassia Catone”), oltre a un codicillo, preceduto dalla data 20 dicembre 2002, con cui il testatore revocava una delle disposizioni testamentarie.

Il Tribunale ha riconosciuto che:

a) il documento pubblicato dal notaio, in considerazione delle sue caratteristiche, fosse assimilabile all’originale;

b) l’esistenza di un doppio originale, con la distruzione di uno solo di essi, poneva la fattispecie fuori dall’ambito di operatività dell’art. 684 c.c. e non consentiva di applicare la relativa presunzione (Corte di cassazione, n. 27395/2009);

c) la scomparsa del testamento olografo non consente di presumerne la distruzione e quindi la revoca;

d) in ogni caso, nella specie, la presunzione di revoca era stata superata, grazie alla prova della persistenza della volontà del testatore nei termini che risultavano dalla copia, utilizzabile ai fini della ricostruzione del testamento in quanto non disconosciuta.

Impugnata la sentenza da Cassia Catone, la Corte d’appello di Cagliari, con la sentenza n. 556 del 2016, rigettava la domanda.

La Corte d’appello riconosceva che la irreperibilità del documento originale rendeva operante la presunzione di revoca stabilita dall’art. 684 c.p.c., presunzione che, nella specie, non era stata superata.

La Corte d’appello, in particolare, ha riformato la decisione sulla base dei seguenti rilievi:

a) la fotocopia del testamento, tale riconosciuta dal medesimo testatore, non è equiparabile all’originale;

b) secondo la giurisprudenza di legittimità il mancato reperimento del testamento giustifica la presunzione che il de cuius lo abbia revocato, distruggendolo;

c) il mancato disconoscimento della conformità della copia potrebbe consentire la sua utilizzazione, ai fini della prova della esistenza del testamento e del suo

Per la cassazione della sentenza d’appello gli eredi di Gaia Vitruvio, nel frattempo deceduto, hanno proposto ricorso, affidato a tre motivi.

I motivi di ricorso

Per quanto è qui di interesse, i ricorrenti con il primo motivo hanno lamentato violazione e/o falsa applicazione dell’art. 684 c.c. anche in relazione agli artt. 2712, 2719, 2727 c.c., e censurato la decisione della Corte d’appello di Cagliari che ha ritenuto che al testamento in questione pubblicato per i rogiti del notaio dottor Sempronio il 30 luglio 2004, rappresentato da un foglio contenente parte delle disposizioni testamentarie olografe riprodotte in fotocopia e parte in olografo originale, stante il mancato rinvenimento del documento contenente la parte originale dei prodotti in fotocopia dovesse applicarsi la presunzione di revoca ex art. 684.

Con il secondo motivo, i ricorrenti hanno dedotto la violazione di legge e/o falsa interpretazione delle norme che regolano la utilizzabilità e la validità di una riproduzione fotostatica di una scrittura privata diventata irreperibile anche in relazione all’art. 684 c.c. e all’art. 12 delle preleggi, perché la sentenza impugnata ha ritenuto che l’unica possibilità di utilizzare il documento, rappresentato dal testamento olografo pubblicato il 30 luglio 2004 per i rogiti del notaio dottor Sempronio, fosse subordinata alla prova dell’esistenza della scheda, riprodotta fotostaticamente nell’anzidetto testamento, al momento del decesso del testatore.

In sostanza, i motivi di ricorso sono intesi a sostenere che la presunzione di revoca non opera in presenza del testamento scomparso.

Si sostiene essere necessario, perché scattino le presunzioni dell’art. 684 c.c., che chi afferma la revoca provi il fatto che il testamento sia andato distrutto, sia stato cancellato o lacerato dal testatore.

Qualora tale prova non sia fornita, chi afferma la esistenza del testamento è libero di provare, con ogni mezzo, la sua esistenza e il suo contenuto.

Tale prova nella specie derivava dalla copia non disconosciuta dell’olografo, tenuto conto della particolarità dei modi di formazione del documento.

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 22191 del 220, ha ritenuto i motivi non fondati e ha rigettato il ricorso.

La motivazione

Sul tema il Collegio ha preliminarmente precisato che è pacifico che l’art. 684 c.c. pone due presunzioni: l’una si riferisce all’imputabilità della distruzione al testatore, l’altra alla concomitanza, in questa distruzione, che si presume imputabile al testatore, dell’intenzione di revocare.

La giurisprudenza sembra orientata nello stesso senso della dottrina prevalente: la volontà di distruggere non implica necessariamente volontà di revoca, ammettendosi pertanto la prova che la distruzione del testamento olografo ad opera del testatore non era accompagnata dalla intenzione di revocare le disposizioni testamentarie ivi contenute (in questo senso, oltre a Corte di cassazione, n. 12090 /1995; Corte di cassazione, n. 918/2010).

Secondo la giurisprudenza della Suprema Corte (Corte di cassazione, n. 3286/1975) il mancato reperimento del testamento olografo giustifica la presunzione che il testatore l’abbia distrutto: «Il fatto che una scheda testamentaria, di cui si affermi o si provi, l’esistenza in un periodo precedente alla morte del de cuius, sia divenuta irreperibile pone in essere una presunzione di revoca, nel senso che possa essere stato lo stesso testatore a distruggerla a fini di revoca.

Proprio per vincere tale presunzione, occorre che colui che mira a ricostruire mediante prove testimoniali, ai sensi degli artt. 2724, n. 3, 2725 c.c., il testamento che asserisce smarrito distrutto (non ad opera dello stesso testatore) fornisca la prova della esistenza del testamento stesso al momento dell’apertura della successione.

Solo in tal modo si può infatti raggiungere l’assoluta certezza del fatto che non sia stato lo stesso de cuius a distruggere la scheda e così a revocare il testamento».

Ai fini di tale prova può ricorrersi, secondo la Suprema Corte, anche alle presunzioni semplici (conf. Corte di cassazione, n. 17237/2011).

Nello stesso tempo la giurisprudenza di legittimità chiarisce che:

a) l’ammissibilità della prova per testimoni, diretta alla ricostruzione dell’olografo, deve coordinarsi con il disposto degli artt. 2724, n. 3, 2725 c.c: la prova è da considerare inammissibile in caso di dolo o colpa dell’erede che possedeva la scheda (Corte di cassazione, n. 952/1967; Corte di cassazione, n. 918/2010);

b) la ammissibilità della prova che la scomparsa del testamento non sia dovuta a chi chiede la ricostruzione «presuppone in ogni caso il positivo esperimento della prova contraria alla presunzione di avvenuta revoca della disposizione testamentaria» (Corte di cassazione, n. 918/1910);

c) laddove esista copia informe dal testamento, l’eventuale mancanza di un espresso disconoscimento della conformità all’originale della prodotta fotocopia, di per sé, è irrilevante ai fini del superamento della presunzione di revoca;

d) infatti, il mancato disconoscimento potrebbe venire in considerazione solo dopo che sia stata superata la presunzione di revoca, «essendo evidente che detta conformità non sarebbe valsa ad escludere la possibilità che il testamento dopo essere fotocopiato fosse stato revocato mediante distruzione dallo stesso testatore» (Corte di cassazione, n. 12098/1995; conf. Corte di cassazione, n. 3636/2004).

L’esame della giurisprudenza della Corte consente di riconoscere che, nel caso di irreperibilità del testamento di cui si provi l’esistenza in un momento precedente alla morte del de cuius, la prova contraria alla presunzione di revoca non passa esclusivamente attraverso la prova che il testamento ancora esisteva al tempo della morte del testatore.

È chiaro che, una prova siffatta, laddove fornita, consentirebbe di raggiungere la certezza assoluta del fatto che non sia stato lo stesso testatore a distruggere la scheda, come riconosce Corte di cassazione, n. 3286 del 1975.

Da ciò, però, non si può trarre argomento per negare che, a vincere la presunzione di revoca, non possa servire anche la prova che «la irreperibilità della scheda non può farsi risalire in alcun modo al testatore», secondo la precisazione di Corte di cassazione, n.12098 del 1995.

L’esame della giurisprudenza della Corte consente di enucleare i seguenti principi di diritto:

A) La irreperibilità del testamento, di cui si provi l’esistenza in un certo tempo mediante la produzione di una copia, è equiparabile alla distruzione, per cui incombe su chi vi ha interesse l’onere di provare che esso “fu distrutto lacerato o cancellato da persona diversa dal testatore” oppure che costui “non ebbe intenzione di revocarlo.

A tale orientamento, pur nella consapevolezza di autorevoli opinioni diverse (riecheggiate dal ricorrente), in base alle quali non esiste una presunzione nel senso che il testamento, di cui consti la confezione, ma che attualmente non si può ritrovare, sia distrutto, il Collegio ha inteso dare continuità.

B) La prova contraria può essere data, anche per presunzioni, non solo attraverso la prova della esistenza del testamento al momento della morte (ciò che darebbe la certezza che il testamento non è stato revocato dal testatore), ma anche provando che il testamento, seppure scomparso prima della morte del testatore, sia stato distrutto da un terzo o sia andato perduto fortuitamente o comunque senza alcun concorso della volontà del testatore stesso.

C) È ammessa anche la prova che la distruzione dell’olografo da parte del testatore non era accompagnata dalla intenzione di togliere efficacia alle disposizioni ivi contenute.

D) In presenza di una copia informale dell’olografo il mancato disconoscimento della conformità all’originale diventa rilevante solo una volta che sia stata superata la presunzione di revoca.

E) Ferma la prioritaria esigenza che sia stata data la prova contraria alla presunzione di revoca, sono applicabili al testamento le norme degli artt. 2724 n. 3, e 2725 c.c. sui contratti. È quindi ammessa ogni prova, compresa quella testimoniale e per presunzioni, sull’esistenza del testamento, purché beninteso la scomparsa non sia dovuta a chi chiede la ricostruzione del testamento.

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Ecco il link a: Corte di cassazione, Sezione II Civile, ordinanza del 14 ottobre 2020, n. 22191

 

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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