Stop al mantenimento del figlio: il maggiorenne deve tentare di rendersi autonomo economicamente

Legittima la decisione del giudice del merito che ha escluso l’obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne. Dopo aver concluso il percorso formativo (scuola secondaria, facoltà universitaria, corso di formazione professionale), il maggiorenne deve tentare di rendersi autonomo economicamente. Occorre impegnarsi razionalmente e attivamente per trovare un’occupazione, scandagliando il mercato del lavoro.

 

Il principio è stato pronunciato dalla Corte di Cassazione, Sezione I Civile con l’ordinanza del 14 agosto 2020, n. 17183, la quale ha specificato i limiti entro cui il figlio maggiorenne “convivente” può ottenere il mantenimento.

Il principio di auto responsabilità, pienamente operativo per un soggetto maggiorenne, implica che questi possa anche esser tenuto a ridimensionare le proprie ambizioni, in un contesto in cui non si può sperare in un prolungamento del mantenimento da parte dei genitori sine die.

La vicenda

Viene proposto ricorso avverso la sentenza della Corte di Appello di Firenze del 29 marzo 2018, la quale ha riformato la sentenza del Tribunale di Grosseto, che riduce l’assegno di mantenimento in favore della ricorrente da 300 a 200 euro, revoca il medesimo assegno dal dicembre 2015, insieme con l’assegnazione della casa familiare.

I motivi di ricorso

I motivi di ricorso consistono nella violazione o falsa applicazione degli artt. 2697 c civ e 115 c.p.c., in quanto l’impugnata sentenza afferma che la figlia abbia conseguito redditi significativi, sulla base dei documenti in atti, in quanto il decreto del Tribunale di primo grado fa riferimento alla somma di euro 20.973,22, ma in realtà il ricorrente, secondo le sue asserzioni, docente non abilitato inserito in terza fascia, non ha disposto di questa somma.

Ulteriore motivo di ricorso è la violazione o falsa applicazione degli artt. 147, 148, 315 bis, 326 bis, 337 sexies, c.civ., per il fatto che la Corte di Appello non ha tenuto conto della scelta del figlio di dedicarsi all’insegnamento e attualmente non ha una capacità reddituale tale da mantenersi, anche in rapporto alla presenza di giurisprudenza nomofilattica, che afferma che nella determinazione se permanga l’obbligo di mantenimento del maggiorenne, da parte dei genitori, occorre tener conto anche delle attitudini del medesimo (questo indirizzo, condiviso dallo scrivente, allo stato è fortemente ridimensionato)

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 17183 del 2020, ha rigettato il ricorso avverso la sentenza della Corte d’appello, condannando il ricorrente alle spese, per infondatezza e inammissibilità dei motivi.

La motivazione

Secondo la Cassazione, i motivi sono in parte inammissibili, in parte infondati, in quanto censurano un giudizio sul fatto, il quale va di là dai compiti della Cassazione, che è Giudice di legittimità, e si riferiscono alla censura di affermazioni del Giudice di primo grado, come il riferimento alla disponibilità di un reddito di oltre ventimila euro da parte del soggetto ricorrente.

Quanto all’infondatezza dei motivi, la sentenza impugnata sostiene, erroneamente, secondo parte ricorrente, che la medesima abbia percepito un reddito sufficiente, per mantenersi.

Il ricorrente è un insegnante precario, come tale incapace di sostentamento autonomo. Peraltro, come noto, bisogna distinguere fra obbligo di mantenersi e dovere dei congiunti di prestare gli alimenti, ossia lo stretto necessario per vivere dignitosamente (vestiario, alloggio, vitto), che resta fermo.

Secondo la Cassazione i motivi di ricorso sono infondati perché non è previsto un protrarsi a tempo indeterminato dell’obbligo di mantenimento e non rilevano le aspirazioni del ricorrente sul tipo di lavoro prescelto.

L’ordinamento positivo, dopo taluni sviluppi normativi, attribuisce al Giudice la scelta discrezionale se disporre l’erogazione di un assegno o meno al figlio maggiorenne non indipendente economicamente.

In particolare, l’attuale art. 337 septies cod. civ., attribuisce al Giudice la possibilità di disporre, nei confronti dei figli maggiorenni, non autonomi economicamente, l’erogazione di un assegno periodico, valutate le circostanze.

Tale attività discrezionale non va effettuata mediante valutazioni e adozione di criteri di portata ampia (secondo una parte della giurisprudenza) ma tenendo conto delle peculiarità del caso concreto (Corte di cassazione, 22 giugno 2016 n. 2952; Corte di cassazione, 6 aprile 1996 n. 4108), anche se forse l’adozione di un criterio “misto” che accorpi elementi oggettivi e soggettivi può essere maggiormente efficace in talune ipotesi.

Bisognerà tener conto del percorso universitario e post universitario del maggiorenne, dell’impegno profuso dal medesimo nella prosecuzione degli studi e delle caratteristiche del mercato del lavoro, per la suddetta valutazione, in rapporto alla erogazione dell’assegno di mantenimento (Corte di cassazione, 26 gennaio 2011, n. 1830).

Il problema si colloca al di fuori della crisi coniugale e, peraltro, si rileva in sede di commento, come vi sia una reinterpretazione della nozione giuridica di mantenimento, il quale presuppone che i genitori consentano al figlio di disporre del medesimo tenore di vita degli stessi.

Un paradigma attraverso cui esercitare la valutazione discrezionale sull’obbligo di mantenimento è l’età dei genitori, anche se occorre ad avviso dello scrivente tener conto dello sviluppo esistenziale della persona e non concludere apoditticamente che il protrarsi del mantenimento si sviluppi necessariamente nella creazione di una forma di parassitismo.

Ciò in alcuni casi potrà essere, in altri no, ad esempio se il figlio .dia al genitore un contributo afferente alla propria sfera esistenziale e di benessere.

Se il figlio è in grado di raggiungere una propria autonomia economica, ha rifiutato occasioni, ha un’età sufficientemente avanzata o si sia inserito in altro nucleo familiare, si spezza il nesso con il nucleo familiare originario (Corte di cassazione, 7 luglio 2004, n. 12477).

Il figlio si attiverà per cercare una forma di sostentamento, eventualmente continuando a cercare un’occupazione più adatta alle proprie inclinazioni, in un momento successivo; altrimenti perderà il diritto all’assegno di mantenimento

Vi è stata una evoluzione di concetti: infatti, in un primo tempo, la realizzazione del singolo è stata valutata in termini più significativi in tale tematica, ma l’andamento del mercato del lavoro ha spostato il paradigma verso l’esigenza di limitare le aspirazioni del singolo, anche se esistono modalità di realizzazione diversa rispetto a quella meramente economica (Corte di cassazione, 5 marzo 2018 n. 5088).

L’art. 147 c. civ. prevede l’obbligo per i genitori di mantenere i figli minorenni; con il conseguimento della maggiore età subentra l’applicazione del principio secondo cui, date le circostanze, se il figlio economicamente non è indipendente, il Giudice può disporre un assegno di mantenimento.

Occorre evitare l’assistenzialismo e saldare il diritto al mantenimento con un uso non abusivo e distorto del medesimo. Il parametro da tenere presente s’identifica nella “capacità lavorativa”, con la conseguenza che appare superfluo ritenere di dover stabilire una età, in cui cessi ogni traccia dell’obbligo di mantenimento, in quanto il parametro normativo è già rappresentato dal conseguimento della maggiore età.

Di più: a quel punto, il figlio deve contribuire al mantenimento della famiglia fino a quando convive con essa, in relazione alle sue possibilità (art. 315 bis, comma 4 cod. civ.).

Il diritto all’assegnazione della casa familiare ha seguito itinerari giurisprudenziali affini e anche più rigorosi, in quanto il ritorno nell’abitazione d’origine deve avvenire non solo in un determinato lasso di tempo, ma deve essere frequente (Corte di cassazione, 17 Giugno 2019 n. 16134, che ha disatteso un orientamento meno rigido).

Viene in considerazione il principio di auto-responsabilità, la cui base normativa è l’art. 1227 c. civ., e 2056 c..civ., secondo cui ciascuno subisce le conseguenze della mancata diligenza dovuta nelle attività di sua pertinenza.

Queste disposizioni sono espressione di un principio generale, che vale per la nostra tematica, si saldano con l’art. 2 Cost. e hanno applicazione in vari settori dell’ordinamento, in sinergia col principio di buona fede.

A diverse conclusioni (attribuzione del mantenimento) potrà giungersi solo ove il figlio provi che non ha potuto, nonostante l’impegno profuso per ottenere una sistemazione lavorativa, anche se non corrispondente alle proprie ambizioni.

L’onere della prova per il diritto al mantenimento è a carico del richiedente. In casi particolarmente evidenti di trascuratezza di ricerca un proprio lavoro, anche il meccanismo della prova presuntiva potrà essere utilizzato a sfavore di chi invochi il dovere di mantenimento dei genitori.

Questi ultimi potranno volontariamente assumere, pur senza essere obbligati, il mantenimento del figlio. Diverso discorso varrà per gli alimenti, ossia per i necessari mezzi di sussistenza, i quali devono essere erogati.

L’autore

Questo contributo è opera dell’Avv. Salvatore Magra. Laurea in giurisprudenza conseguita in data 1-7-1998, presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Catania, con votazione 110/110 e lode, con tesi in diritto costituzionale.

Cultore di istituzioni di diritto pubblico e legislazione scolastica in virtù della collaborazione con la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Catania (titolare, prof. Carmelo D’Urso).

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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