Separazione coniugi non formalizzata: no alla detrazione ICI su due unità immobiliari

In tema di ICI, ai fini della spettanza della detrazione prevista, per le abitazioni principali (per tale intendendosi, salvo prova contraria, quella di residenza anagrafica), dall’art. 8 del d.lgs. n. 504 del 1992 (come modificato dall’art.1, comma 173, lett. b), della 1. n. 296 del 2006, con decorrenza dall’1 gennaio 2007), occorre che il contribuente provi che l’abitazione costituisce dimora abituale non solo propria, ma anche dei suoi familiari, non potendo sorgere il diritto alla detrazione ove tale requisito sia riscontrabile solo per il medesimo.

 

Rigettata la tesi del contribuente che sosteneva di poter avere il diritto alla detrazione su due unità abitative in base a separazione coniugi di fatto non formalizzata.

Il principio di diritto è stato richiamato e fatto proprio dalla Corte di cassazione, Sezione VI Civile, con l’ordinanza del 7 ottobre n. 21611, mediante la quale ha accolto il ricorso e cassato la decisione impugnata e, decidendo, nel merito, rigettato l’originario ricorso del ricorrente.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che il contribuente Caio Catone ha impugnato l’avviso di accertamento con il quale il Comune ha preteso l’ICI per l’anno 2008 in relazione alla unità abitativa di sua proprietà, eccependo la prescrizione e deducendo di avere diritto alla agevolazione fiscale prevista per l’abitazione principale.

Il ricorso del contribuente è stato accolto in primo grado. Avendo il Comune interposto appello, la Commissione Tributaria Regionale del Piemonte con sentenza n. 1711/02/2018, ha confermato la sentenza di primo grado ritenendo che:

a) l’eccezione di prescrizione si può superare atteso che il provvedimento è stato notificato all’interessato entro cinque anni previsti dalle norme vigenti a partire dall’anno in cui doveva essere presentata la dichiarazione;

b) quanto al merito della agevolazione fiscale, non è rilevante la circostanza che il contribuente abbia chiesto l’esenzione sia per la casa di sua proprietà sia per quella di proprietà della moglie, trattandosi di due abitazioni definibili contemporaneamente come principali di un nucleo familiare regolarmente formato e che la separazione, anche se non ancora definita legalmente, non pregiudica il diritto alla agevolazione.

Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Comune affidandosi a due motivi.

I motivi di ricorso

Con il primo motivo del ricorso il Comune ha lamentato la violazione e falsa applicazione dell’articolo 8 comma 2 del decreto legislativo 504/ 1992 ratione temporis applicabile nonché dell’articolo 2967 c.c.

Il Comune ha dedotto che ha errato la CTR decidendo sul presupposto di una asserita separazione di fatto, non dedotta dal contribuente, e ritenendo applicabile il regime di favore anche in ipotesi di scissione del nucleo familiare in due abitazioni distinte.

Così decidendo la CTR ha violato l’art 8 citato, il quale prevede che per abitazione principale si intende quella nella quale il contribuente e i suoi familiari abitualmente risiedono, mentre nel caso di specie il contribuente risiedeva all’epoca nella casa di via Pompilio, di sua proprietà, e la moglie con la figlia risiedevano in una altra abitazione e pertanto la agevolazione non poteva essere richiesta per entrambi.

Con il secondo motivo ha dedotto la violazione degli artt. 112 c.p.c. e 57 del D.lgs. n. 546/19 in quanto la CTR al fine di legittimare la fruizione della duplice esenzione in relazione due diverse unità immobiliari nello stesso Comune e per lo stesso nucleo familiare ha dato rilievo ad un fatto non dimostrato e neppure dedotto dal contribuente e cioè una pretesa separazione non formalizzata.

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 21611 del 2020, ha ritenuto i motivi fondati e ha accolto il ricorso decidendo nel merito rigetta l’originario ricorso del contribuente.

La motivazione

Sui punti oggetto di doglianza la Suprema Corte ha già affermato il principio, cui il Collegio ha inteso dare continuità, secondo il quale «in tema di ICI, ai fini della spettanza della detrazione prevista, per le abitazioni principali (per tale intendendosi, salvo prova contraria, quella di residenza anagrafica), dall’art. 8 del d.lgs. n. 504 del 1992 (come modificato dall’art.1, comma 173, lett. b), della 1. n. 296 del 2006, con decorrenza dall’1 gennaio 2007), occorre che il contribuente provi che l’abitazione costituisce dimora abituale non solo propria, ma anche dei suoi familiari, non potendo sorgere il diritto alla detrazione ove tale requisito sia riscontrabile solo per il medesimo» (Corte di cassazione, n. 15444/2017).

Si tratta di un principio desumibile dalla norma di legge applicabile alla fattispecie e che pertanto nessun regolamento comunale può derogare.

Del tutto erroneo è poi è l’argomento esposto dalla CTR sulla irrilevanza della (presunta) separazione di fatto, poiché non è in tal senso la difesa del controricorrente: egli sostiene piuttosto la non necessità della coabitazione familiare per godere del beneficio perché altrimenti si introdurrebbe una disparità rispetto alle coppie di fatto e in particolare quelle che non possono regolarizzare la loro posizione davanti all’ufficio di stato civile, e che ben potrebbero mantenere abitazioni formalmente separate beneficiando ciascuno dalla agevolazione di ICI.

Si tratta di una malintesa interpretazione non solo dell’istituto del matrimonio, dal quale discende ai sensi dell’art. 143 c.c. il dovere di coabitazione, ma anche del fenomeno sociale della convivenza.

La convivenza di fatto, anche prima di ricevere riconoscimento legislativo dalla legge n. 76/2016, si connotava per ricostruzione giurisprudenziale come formazione sociale tutelabile proprio in ragione della imitazione del costume matrimoniale e cioè per la stabile coabitazione e l’assistenza e materiale morale.

E’ quindi una contraddizione in termini parlare di convivenza di persone che mantengono diverse “abitazioni abituali”, e in ogni caso ciò non sposta i termini della questione, poiché la norma ratione temporis applicabile, come sopra si è detto, conferisce rilievo, ai fini di ottenere la agevolazione fiscale, alla sussistenza di una abitazione principale identificabile come quella in cui risiede non solo il proprietario, ma anche i suoi familiari.

Se così non è, il beneficio non spetta, atteso che l’art. 8, come tutte le norme che prevedono un beneficio fiscale in deroga alla norma generale, è di stretta interpretazione.

Vai al testo integrale

Ecco il link a: Corte di cassazione, Sezione VI Civile, ordinanza del 7 ottobre n. 21611,

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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