Lo scudo di Achille: il “processo” nella città in pace

All’inizio del canto XVIII Achille riceve l’annuncio della morte di Patroclo e si abbandona al dolore e al pianto, tanto che la madre Thetis lo sente dal fondo del mare dove abita (è una
divinità marina) e corre a rincuorarlo; Achille afferma per la prima volta chiaramente che l’uomo non deve farsi accecare dall’ira e dall’orgoglio (vv. 107-113), e che ora combatterà per vendicare l’amico la cui morte pesa sulla sua coscienza.

La seconda parte del canto è ambientata nella fucina di Efesto, di cui Omero si dilunga a descrivere sia particolari fantastici, fra cui dei veri e propri robot molto avveniristici (autòmatoi in greco, vv. 375-377), sia molto realistici, come il sudore di Efesto nella sua officina e i suoi strumenti: come si diceva prima, il mito è anche racconto di vita pratica, e di tecnica. Sollecitato da
Thetis, il fabbro degli dei si mette subito all’opera, getta nella fornace rame, stagno, oro, argento, e inizia a costruire per primo lo scudo, ‘grande e pesante’, sulla cui forma continuiamo tuttavia a brancolare nel buio: è molto probabile che fosse uno scudo rotondo fatto di più strati di cuoio sormontati da uno strato di bronzo o altro metallo, e questo spiegherebbe l’orlo ‘triplo’ di v. 480.

La scena del giudizio è raccolta in pochi versi (vv. 497-508), ma è giustamente famosa, perché rappresenta per noi la prima testimonianza scritta di diritto nella Grecia antica, e dunque nel
mondo che definiamo ‘occidentale’. Oltre a questo, introduce nel diritto una novità fondamentale, ossia sostanzialmente il superamento della legge non scritta della vendetta come soluzione per i reati. 

Sulle fasce concentriche che costituiscono la struttura dello scudo si sviluppa una decorazione che racchiude l’intera rappresentazione del cosmo: tra il sole, la luna e le stelle della parte centrale dell’umbone e il fiume Oceano che circonda e delimita il bordo più esterno, il fabbro divino ha raffigurato le attività di una città in guerra e di una città in pace, la vita dei campi e una danza di fanciulli e fanciulle.

Vi è chi legge la decorazione dello Scudo di Achille, narrata nel canto XVIII dell’Iliade, come mappa dei valori della società omerica e, in particolare, come archetipo della città ideale, circolare e centrata, dove tuttavia le forme del cerchio convivono con quelle ortogonali: infatti le opposizioni linea vs circolo e quadrato vs cerchio costituiscono le componenti imprescindibili della concezione della polis

Riportiamo dunque i versi del passo.

Lo scudo di Achille: La città in pace [Iliade XVIII, vv. 490-508 (VIII a.C.)]

Vi fece poi due città di mortali,

belle. In una c’erano nozze e banchetti;

spose dai talami sotto fiaccole luccicanti

andavano per la città; “Imeneo!” di continuo si gridava,

giovani danzatori ballavano in tondo, e fra di loro

flauti e cetre risuonavano; le donne

in piedi ammiravano, ciascuna sotto il suo portico.

E c’era gente radunata in piazza: qui una contesa

scoppiava: due uomini litigavano per il compenso

d’un morto (si tratta della poiné, il pagamento di un compenso che

sostituiva la vendetta privata in caso d’omicidio); uno dichiarava d’aver dato tutto,

dicendolo in pubblico, l’altro negava d’aver avuto niente:

entrambi ricorrevano al giudice, per aver un verdetto,

il popolo applaudiva entrambi, favorevoli ora a questo ora a quello;

gli araldi trattenevano il popolo; i vecchi (aventi la funzione di giudici)

sedevano in sacro cerchio su pietre levigate,

tenevano in mano i bastoni degli araldi dalle voci possenti,

con questi allora si alzavano e dicevano a turno il parere;

in mezzo stavano due talenti d’oro (il premio da dare

al miglior giudicante o la ricompensa dovuta alla parte in causa che

fosse stata ritenuta nel giusto),

da dare a chi di loro dicesse più equa sentenza.

 

Un manipolo di uomini è raccolto in piazza ed assiste al giudizio di un omicidio, qui, ascoltate le versioni dei due contendenti, i giudici esprimono il proprio parere a turno tramite il passaggio di uno scettro, simbolo di potere. I cittadini possono ascoltare e si mostrano favorivi all’una o all’altra parte, possiamo immaginare che si trattasse di scene molto caotiche.

Come può evincersi dalla lettura, il racconto rivela che il processo è pubblico e, per così dire, democratico.

Infatti, questa breve descrizione ci spiega, che per Omero l’omicidio è un crimine e non solo un’offesa privata, e come tale va giudicato dalla comunità. Passando ai dettagli, interessante il fatto che i contendenti ricorrano all’ ‘istor’ (v. 501), parola che in greco significa ‘colui che vede dunque sa’ (da cui l’italiano storia, storico etc.): tuttora non sappiamo quale sia esattamente il suo ruolo, perché poi Omero passa subito a parlare del pubblico e dei giudici.

L’ipotesi più accreditata è che si tratti di una sorta di arbitro che ha esaminato la questione appena avvenuti i fatti, e che ha deciso che un simile caso –un omicidio – doveva essere affrontato
dalla comunità con un giudizio pubblico e non da lui solo.

Non vi è, quindi, un singolo giudice a dirimere la questione, ma più di uno e tutti di pari importanza.

La presenza dei cittadini mostra la pubblicità dell’atto e indica che, quantomeno per i reati più gravi, essi erano coinvolti e invitati anche a prendere una posizione.

L’importanza di quest’immagine sullo scudo dell’eroe sta nel fatto che essa immortala una delle primissime testimonianze in cui viene rappresentato l’amministrazione della giustizia nel mondo greco, un metodo molto simile a quello usato ai giorni nostri.

Il testo omerico lascia intendere che le due parti si rivolgono concordemente al giudizio esterno, il che sembra escludere che il processo avrebbe avuto luogo se tale intervento fosse stato richiesto soltanto da una delle due parti.

A tal proposito H. J. WOLFF, in “The Origins of Judicial Litigation among the Greeks”, «Traditio», IV, 1946, pp. 31 sgg, quanto descritto nello scudo di Achille non costituisce un caso di semplice arbitrato privato ma, poiché scopo della «judicial litigation» dell’epoca era la protezione dell’ordine interno della comunità piuttosto che l’interesse delle parti, tale comunità avrebbe protetto il debitore a tempo indeterminato se l’avversario avesse rifiutato il processo.

Wolff pose inoltre l’accento sul fatto che colui che aveva commesso l’omicidio e che avrebbe dovuto pagare la poine parlava per primo (Il. 18.499-500), il che significa che egli chiedeva ed otteneva protezione da parte della comunità.

Una tale interpretazione del passo omerico indusse dunque lo studioso a concludere che, malgrado ci siano altri esempi identificabili all’interno del mondo omerico in cui vige la regola dell’autodifesa, la comunità riesce ad imporsi per mantenere l’ordine interno.

Questa forma di controllo esercitata da essa e l’autotutela ancora presente rappresenterebbero due momenti contemporanei piuttosto che due fasi differenti di un processo evolutivo.

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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