Saldo del deposito in conto corrente intestato al de cuius: no alla tassazione del 10%

Legittima la decisione del giudice del merito che esclude l’applicazione della tassazione con imposta al 10% sul saldo del deposito in conto corrente intestato al de cuius. Il denaro rientra nell’ambito di applicazione della norma di cui all’art. 9 del D.Lgs n. 346/1990 solo quando su di esso il defunto esercitasse un diritto di proprietà e non quando formasse oggetto di un diritto di credito, contemplato invece nell’art. 18 del citato Decreto.

 

E’ quanto ha stabilito la Corte di cassazione, Sezione VI Civile, con l’ordinanza del 9 ottobre 2020, n. 21901, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato la decisione della CTR del Lazio.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che la Commissione Tributaria Regionale del Lazio, con sentenza n. 5685 del 2018, accoglieva l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sentenza nr.127/2012 della CTP di Roma con cui era stato accolto il ricorso proposto da Fulvio, Mevia e Sempronia Muzio contro l‘avviso di liquidazione relativo all’imposta complementare del 10%.

La CTR rilevava la correttezza dell’operato dell’Ufficio ritenendo esatto il calcolo dell’Ufficio il quale aveva considerato separata la tassazione del denaro del defunto in quanto oggetto del deposito con correlato diritto di credito verso le banche e come tale non rientrante nella previsione dell’art. 9,comma secondo del T.U. 346/1990 ma dell’art. 18 del d.lgs 346/1990 riguardante i crediti.

Avverso tale sentenza Fulvio, Mevia e Sempronia Muzio hanno proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi illustrati da memoria.

I motivi di ricorso

Per quanto è qui di interesse, i ricorrenti con il primo motivo hanno dedotto l’errata qualificazione giuridica della fattispecie e la non corretta interpretazione dell’art. 9 del T.U. 346/1990.

Hanno lamentato, in particolare, che non sarebbe stata corretta la pretesa del Fisco di calcolare la percentuale presuntiva del 10% sull’attivo ereditario tenendo presente anche il valore dichiarato dall’erede per denaro e mobili compresi nell’asse ereditario.

Hanno sostenuto, pertanto, che alla quota della ricorrente Sempronia non avrebbe dovuto essere applicata la presunzione del 10% trattandosi di quota di denaro.

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 21901 del 2020, ha ritenuto il motivo non fondato e ha rigettato il ricorso.

La motivazione

Sul punto il Collegio ha precisato che la CTR ha correttamente escluso l’applicazione del richiamato articolo 9 alla fattispecie in esame.

In effetti, come la Suprema Corte ha già avuto occasione di precisare, la ratio della disposizione contenuta al D.Lgs. n. 346 del 1990, art. 9, comma 2, va ravvisata nella necessità di evitare il facile occultamento di denaro e gioielli ecc., i quali, invero, potrebbero pervenire al de cuius fino al momento della sua morte, senza quindi trovar riscontro in inventari precedenti e diversi da quello di cui all’art. 769 c.p.c. e segg. (Corte di cassazione, n. 12935/2013).

Invero l’art. 9 del D. Legs. 346-1990 stabilisce: “si considerano compresi nell’attivo ereditario denaro, gioielli e mobilia per un importo pari al dieci per cento del valore globale netto imponibile dell’asse ereditario” e simile presunzione è superata, o per meglio dire è resa superflua, ove nel patrimonio del defunto facciano parte denaro, gioielli e mobilia per un importo pari o superiore.

Appare evidente come la norma faccia riferimento a denaro, gioielli e mobilia di diretta pertinenza del defunto.

In particolare il denaro rientra nell’ambito di applicazione della norma stessa solo quando su di esso il defunto esercitasse un diritto di proprietà e non quando formasse oggetto di un diritto di credito, contemplato invece nell’art. 18 del D. Lgs. 346-1990.

Nel caso di denaro che risulta oggetto di deposito presso una banca la proprietà del denaro spetta alla banca e il cliente gode di un diritto di credito (artt. 1834 e 1852 del codice civile), e quindi il saldo del deposito in conto corrente costituisce un credito del defunto e non una sua proprietà.

Del resto la ratio dell’art. 9 del D. Legs. 346-1990 è quella di consentire un accertamento presuntivo di beni di difficile identificazione e valutazione, facilmente sottraibili all’attenzione del fisco (come il denaro liquido che si trovi in casa) e dunque non si attaglia ai depositi di conto corrente che possono essere accertati e documentati presso l’istituto di credito (Corte di cassazione, n. 19160/2003) sicchè per essi come correttamente rilevato dalla CTR trova applicazione l’art 18 del T.U. 346/1990.

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Ecco il link a: Corte di cassazione, Sezione VI Civile, ordinanza del 9 ottobre 2020, n. 21901

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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