Responsabilità del custode per la caduta di un pedone in una sconnessione-buca: la disattenzione della vittima non integra il “caso fortuito”

Ove sia dedotta la responsabilità del custode per la caduta di un pedone in corrispondenza della sconnessione o buca di un marciapiede, l’accertamento della responsabilità deve essere condotto ai sensi dell’art. 2051 c.c. e non risulta predicabile la ricorrenza del caso fortuito a fronte del mero accertamento di una condotta colposa della vittima (la quale potrà invece assumere rilevanza, ai fini della riduzione o dell’esclusione del risarcimento, ai sensi dell’art. 1227, 10 o 2° co. c.c.), richiedendosi, per l’integrazione del fortuito, che detta condotta presenti anche caratteri di imprevedibilità ed eccezionalità tali da interrompere il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno.

Il principio è stato affermato dalla Corte di cassazione, Sezione 3 Civile, con la sentenza del 16 febbraio 2021, n. 4035, mediante la quale ha accolto il ricorso e cassato con rinvio la decisione della Corte di Appello di Trieste.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che Flavia Vespasiano convenne in giudizio l’Azienda Sanitaria Beta per sentirla condannare al risarcimento dei danni conseguiti alle lesioni riportate nel 2014 allorquando, camminando sul marciapiede antistante il Pronto Soccorso dell’Ospedale di Latisana, era inciampata in una mattonella sconnessa ed era rovinata a terra.

Il Tribunale rigettò la domanda, condannando l’attrice alla rifusione delle spese in favore della convenuta. Avendo la Vespasiano interposto appello, la Corte di Appello di Trieste, con la sentenza n. 648 del 2018, ha confermato la sentenza di primo grado, gravando l’appellante delle spese di lite.

La Corte d’appello ha ritenuto, in particolare, che la Vespasiano non avesse assolto l’onere di provare la «non visibilità del pericolo» e la «non prevedibilità dell’evento dannoso» e ha aggiunto che ciò che si richiede al pedone «non è un comportamento normale, ma un comportamento diligente come esigibile in determinate situazioni contingenti secondo un criterio di normalità e di comune esperienza».

Ha proposto ricorso per cassazione la Vespasiano, affidandosi a quattro motivi.

I motivi di ricorso

E’ qui di interesse il secondo motivo con il quale la ricorrente ha denunciato la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 2051 c.c.

Premesso che, secondo la Corte di Appello, difetterebbe il nesso causale tra la caduta e la sconnessione del marciapiede, in quanto non sarebbe emersa la natura di pericolo occulto di tale sconnessione e -al contrario- la caduta sarebbe dipesa da un difetto di diligenza della Vespasiano, la ricorrente ha rilevato che, «ad integrare la responsabilità del custode ex art. 2051 c.c. «è necessario e sufficiente che il danno sia stato cagionato dalla cosa in custodia, a ciò rilevando il solo dato obiettivo del nesso causale tra cosa e danno», cosicché «al danneggiato compete il solo onere di dar contezza dell’esistenza di un nesso causale tra cosa e danno, diversamente incombendo sul custode l’onere di provare […] che il danno non è stato causato dalla cosa, ma dal caso fortuito, nel cui ambito possono essere compresi tanto i fatti naturali, quanto del terzo o dello stesso danneggiato», con la precisazione che «il caso fortuito è integrato da ciò che rappresenta un’eccezione alla normale sequenza causale, rispetto alla quale si colloca in una posizione esterna, nelle forme di un’obiettiva imprevedibilità, che assume efficienza causa esclusiva».

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata sentenza n. 4035 del 2021, ha ritenuto il motivo fondato e ha accolto il ricorso cassando con rinvio la decisione impugnata.

La motivazione

Sul punto il Collegio ha osservato che è fondato il rilievo della ricorrente secondo cui la Corte d’appello ha errato nel “leggere” la vicenda -deducente chiaramente un’ipotesi di responsabilità per danno cagionato da cose in custodia- sotto la lente propria del paradigma dell’art. 2043 c.c.

Infatti, pur richiamando formalmente il criterio di imputazione di cui all’art. 2051 c.c., la sentenza ha mostrato in modo inequivoco di ritenere che la responsabilità della ASLO convenuta potesse essere configurata soltanto a fronte del concreto riscontro di un’insidia (o pericolosità occulta della cosa), così richiedendo all’attrice di provare la «non visibilità del pericolo» e la «non prevedibilità dell’evento dannoso» e pervenendo all’esclusione della responsabilità dell’Azienda sull’assunto che la sconnessione del marciapiede potesse (e dovesse) essere rilevata dalla Vespasiano.

Una siffatta impostazione, ha precisato il Collegio, risulta tuttavia erronea alla luce della pacifica riconducibilità della fattispecie nel paradigma dell’art. 2051 c.c., e non in quello dell’art. 2043 c.c., senza possibilità di utilizzare, per l’accertamento della responsabilità del custode, categorie ad essa non pertinenti.

E’ pacifico, infatti, che: la responsabilità ex art. 2051 c.c. ha natura oggettiva e discende dall’accertamento del rapporto causale fra la cosa in custodia e il danno, salva la possibilità per il custode di fornire la prova (liberatoria) del caso fortuito, ossia di un elemento esterno che valga ad elidere il nesso causale e che può essere costituito da un fatto naturale e dal fatto di un terzo o della stessa vittima.

Tale essendo la struttura della responsabilità ex art. 2051 c.c., l’onere probatorio gravante sul danneggiato si sostanzia nella duplice dimostrazione dell’esistenza (ed entità) del danno e della sua derivazione causale dalla cosa, residuando, a carico del custode – come detto- l’onere di dimostrare la ricorrenza del fortuito; nell’ottica della previsione dell’art. 2051 c.c., tutto si gioca dunque sul piano di un accertamento di tipo “causale” (della derivazione del danno dalla cosa e dell’eventuale interruzione di tale nesso per effetto del fortuito), senza che rilevino altri elementi, quali il fatto che la cosa avesse o meno natura “insidiosa” o la circostanza che l’insidia fosse o meno percepibile ed evitabile da parte del danneggiato (trattandosi di elementi consentanei ad una diversa costruzione della responsabilità, condotta alla luce del paradigma dell’art. 2043 c.c.).

Al cospetto dell’art. 2051 c.c., la condotta del danneggiato può quindi rilevare unicamente nella misura in cui valga ad integrare il caso fortuito, ossia presenti caratteri tali da sovrapporsi al modo di essere della cosa e da porsi essa stessa all’origine del danno.

Al riguardo, deve pertanto ritenersi che, ove il danno consegua alla interazione fra il modo di essere della cosa in custodia e l’agire umano, non basti a escludere il nesso causale fra la cosa e il danno la condotta colposa del danneggiato, richiedendosi anche che la stessa si connoti per oggettive caratteristiche di imprevedibilità ed imprevenibilità che valgano a determinare una definitiva cesura nella serie causale riconducibile alla cosa.

Il Collegio ha, quindi, richiamato le lucide considerazioni svolte da Corte di cassazione, n. 25837/2017, secondo cui «la eterogeneità tra i concetti di “negligenza della vittima” e di “imprevedibilità” della sua condotta da parte del custode ha per conseguenza che, una volta accertata una condotta negligente, distratta, imperita, imprudente, della vittima del danno da cose in custodia, ciò non basta di per sé ad escludere la responsabilità del custode.

Questa è infatti esclusa dal caso fortuito, ed il caso fortuito è un evento che praevideri non potest.

L’esclusione della responsabilità del custode, pertanto, quando viene eccepita dal custode la colpa della vittima, esige un duplice accertamento:

(a) che la vittima abbia tenuto una condotta negligente;

(b) che quella condotta non fosse prevedibile.

In questo senso, di recente, si è già espressa la Suprema Corte (Corte di cassazione, Sez. 3 Civile, Sentenza n. 13222 del 27/06/2016), stabilendo che «la mera disattenzione della vittima non necessariamente integra il caso fortuito per i fini di cui all’art. 2051 c.c., in quanto il custode, per superare la presunzione di colpa a proprio carico, è tenuto a dimostrare di avere adottato tutte le misure idonee a prevenire i danni derivanti dalla cosa […]

La condotta della vittima d’un danno da cosa in custodia può dirsi imprevedibile quando sia stata eccezionale, inconsueta, mai avvenuta prima, inattesa da una persona sensata.

Stabilire se una certa condotta della vittima d’un danno arrecato da cose affidate alla custodia altrui fosse prevedibile o imprevedibile è un giudizio di fatto, come tale riservato al giudice di merito: ma il giudice di merito non può astenersi dal compierlo, limitandosi a prendere in esame soltanto la natura colposa della condotta della vittima».

Nel caso in esame, riferito alla caduta del pedone in corrispondenza di una sconnessione del marciapiede, non può evidentemente sostenersi che la stessa sia imprevedibile (rientrando nel notorio che la sconnessione possa determinare la caduta del passante) e imprevenibile (sussistendo, di norma, la possibilità di rimuovere il dislivello o, almeno, di segnalarlo adeguatamente).

Deve allora ritenersi che il mero rilievo di una condotta colposa del danneggiato non sia idoneo a interrompere il nesso causale, che è manifestamente insito nel fatto stesso che la caduta sia originata dalla (prevedibile e prevenibile) interazione fra la condizione pericolosa della cosa e l’agire umano.

Ciò non significa, peraltro, che tale condotta -ancorché non integrante il fortuito- non possa assumere rilevanza ai fini della liquidazione del danno cagionato dalla cosa in custodia, ma ciò può avvenire, non all’interno del paradigma dell’art. 2051 c.c., bensì ai sensi dell’art. 1227 c.c. (operante, ex art. 2056 c.c., anche in ambito di responsabilità extracontrattuale), ossia sotto il diverso profilo dell’accertamento del concorso colposo del danneggiato, valutabile sia nel senso di una possibile riduzione del risarcimento, secondo la gravità della colpa del danneggiato e le conseguenze che ne sono derivate (ex art. 1227, 1° co. c.c.), sia nel senso della negazione del risarcimento per i danni che l’attore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza (ex art. 1227, 2° co. c.c.), fatta salva, nel secondo caso, la necessità di un’espressa eccezione della controparte.

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Ecco il link a: Corte di cassazione, Sezione 3 Civile, sentenza del 16 febbraio 2021, n. 4035

 

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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