Recupero spese di mantenimento del minore: al precetto vanno allegate le giustifiche contabili




In punto di diritto in tema di azione esecutiva per il recupero, ai danni dell’ex coniuge obbligato, delle spese sostenute per il mantenimento del minore è necessario che all’atto di precetto sia allegata la documentazione giustificativa contabile comprovante il credito azionato, non potendo costituire titolo esecutivo il solo provvedimento che ne stabilì l’ammontare


È quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, Sezione III Civile, con la sentenza del 20 ottobre 2016, n. 21241, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato quanto già deciso, nel caso de quo, dal Tribunale di Imperia.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che LIDIA e CAIO, già uniti in matrimonio, si separarono consensualmente il 29.9.2004. L’accordo di separazione, omologato dal Tribunale, stabilì che ciascun coniuge contribuisse in pari misura alle spese straordinarie di mantenimento della figlia minore.

Nel 2012 LIDIA, sul presupposto che CAIO fosse venuto meno all’obbligo di contribuzione alle spese ordinarie e straordinarie di mantenimento della figlia, gli notificò atto di precetto per l’importo di euro 62.441 oltre accessori.

Unitamente al precetto venne notificato il titolo esecutivo, costituito dal provvedimento di omologazione del verbale di separazione consensuale.

CAIO propose opposizione agli atti esecutivi, adducendo che la creditrice non aveva allegato al precetto alcun documento che dimostrasse la correttezza del calcolo della somma precettata.

Con sentenza n. XXX/2014 il Tribunale di Imperia accolse l’opposizione e dichiarò inefficace il precetto.




Il Tribunale ebbe a rilevare che sulla questione controversa sottoposta al suo esame esistevano due diversi orientamenti giurisprudenziali:

– uno “rigoroso”, secondo cui il verbale di separazione non può costituire titolo esecutivo per il pagamento degli oneri di mantenimento della prole successivamente maturati, se questi non sono stati accertati e quantificati con altro titolo giudiziale;

– un secondo orientamento “liberale”, secondo cui il verbale suddetto può costituire valido titolo esecutivo, se il precettante alleghi ad esso la documentazione giustificativa degli esborsi di cui chiede il ristoro.

Il Tribunale precisò che seppur avesse voluto aderire all’orientamento “liberale”, nel caso di specie la creditrice LIDIA non aveva comunque allegato alcuna documentazione di spesa all’atto di precetto, che perciò doveva ritenersi inefficace.

Tale sentenza è stata impugnata per cassazione da LIDIA, con ricorso fondato su tre motivi.

I motivi di ricorso

Per quanto è qui di interesse, la ricorrente con il terzo motivo di ricorso lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360, n. 3, c.p.c. (si lamenta, in particolare, la violazione degli artt. 112, 474, 480, 711 c.p.c.); sia dal vizio di omesso esame d’un fatto decisivo e controverso, ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c. (nel testo modificato dall’art. 54 d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito nella legge 7 agosto 2012, n. 134).

Il motivo, se pur formalmente unitario, contiene in realtà tre censure:

(a) la creditrice aveva debitamente documentato le spese sostenute per il mantenimento della figlia, allegando i relativi documenti alla comparsa di costituzione e risposta depositata nel giudizio di opposizione, documenti trascurati dal Tribunale;

(b) i documenti giustificativi delle spese di mantenimento non devono essere allegati al precetto a pena di inefficacia di quest’ultimo;

(c) in ogni caso l’opponente aveva posto a fondamento dell’opposizione la circostanza che i documenti giustificativi delle spese non erano menzionati nel precetto, mentre il Tribunale l’aveva accolta sul presupposto che quei documenti non fossero allegati.

La decisione

La Corte di Cassazione, mediante la citata sentenza n. 21241/2016 ha ritenuto il motivo non fondato ed ha rigettato il ricorso.

La Suprema Corte, quanto al punto controverso sub (a) precisa che la censura è infondata in quanto “la circostanza che il precetto non solo non alleghi, ma nemmeno indichi i documenti (successivi alla formazione dei titolo esecutive giudiziale) in base ai quali è stato determinato l’importo del credito azionato in executivis non può essere sanata dal creditore procedente nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi”.

Quest’ultimo, infatti, ha lo scopo di verificare la correttezza del quomodo dell’esecuzione, e non può costituire una rimessione in termini atipica a favore del creditore, per sanare le mende dell’atto di precetto.

Nel caso in esame la ricorrente ha ingiunto al debitore, con l’atto di precetto, il pagamento di circa 62.000 senza ulteriori precisazioni, distinzioni o allegazioni documentali.

Solo con la comparsa di costituzione e risposta depositata nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi ha ritenuto di precisare quanta parte del credito fosse richiesta per le spese ordinarie, quanta per le spese straordinarie, e quali fossero i titoli di spesa.

È dunque evidente che un atto di precetto come quello notificato dalla ricorrente mai potrebbe produrre gli effetti suoi propri, per – a tacer d’altro – totale mancanza dei requisiti minimi necessari per il raggiungimento del SUO scopo.

A dire della Corte anche la censura sub (b) è infondata. Infatti in precedenti pronunce la Corte ha già stabilito che “il provvedimento con il quale, in sede di separazione, si stabilisce che il genitore non affidatario paghi pro quota le spese ordinarie per il mantenimento dei figli costituisce idoneo titolo esecutivo e non richiede un ulteriore intervento del giudice in sede di cognizione: ma ciò solo a condizione che il genitore creditore possa allegare e documentare l’effettiva sopravvenienza degli esborsi indicati nel titolo e la relativa entità” (Corte di Cassazione, Sez. III, Sentenza n. 11316 del 23/05/2011).

Tale “Allegazione e documentazione” va compiuta rispetto all’atto di precetto, e non già nel successivo e solo eventuale giudizio di opposizione all’esecuzione, per l’ovvia considerazione che il debitore deve essere messo in condizioni di potere sin da subito verificare la correttezza o meno delle somme indicate nell’atto di precetto.

Infine, la censura sub (c) è inammissibile per difetto di specificità, poiché anche in questo caso la ricorrente non ha trascritto, né riassunto, nel ricorso i termini in cui venne formulato l’atto di opposizione.

Link alla sentenza

Ecco il link a: Corte di Cassazione, Sezione III Civile, con la sentenza del 20 ottobre 2016, n. 21241 

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Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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