Notaio esente da colpa per il calcolo delle imposte errato se la cliente non prova che avrebbe desistito

Corretta la decisione del giudice del merito il quale, pur avendo ritenuto che il notaio era venuto meno alla diligenza professionale – avendo effettuato e prospettato un conteggio errato delle imposte degli atti di compravendita immobiliare stipulati – con cui avrebbe dovuto adempiere all’incarico ricevuto, ha escluso che tale inadempimento fosse derivato un danno alla sfera giuridica della cliente, in quanto le somme richieste dall’Agenzia delle Entrate alla società non erano maggiori rispetto a quelle che la società avrebbe comunque pagato ove il professionista avesse sin dall’inizio conteggiato correttamente l’imposta dovuta.

 

Tanto anche in considerazione del fatto che non era risultato dimostrato che la società, se debitamente informata, avrebbe desistito dall’acquisto o avrebbe adottato altre soluzioni negoziali fiscalmente più vantaggiose.

È quanto ha stabilito la Corte di cassazione, Sezione III Civile, con l’ordinanza del 13 maggio 2020, n. 8871, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato quanto già deciso, nel caso de quo, dalla Corte d’appello di Lecce, Sezione di Taranto.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che la Società di Investimenti s.r.l. conveniva in giudizio il notaio Venanzia Celsio, esponendo di aver acquistato due immobili, l’uno ad Imola e l’altro Manduria, con atti rogati dal notaio convenuto, il quale, entrambe le volte, non aveva informato la società del regime fiscale cui erano soggetti gli atti ed aveva errato nel calcolo delle imposte.

Di conseguenza, in epoca successiva, la società aveva ricevuto dall’Agenzia delle Entrate due avvisi contenenti la riliquidazione dell’imposta dovuta (per il primo atto da euro 3.528,30 ad euro 24.864,00; per il secondo da euro 520,50 ad euro 4.529,04), ai sensi dell’art. 35, comma 10-bis, del d.l. 4 luglio 2006, n. 233.

Il Tribunale di Taranto, sez. dist. di Manduria, ritenuta la responsabilità professionale della convenuta, la condannava al pagamento di euro 30.000,00 oltre accessori e spese di lite.

Avendo la professionista interposto appello alla sentenza, la Corte d’appello di Lecce, sez. dist. di Taranto, con la sentenza n. 8 del 2018, accoglieva l’impugnazione, rilevando che nessun danno si era verificato nella sfera giuridica della società attrice, che non aveva dovuto pagare alcuna maggiorazione per interessi moratori o penali.

Contro questa decisione la Società di Investimenti s.r.l. ha proposto ricorso, affidandosi ad un unico motivo di ricorso.

Il motivo di ricorso

Con l’unico motivo la ricorrente ha dedotto la violazione «ed omessa ovvero erronea applicazione» degli artt. 1218, 1223 e 1226 cod. civ. in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ.

La società ricorrente ha censurato la sentenza impugnata sostenendo l’erroneità dell’accertamento del nesso di causalità esistente tra l’inadempimento del professionista e il danno, dovendosi ritenere che quest’ultimo era consistito nel maggior esborso richiesto dall’Agenzia delle Entrate e nel fatto che, se fosse stata adeguatamente informata della consistenza degli oneri fiscali, non avrebbe acquistato l’immobile «ovvero si sarebbe del pari determinata all’acquisto, se il notaio avesse informato e applicato il c.d. reverse charge»

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 8871 del 2020, ha ritenuto il motivo inammissibile e ha rigettato il ricorso.

La motivazione

Sul punto di doglianza la Suprema Corte ha osservato che il giudice d’appello, pur avendo ritenuto che il notaio era venuto meno alla diligenza professionale con cui avrebbe dovuto adempiere all’incarico ricevuto, ha escluso che tale inadempimento fosse derivato un danno alla sfera giuridica della cliente, in quanto le somme richieste dall’Agenzia delle Entrate alla società non erano maggiori rispetto a quelle che la società avrebbe comunque pagato ove il professionista avesse sin dall’inizio conteggiato correttamente l’imposta dovuta.

In particolare, nella sentenza si legge che «anche opportunamente osservandosi, ove necessario, non esistere dimostrazione che la Società di Investimenti S.r.l., come solo allegato, non avrebbe stipulato i contratti de quibus ove posta tempestivamente a conoscenza delle imposte dovute, ovvero raggiunto i risultati comunque prefissi tramite altri, non mai identificati, negozi giuridici».

Dunque, il rigetto della domanda è dipeso dal difetto di prova in ordine:

a) ad un esborso maggiore di quello cui la Società Investimenti s.r.l. sarebbe stata comunque tenuta se il notaio avesse correttamente conteggiato le imposte fin dal principio;

b) ad un’effettiva turbativa della libertà negoziale dell’attrice, non risultando dimostrato che la società, se debitamente informata, avrebbe desistito dall’acquisto o avrebbe adottato altre soluzioni negoziali fiscalmente più vantaggiose.

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Ecco il link a: Corte di cassazione, Sezione III Civile, ordinanza del 13 maggio 2020, n. 8871

 

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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