Nemo tenetur se detegere: l’avvocato incolpato può mentire sulle proprie responsabilità

Il dovere di “verità” e di “collaborazione” con le Istituzioni forensi ex art. 71 cdf (già art. 24 codice previgente) non preclude all’avvocato, sottoposto a procedimento o ad indagine disciplinare, il diritto di difendersi “tacendo” od anche “mentendo” sulle proprie responsabilità, ossia negando l’addebito mossogli anche col silenzio o rendendo dichiarazioni non vere, perché così ne risulterebbe coartata la sua libertà di scegliere la strategia difensiva ritenuta più opportuna, che ha il suo referente costituzionale nell’art. 24 Cost. e nel più generale diritto a difendersi e non ad auto incolparsi.

Deve ritenersi disciplinarmente responsabile l’avvocato per le condotte che, pur non riguardando strictu sensu l’esercizio della professione, ledano comunque gli elementari doveri di probità, dignità e decoro e, riflettendosi negativamente sull’attività professionale, compromettono l’immagine dell’avvocatura quale entità astratta con contestuale perdita di credibilità della categoria. La violazione deontologica, peraltro, sussiste anche a prescindere dalla notorietà dei fatti, poiché in ogni caso l’immagine dell’avvocato risulta compromessa agli occhi dei terzi diretti interessati.

L’avvocato ha il dovere di comportarsi, in ogni situazione (quindi anche nella dimensione privata e non propriamente nell’espletamento dell’attività forense), con la dignità e con il decoro imposti dalla funzione che l’avvocatura svolge nella giurisdizione (art. 5 e 9 cdf) e deve in ogni caso astenersi dal pronunciare espressioni sconvenienti od offensive (art. 52 cdf), la cui rilevanza deontologica non è peraltro esclusa dalla provocazione altrui, né dalla reciprocità delle offese, né dallo stato d’ira o d’agitazione che da questa dovesse derivare, non trovando applicazione in tale sede l’esimente prevista dall’art. 599 cod.pen.

Il parziale accoglimento dell’impugnazione non impone una corrispondente riduzione della sanzione comminata dal Consiglio territoriale, giacché questa è determinata non già per effetto di un mero computo matematico né in base ai principi codicistici in tema di concorso di reati, ma in ragione dell’entità della lesione dei canoni deontologici e della immagine della avvocatura alla luce dei fatti complessivamente valutati, sicché non sussiste violazione del divieto di reformatio in peius allorché la sanzione sia confermata in sede di gravame pur se una delle contestazioni precedentemente ritenuta sia venuta meno.

I principi deontologici sono stati stabiliti dal Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza del 27 luglio 2020, n. 141, mediante la quale, in parziale accoglimento del ricorso, ha prosciolto l’avvocato ricorrente dall’addebito di cui al capo B dell’incolpazione in quanto il comportamento ivi ipotizzato non costituisce illecito disciplinare; conferma nel resto la decisione impugnata, sia quanto alla responsabilità dello stesso in relazione al capo A dell’incolpazione, sia quanto alla sanzione già irrogata della censura.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che con provvedimento del 2016 il Consiglio Distrettuale di Disciplina di Bologna, a seguito di esposto pervenuto al COA di Bologna, in esito all’istruttoria preliminare svolta, deliberava l’approvazione della seguente incolpazione nei confronti dell’avv. Caio Cicero:

A. Perché, nel 2011, in attesa di accedere allo sportello della Cancelleria dei decreti ingiuntivi del Tribunale di Bologna, rivolgendosi ad un collega con le seguenti espressioni a voce alta e bestemmiando, affermava: “la finisci di rompermi i coglioni, mi hai rotto i coglioni”, “mi hai rotto i coglioni, sei un decerebrato! Hai capito? Sei un decerebrato lo stesso violava così gli articoli 5, 6, 20, 22 del Codice Deontologico Forense vigente all’epoca dei fatti (peraltro corrispondenti a principi confermati dagli articoli n. 9, 19, 52 e 63 del vigente C.D.F.);

B. Perché, interpellato dal Consiglio dell’Ordine Forense di Bologna circa l’esposto presentato, con comunicazione del 2011, negava di essersi trovato nelle circostanze di tempo e luogo in esposto presso la Cancelleria, falsamente riferendo di essersi trovato in quei momenti altrove, salvo poi essere smentito a seguito di indagini (sommarie informazioni e individuazioni fotografiche) eseguite dalla PG; lo stesso violava così l’art. 24 del CDF allora in vigore (principio oggi trasfuso all’art. 71 del CDF vigente), oltre agli art. 5 e 6 CDF all’epoca vigenti (oggi principi trasfusi nell’art. 9 CDF). 

Il Collegio definiva il procedimento con decisione del 2016 con la quale riteneva l’incolpato “responsabile degli addebiti di cui ai capi di incolpazione”, irrogandogli la sanzione della censura.

Avverso detta decisione, l’Avvocato Caio Cicero ha interposto rituale e tempestivo ricorso con il quale chiede: in via principale, il proscioglimento da tutti gli addebiti e in via subordinata, declaratoria di prescrizione.

I motivi di ricorso

Con riferimento al capo A di incolpazione, il ricorrente ha dedotto che la decisione impugnata sarebbe erronea sotto un triplice aspetto:
a) perché il CDD ha ritenuto provata, in fatto, la materialità della condotta contestata all’uopo utilizzando le prove (sommarie informazioni rese dall’avv. [OMISSIS] e identificazione fotografica dell’incolpato) raccolte nel procedimento penale svoltosi a suo carico, peraltro definitosi per remissione di querela e, quindi, non vagliate in ambito dibattimentale;
b) perché il CDD non ha considerato che le frasi incriminate, se vere, non integrerebbero comunque le violazioni ipotizzate nel capo di incolpazione perché “l’episodio contestato non è avvenuto in ambito processuale” e, quindi, sarebbe rimasto circoscritto all’ambito privato e, comunque, non professionale;
c) perché il CDD non avrebbe valutato che le espressioni contestate, se vere, erano state profferite “con evidente tono scherzoso, male interpretato dal collega” e senza “volontà offensiva”.

Con riferimento al Capo B) di incolpazione il ricorrente ha censurato la decisione impugnata nella parte in cui si è ritenuto che la condotta materiale indicata nel capo A di incolpazione costituisca violazione degli articoli contestati [ e, cioè: “ articoli 5, 6, 20,22 del Codice Deontologico Forense vigente all’epoca dei fatti (peraltro corrispondenti a principi oggi confermati dagli articoli n. 9, 19, 52 e 63 del vigente C.D.F.)”] in quanto “l’episodio contestato non è avvenuto in ambito processuale” e, comunque, nell’esercizio di “attività professionale”, ma -assertivamente- in una dimensione sostanzialmente
privata, senza alcuna ripercussione esterna sull’immagine della categoria.

La decisione in sintesi

Il Consiglio Nazionale Forense, mediante la menzionata sentenza n. 141 del 2020, in parziale accoglimento del ricorso, ha prosciolto il ricorrente dall’addebito di cui al capo B dell’incolpazione in quanto il comportamento ivi ipotizzato non costituisce illecito disciplinare; conferma nel resto la decisione impugnata, sia quanto alla responsabilità dello stesso in relazione al capo A dell’incolpazione, sia quanto alla sanzione già irrogata della censura.

 Nemo tenetur se detegere

La locuzione latina nemo tenetur se detegere (anche nella forma nemo tenetur se ipsum accusare) esprime il principio di diritto processuale penale in forza del quale nessuno può essere obbligato ad affermare la propria responsabilità penale (auto-incriminazione). Il principio trova accoglimento nel Codice di Procedura Penale di molti paesi, a partire dal V emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, laddove si afferma che nessuno «può essere obbligato in qualsiasi causa penale a deporre contro sé medesimo».

L’ordinamento giuridico, nel bilanciamento degli interessi in gioco, accorda preferenza alla libertà personale – e, secondo una dottrina, all’onore della persona – piuttosto che all’interesse alla repressione dei reati. Se tutti i soggetti del procedimento penale fossero obbligati a collaborare incondizionatamente con la Giustizia fino al punto di incriminare se stessi, verrebbe infatti meno la libertà morale dell’imputato, che ha diritto di scegliere se e come difendersi anche quando colpevole: in Italia ciò fu riconosciuto dalla legge n. 932 del 1969, in base alla quale l’interrogatorio non fu “più considerato «narrazione obbligatoria e a titolo di verità cui è costretto l’indagato-imputato», ma concepito essenzialmente come strumento per l’esplicazione del diritto di difesa” accordato dall’articolo 24 della Costituzione.

Diversi sono gli istituti finalizzati a garantire i diritti dei soggetti coinvolti nel procedimento penale. Fra questi, si ricorda in particolare il privilegio contro l’autoincriminazione, che viene riconosciuto all’indagato e all’imputato: essi non sono tenuti a rispondere alle domande che vengono loro poste, e possono perfino mentire. Non possono commettere in tal modo i reati di falsa testimonianza, false informazioni al Pubblico ministero e favoreggiamento.

Il privilegio contro l’autoincriminazione è riconosciuto altresì ai testimoni, i quali possono opporlo qualora dalle risposte alle domande loro poste potrebbe emergere una propria responsabilità penale.

Il principio del nemo tenetur se detegere vale anche nel processo amministrativo e, come visto, nel procedimento disciplinare forense.

La motivazione

Il Collegio ha ritenuto i motivi non fondati poiché è inesistente il presupposto su cui sono basati: e, cioè, che le circostanze e il contesto in cui l’episodio oggetto di valutazione si è verificato collocherebbero lo stesso fuori dall’attività professionale, ossia in un ambito estraneo all’esercizio della professione.

L’avvocato che si rechi in Tribunale -e, come nel caso, presso una Cancelleria preposta al deposito del decreti ingiuntivi e al rilascio delle copie degli stessi- per procedere ad uno di tali adempimenti opera, evidentemente, nel pieno esercizio della propria “attività professionale”, intesa in senso ampio, non potendo la stessa intendersi limitata -come strumentalmente propugna il ricorrente- allo svolgimento della “attività processuale” in senso
stretto. Il che è di ovvia evidenza e non richiede dimostrazioni.

In secondo luogo, perché -costituendo i doveri di “dignità e decoro” (art. 5 CDF previgente – ora art. 9 CDF vigente) e il dovere di “correttezza” ( art. 6 CDF previgente – ora artt. 9 e 19 CDF vigente), che trova esplicazione in particolare nel divieto di usare espressioni “sconvenienti” e/o “offensive” sia “negli scritti giudizio”, sia “nell’attività professionale in genere” ( art. 20 CDF previgente – ora art. 52 CDF vigente), dei doveri fondamentali da tenersi sia nei confronti dei colleghi che dei terzi ( artt. 20 e 22 CDF previdente – ora artt. 52 e 63 CDF vigenti)- l’avvocato è tenuto a prestarvi osservanza “in ogni situazione (quindi anche nella dimensione privata e non propriamente nell’espletamento dell’attività forense)” (così, tra tante: CNF, 28 dicembre 2013, n. 213; CNF, 16 aprile 2017, n. 47 e 6 maggio 2019, n. 30).

Non è, dunque, in ogni caso corretta la tesi -sostenuta dal ricorrente- della irrilevanza assoluta dei comportamenti estranei al rapporto professionale, essendo viceversa risalente ad epoca anteriore alla stessa codificazione deontologica il principio per il quale l’avvocato ”deve in ogni caso conformarsi a criteri di correttezza, dignità e decoro” sicchè “il comportamento del medesimo non conforme alla dignità e al decoro professionale, disciplinarmente rilevante, va riferito ad ogni aspetto della vita di relazione del professionista e, quindi, anche ai comportamenti che sono estranei all’esercizio dell’attività di legale“ quando ne risulti compromessa la reputazione personale o l’immagine dell’avvocatura come categoria (Corte di cassazione, Sez. Un., 24 agosto 1999, n. 597).

Peraltro, il CDF vigente si incarica di fissare la regola della rilevanza disciplinare dei comportamenti dell’avvocato anche in ambito extra-professionale nei “principi generali” ( art. 2, comma 1°, per il quale “le norme deontologiche si applicano a tutti gli avvocati nella loro attività professionale, nei reciproci rapporti e in quelli con i tersi; si applicano anche ai comportamenti nella vita privata, quando ne risulti compromessa la reputazione o l’immagine della professione forense”).

Pertanto -se anche fosse vero (e non lo è: v. sopra) che l’episodio de quo si debba collocare (come sostenuto dal ricorrente) fuori dall’esercizio della “attività professionale” in generale- la rilevanza disciplinare dello stesso non sarebbe, per ciò stesso, esclusa, essendo evidente che l’uso -all’indirizzo di un collega all’interno di un Tribunale ed alla presenza di altre persone (nel caso: altri colleghi e dipendenti amministrativi addetti alla Cancelleria)- di frasi grevi e volgari (“non rompermi i coglioni”) e con una carica intrinseca di indubbia offensività e ingiuriosità (“sei un decerebrato”) siano tali da compromettere non solo la reputazione personale del destinatario, ma anche l’immagine di correttezza, decoro e dignità della categoria che questa, attraverso i suoi componenti, deve sempre offrire, a garanzia della sua affidabilità sociale (espressamente richiamata nell’art. 1 della legge professionale n. 247/2012).

In ragione di ciò -tenuto conto che la condotta posta in essere dall’incolpato si è tradotta in un comportamento greve e volgare e connotato da una marcata carica di ingiuriosità e offensività, aggravata dall’essere state le espressione rivolte nei confronti dell’avv. Teodoro profferite in luogo pubblico ed alla presenza di altre persone (colleghi e impiegati), con una evidente compromissione anche dell’immagine della categoria- ha ritenuto il Consiglio che la sanzione irrogata della censura (corrispondente alla sanzione edittale prevista dall’odierno art. 52) sia congrua ed adeguata e debba essere, perciò, confermata (senza che sul regime sanzionatorio applicabile alla suddetta violazione -autonoma e distinta rispetto a quella di cui al capo B- possa avere riflessi l’assoluzione disposta in ordine a questa ulteriore e diversa incolpazione).

Il Consiglio Nazionale Forense, in parziale accoglimento del ricorso, ha prosciolto il ricorrente dall’addebito di cui al capo B dell’incolpazione in quanto il comportamento ivi ipotizzato non costituisce illecito disciplinare. Ha confermato nel resto la decisione impugnata, sia quanto alla responsabilità dello stesso in relazione al capo A dell’incolpazione, sia quanto alla sanzione già irrogata della censura.

Vai alla decisione

Ecco il link a: Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Melogli, rel. Baffa), sentenza n. 141 del 27 luglio 2020

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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