Morte a seguito trattamento chirurgico: azione di risarcimento danni eredi jure proprio e prescrizione

Cassata con rinvio la decisione del giudice del merito che aveva rigettato la domanda di risarcimento proposta dalle eredi, jure proprio, di persona deceduta a causa di trattamento chirurgico sul presupposto dell’avvenuto decorso del termine di prescrizione quinquennale a far data dal decreto di archiviazione del giudice penale.

 

La decisione resa in sede penale che impedisce l’applicazione alla domanda civile del più lungo termine di prescrizione, quello proprio del reato ipotizzato, è solo la sentenza irrevocabile, in quanto contiene un accertamento negativo del reato, accertamento che ha riflessi dunque sull’azione civile, escludendo che essa possa, per l’appunto, beneficiare del termine proprio di un reato insussistente.

La figura del contratto con effetti protettivi verso terzi è utilizzata dalla Suprema Corte solo con riguardo al contratto della gestante con l’ospedale, e dunque per riconoscere al padre del nascituro ed a quest’ultimo l’azione da contratto in caso di inadempimento, mentre è escluso che la figura possa servire in fattispecie diverse da quella.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione, Sezione III Civile, con l’ordinanza del 15 settembre 2020, n. 19188, mediante la quale ha accolto il ricorso e cassato con rinvio la decisione, assunta nel caso de quo, dalla Corte d’appello di Torino.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che Livia Fulgenzio viene ricoverata in Ospedale a causa di alcuni sintomi legati all’uso di lassativi prescritti dal medico curante.

Viene effettuato un esame ecografico, da cui emerge il dubbio su una massa di circa 7 centimetri che fa sospettare una neoplasia (aspetto a pseudo rene), inducendo i sanitari dell’Ospedale di Torino a programmare per il giorno successivo un esame endoscopico, ossia una gastro-duodeno endoscopia.

I medici avvisano l’interessata e soprattutto le due figlie, che avevano accompagnato la Fulgenzio in ospedale, e precisamente Tarquinia e Daria Bruto, della necessità di questo esame e lo eseguono come programmato.

Se non che, nel corso della gastroscopia, il medico operante nota una perforazione delle pareti, ed interrompe immediatamente l’esame, ma in quello stesso istante in cui lo fa, la donna va in arresto cardiaco, si tenta di rianimarla, ma decede dopo circa un’ora e mezza.

Le due figlie depositano denuncia -querela, che fa instaurare una indagine per omicidio colposo, nella quale il PM incarica inizialmente un primo perito, che, ritenendo di dover fare a meno dell’autopsia, conclude con una valutazione di incertezza circa le cause del decesso alla quale, all’esito di un lungo iter, segue l’archiviazione.

Tarquinia e Daria Bruto, quindi, con citazione del 2014 iniziano una causa civile, citando davanti al Tribunale di Torino la ASL T01, addebitando ai medici diversi profili di responsabilità:

  1. avere procurato una perforazione gastrica nell’esecuzione della endoscopia;
  2. non avere prestato poi i soccorsi necessari o l’assistenza necessaria quando la paziente era andata, a causa di quella perforazione, in arresto cardiaco;
  3. non avere richiesto ed ottenuto consenso informato.

Il Tribunale di Torino manda la causa in decisione sulla questione preliminare di merito della prescrizione della domanda e della mancata prova del nesso di causalità, dunque senza procedere ad istruttoria, cosi decidendo che, da un lato, la mancata effettuazione della autopsia rendeva non assolto l’onere della prova quanto al nesso di causalità e che, per altro verso, la domanda di risarcimento iure proprio delle due ricorrenti era prescritta, in quanto avente titolo in una responsabilità extracontrattuale, e non già contrattuale, soggetta al termine quinquennale di prescrizione, e neanche a quello più lungo da reato, per via del mancato accertamento di quest’ultimo.

La decisione di considerare prescritto il diritto è basata su due rationes, che sono indipendenti l’una dall’altra da un punto di vista logico, anche se ovviamente il rigetto di una delle due implica superfluità dell’esame dell’altra.

Esse sono:

-a) il diritto al risarcimento del danno delle figlie della paziente deceduta è vantato a titolo di responsabilità extracontrattuale della Asl, e non già contrattuale.

Le figlie non possono invocare a loro favore gli effetti protettivi (nei confronti di terzi) del contratto stipulato dalla loro madre con l’ospedale, in quanto gli effetti protettivi del contratto valgono, o meglio si producono, solo a vantaggio del nascituro e del di lui padre, mentre ogni altro parente, compresi come in questo caso i figli, non possono beneficiare di quegli effetti protettivi;

-b) il termine di prescrizione è dunque di cinque anni e non può beneficiare dell’allungamento previsto dall’articolo 2947 c.c. in quanto il reato di omicidio colposo è stato escluso dal provvedimento di archiviazione.

La Corte di appello di Torino, adita dalle ricorrenti, con la sentenza n. 4855 del 2017, dichiara infine priva di possibilità di accoglimento l’impugnazione, giudicando inammissibile l’appello ex art. 348 ter c.p.c.

Per la cassazione della decisione d’appello, Tarquinia e Daria Bruto, hanno proposto ricorso articolato in sette motivi.

I motivi di ricorso

Per quanto è qui di interesse, le ricorrenti con il primo motivo hanno denunciato la violazione degli articoli 2043 e 1218 c.c., nonché 2947 c.c. La questione posta con questo motivo attiene alla prescrizione del diritto al risarcimento iure proprio delle figlie della Fulgenzio.

Con il terzo motivo le ricorrenti hanno denunciato violazione degli articoli 1218, 2727 e 2697 c.c. in relazione alla decisione del Tribunale di ritenere non provato il nesso eziologico, non assolto l’onere della prova.

Il Tribunale, in particolare, ha ritenuto che, come risultante dal decreto di archiviazione in sede penale, l’omessa esecuzione della autopsia ha impedito di accertare le cause della morte, ed in particolare se essa sia riconducibile alla perforazione occorsa durante l’esame endoscopico.

Ha ritenuto il Tribunale che alla luce di quel dato si può dire che non v’è prova alcuna del nesso di causalità.

Tale affermazione è contestata dalle ricorrenti con l’argomento che, in realtà, v’erano agli atti elementi da porre a base di una presunzione, ed in particolare la circostanza che la perforazione non vi fosse prima dell’intervento, dato inoppugnabile; che non v’era alcun elemento a favore di un carcinoma gastrico che potesse incidere sulla permeabilità dei tessuti; che anzi i tessuti risultavano, dato altrettanto pacifico, come ispessiti e non già più deboli.

Infine, le ricorrenti hanno criticato l’erronea applicazione della regola dell’onere probatorio, secondo cui la prova della mancata imputabilità della causa lesiva era a loro carico.

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 19188 del 2020, ha ritenuto i motivi fondati e ha accolto il ricorso cassando con rinvio la decisione impugnata.

La motivazione

Quanto al primo motivo il Collegio ha osservato che la censura relativa alla violazione dell’articolo 2947 c.c. può essere accolta, ma non perché la responsabilità della ASL sia di natura contrattuale, conclusione questa che presuppone che il contratto, stipulato dalla madre, ha effetti protettivi nei confronti delle figlie, che dunque possono agire da contratto anche esse.  

La figura del contratto con effetti protettivi verso terzi è utilizzata dalla Suprema Corte solo con riguardo al contratto della gestante con l’ospedale, e dunque per riconoscere al padre del nascituro ed a quest’ultimo l’azione da contratto in caso di inadempimento, mentre è escluso che la figura possa servire in fattispecie diverse da quella (Corte di cassazione, 11.5.2009, n. 10741; Corte di cassazione 18.4.2019, n. 10812; Corte di cassazione, 20.3.2015, n. 5590; Corte di cassazione, 8.7.2020, n. 14258).

A dire del Collegio, tuttavia, le acquisizioni di questa giurisprudenza vanno chiarite.

Il contratto con effetti protettivi verso terzi

La figura del contratto con effetti protettivi verso terzi è giustificata con l’argomento che il terzo ha un interesse identico a quello dello stipulante, un interesse che viene coinvolto dalla esecuzione del contratto nello stesso modo in cui è coinvolto l’interesse della parte contrattuale, del creditore della prestazione.

Nel contratto tra la struttura e la gestante, l’interesse di quest’ultima è la nascita del figlio: la donna si affida alla struttura sanitaria (o al medico) allo scopo di avere assistenza al parto.

L’esecuzione del contratto, si osserva, soddisfa (o lede, in caso di inadempimento) l’interesse dell’altro genitore allo stesso modo di come soddisfa (o lede) l’interesse della gestante contraente.

Non v’è dunque motivo di riconoscere azione da contratto all’una ed azione da delitto all’altro.

Il tema merita ovviamente approfondimenti maggiori, che non possono qui farsi, ma queste osservazioni bastano ad escludere che la figura possa ragionevolmente essere utilizzata nella fattispecie in esame: qui infatti l’interesse delle figlie non è il medesimo di quello dedotto in contratto dalla madre.

Quest’ultima si era affidata alla struttura per la cura della salute, e l’inadempimento della obbligazione assunta dalla struttura ha leso due beni diversi: la salute, per l’appunto, della donna (o la vita, più precisamente), ed il rapporto parentale invece quanto alle figlie.

Manca, quindi, la ragione che giustifica la figura degli effetti protettivi verso terzi: l’identità dell’interesse coinvolto dalla esecuzione del contratto.

È da accogliersi l’altra ragione del motivo in esame, ossia il vincolo che per la prescrizione deriva dalla archiviazione del procedimento penale.

Infatti, qualora per un atto illecito, astrattamente configurabile come reato, sia intervenuto in sede penale decreto di archiviazione, il giudice civile non può sovrapporre alla veste formale di tale provvedimento una valutazione sostanziale ed equipararlo alla sentenza di proscioglimento, con conseguente applicazione della seconda parte del comma 3 dell’art. 2947 c.c., poiché tale ultima norma non contempla l’archiviazione tra i presupposti che giustificano il regime ivi disciplinato (Corte di cassazione, n. 6858/ 2018).

Ossia, la decisione resa in sede penale che impedisce l’applicazione alla domanda civile del più lungo termine di prescrizione, quello proprio del reato ipotizzato, è solo la sentenza irrevocabile, in quanto contiene un accertamento negativo del reato, accertamento che ha riflessi dunque sull’azione civile, escludendo che essa possa, per l’appunto, beneficiare del termine proprio di un reato insussistente.

Invece, il solo decreto di archiviazione non impedisce al giudice civile di compiere una propria valutazione circa la sussistenza o meno del fatto di reato, al fine di individuare il termine di prescrizione applicabile, che potrà essere o quello quinquennale di cui al comma 1 dell’articolo 2947 c.c. o quello maggiore eventualmente ricollegabile al reato, ai sensi della prima parte del comma 3, con decorrenza in ogni caso dalla data dell’illecito.

In riferimento alla ulteriore doglianza il Collegio ha precisato che per comprenderne la fondatezza occorre considerare che, da un punto di vista probatorio, la regola fissata da questa corte quanto alla prova sufficiente del nesso causale è quella del “più probabile che no”, in base alla quale si considera raggiunto l’accertamento del nesso causale solo che emerga che è più probabile che il fatto indicato come antecedente abbia causato l’evento, anziché no.

Questo accertamento, ossia della probabilità che la causa dell’evento sia quella, può essere raggiunto anche mediante presunzioni, e non necessariamente attraverso prove dirette.

Lo stesso Tribunale ha fatto uso di presunzioni per ritenere non raggiunta la prova del nesso causale, ricorrendo alle valutazioni contenute nel decreto di archiviazione, che altro non erano se non elementi da cui il giudice civile ha tratto la convinzione che non si potesse giungere all’affermazione della condotta dei sanitari come causa del decesso.

Ma nell’uso di queste presunzioni, il Tribunale è incorso in violazione delle regole che presiedono al giudizio induttivo.

Esse sono riassumibili come segue: devono considerarsi tutti gli elementi indicativi emersi dalla istruttoria, e non solo alcuni di essi; gli elementi assunti come indicativi devono poi essere gravi precisi e concordanti.

Ha ritenuto il Collegio che il giudizio probatorio sul nesso causale avrebbe dovuto essere condotto con l’ausilio di presunzioni che tenessero conto di tutti gli elementi indicativi esistenti in atti ed utilizzabili per la decisione, anziché assumere come dirimente un dato indicato nel decreto di archiviazione e porlo come esclusiva fonte di conoscenza.

Vai al testo integrale

Ecco il link a: Corte di cassazione, Sezione III Civile, ordinanza del 15 settembre 2020, n. 19188

 

 

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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