La legittimazione attiva dello studio legale associato alla richiesta di compenso per l’incarico svolto

Il cliente che conferisca l’incarico a un legale che fa parte di uno studio associato è tenuto a versare l’onorario al professionista e non allo studio di cui quest’ultimo fa parte, data la natura personale dell’attività oggetto del mandato professionale, a meno che l’associazione sia regolata da appositi accordi, che possono attribuire all’associazione medesima la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità dei rapporti.

 

Il principio è stato richiamato e fatto proprio dalla Corte di cassazione, Sezione II Civile, con l’ordinanza del 9 ottobre 2020, n. 21868, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato la decisione della Corte d’appello di Milano.

 

La premessa

Excursus (senza pretesa alcuna di esaustività) dell’evoluzione legislativa in materia di esercizio in forma associata della professione di avvocato

L’esercizio in comune dell’attività professionale fu regolamentato per la prima volta con la legge 23.11.1939, n. 1815, che consentiva l’esercizio in forma associata della professione da parte di persone abilitate, ma con l’obbligo di utilizzare esclusivamente la dizione di “studio tecnico, legale, commerciale, contabile, amministrativo o tributario” seguita dal nome e cognome e dai titoli professionali dei singoli associati (art. 1).
Ogni diversa forma di esercizio associato di attività professionale era vietata (art. 2).
Il divieto venne meno soltanto nel 1997 con l’abrogazione dell’art. 2 della legge n. 1815 del 1939 da parte dell’art. 24, comma 1, della legge 7.8.1997, n. 266, che al comma successivo rinviava la regolamentazione della materia ad un successivo decreto ministeriale, mai emanato (con conseguente permanente incertezza sul modello societario utilizzabile).
L’intera legge n. 1815 del 1939 è stata definitivamente abrogata soltanto dall’art. 10, comma 11, della legge n. 183 del 2011, ma prima di allora a disciplinare le società tra avvocati (e non quelle fra altri professionisti) è intervenuto il titolo II del d.lgs. 2.2.2001, n. 96, di attuazione della direttiva comunitaria 98/5/CE, che all’art. 16 dispone:
«L’attività professionale di rappresentanza, assistenza e difesa in giudizio può essere esercitata in forma comune esclusivamente secondo il tipo della società tra professionisti, denominata nel seguito società tra avvocati».
Il relativo modello societario è regolato dalle norme sulla società in nome collettivo di cui al capo III del titolo V del libro V del codice civile.
In sintesi, la disciplina introdotta dal d.lgs. n. 96 del 2001 prevede che la società tra avvocati abbia quale oggetto esclusivo l’esercizio in comune della professione da parte dei propri soci (art. 17), tutti necessariamente in possesso del titolo di avvocato (art. 21, comma 1).
La società deve essere iscritta nel registro delle imprese (nella sezione speciale relativa alle società tra professionisti, con funzione di pubblicità notizia) e all’albo degli avvocati, nell’apposita sezione speciale (artt. 16 e 27).
La ragione sociale deve contenere l’indicazione di “società tra avvocati” (nota anche con l’acronimo STA); la partecipazione ad una STA è incompatibile con la partecipazione ad altra STA (art. 21, comma 2);
L’amministrazione spetta ai soci (a ciascuno di essi disgiuntamente dagli altri, fatta salva eventuale diversa pattuizione) e non può essere affidata a terzi (art. 23).
Non è soggetta a fallimento (art. 16, comma 3).
Ai sensi dell’art. 24, comma 1, l’incarico professionale conferito alla società tra avvocati può essere eseguito solo da uno o più soci in possesso dei requisiti per l’esercizio dell’attività professionale richiesta.
Secondo l’art. 26, comma 1, il socio o i soci incaricati sono personalmente e illimitatamente responsabili per l’attività professionale svolta in esecuzione dell’incarico, mentre la società risponde con il suo patrimonio.
Sancita anche la responsabilità disciplinare della società (ai sensi dell’art. 30 essa risponde delle violazioni delle norme professionali e deontologiche applicabili all’esercizio in forma individuale della professione forense; se la violazione commessa dal socio è ricollegabile a direttive impartite dalla società, la responsabilità disciplinare del socio concorre con quella della società).
Qualche anno dopo, il d.l. 4.7.2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4.8.2006, n. 248, ha eliminato in linea generale il divieto di esercizio professionale di tipo interdisciplinare stabilendo (art. 2, comma 1) che «In conformità al principio comunitario di libera concorrenza ed a quello di libertà di circolazione delle persone e dei servizi, nonché al fine di assicurare agli utenti un’effettiva facoltà di scelta nell’esercizio dei propri diritti e di comparazione delle prestazioni offerte sul mercato, dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali: (…) c) il divieto di fornire all’utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti, fermo restando che l’oggetto sociale relativo all’attività libero-professionale deve essere esclusivo, che il medesimo professionista non può partecipare a più di una società e che la specifica prestazione deve essere resa da uno o più soci professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità.».
La possibilità di costituire società di persone multidisciplinari è stata poi confermata, sempre in via generale (cioè non con specifico riferimento agli avvocati), dall’art. 10, comma 8, della legge n. 183 del 2011 – modificato dal d.l. 24.1.2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27.
Lo stesso articolo ha poi introdotto ulteriori novità nell’intento di favorire la liberalizzazione del fenomeno delle società tra professionisti.
Il comma 3 consente «la costituzione di società per l’esercizio di attività professionali regolamentate nel sistema ordinistico secondo i modelli societari regolati dal titolo V e VI de/libro V del codice civile», vale a dire anche secondo i modelli delle società di capitali o cooperative di professionisti con almeno tre soci.
Il comma 4 dispone che possono assumere la qualifica di “società tra professionisti” (nota anche con l’acronimo STP) le società il cui atto costitutivo preveda, tra l’altro, l’esercizio in via esclusiva dell’attività professionale da parte dei soci (lett. a), l’ammissione in qualità di soci dei soli professionisti iscritti ad ordini, albi e collegi, anche in differenti sezioni, nonché dei cittadini degli Stati membri dell’Unione europea, purché in possesso del titolo di studio abilitante, ovvero di soggetti non professionisti soltanto per prestazioni tecniche o per finalità di investimento, ma in ogni caso il numero dei soci professionisti e la partecipazione al capitale sociale dei professionisti deve essere tale da determinare la maggioranza di due terzi nelle deliberazioni o decisioni dei soci (lett. b).
Sempre il cit. comma 4 prevede che l’esecuzione dell’incarico professionale sia curata solo dai soci in possesso dei requisiti per l’esercizio della prestazione professionale richiesta (lett. c). Il comma 5 dispone che la denominazione sociale deve comunque contenere l’indicazione di “società tra professionisti”. Il comma 6 stabilisce l’incompatibilità in caso di partecipazione del socio a più STP.
Il comma 7 ribadisce l’obbligo dell’osservanza del codice deontologico del proprio ordine da parte dei soci professionisti e la soggezione della STP al regime disciplinare dell’ordine al quale risulta iscritta.
Tuttavia, il comma 9 del cit. art. 10 contiene una clausola di salvaguardia che ha determinato le incertezze interpretative che sono alla base del presente giudizio: «Restano salve le associazioni professionali, nonché i diversi modelli societari già vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge.».
E fra tali modelli societari vi è anche quello delineato, specificamente per la professione forense, dagli artt. 16 e ss. del d.lgs. n. 96 del 2001.
La citata legge n. 183 del 2011 si è limitata a dettare disposizioni di principio, demandando (art. 10, comma 10) l’attuazione delle materie non direttamente da essa disciplinate – ossia quelle di cui ai commi 4, lett. c), 6 e 7) – ad un regolamento da adottarsi dal Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico (tale disciplina attuativa è contenuta nel d.m. 8.2.2013, n. 34).
Nelle more dell’emanazione del decreto ministeriale è intervenuta la nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense, la legge n. 247 del 2012, poi modificata – per gli aspetti che in questa sede interessano – dall’art. 1, comma 141, della legge 4 agosto 2017, n. 124 (v. meglio infra).
Nella sua formulazione originaria la nuova legge professionale si limitava, all’art. 4, a prevedere che la professione forense potesse essere esercitata individualmente o con la partecipazione ad associazioni tra avvocati, demandando al Governo, con la disposizione delegante contenuta nel successivo art. 5, la disciplina dell’esercizio della professione forense in forma societaria nel rispetto di principi e criteri direttivi fra i quali annoverava il principio secondo cui l’esercizio della professione forense in forma societaria sarebbe stato consentito esclusivamente a società di persone, società di capitali o società cooperative, i cui soci fossero avvocati iscritti all’albo.
Restava, quindi, esclusa la partecipazione di soci di mero investimento o di soci non abilitati all’esercizio della professione forense. Inoltre, sempre il cit. art. 5 inseriva tra i principi e i criteri direttivi della delega anche la previsione che alla società tra avvocati si applicassero, in quanto compatibili, le disposizioni sull’esercizio della professione di avvocato in forma societaria di cui al summenzionato d.lgs. n. 96 del 2001. In tal modo ne confermava espressamente la vigenza, consentendo di superare i dubbi a riguardo derivanti dall’art. 2, comma 1, del cit. dl. 4.7.2006, n. 223, che – con disposizione generale valevole per tutte le libere professioni – aveva abrogato il divieto di fornire all’utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti.
Infine, l’art. 1, comma 141, della legge 4 agosto 2017, n. 124, al dichiarato scopo di garantire una maggiore concorrenzialità nell’ambito della professione forense, ha modificato le previsioni della legge di riforma dell’ordinamento forense n. 247 del 2012 sulle associazioni tra avvocati e multidisciplinari di cui all’art. 4 (eliminando il limite della partecipazione dell’avvocato ad una sola associazione) e, previa abrogazione espressa del cit. art. 5 della legge professionale (che, come detto, conteneva la delega legislativa al Governo per la disciplina dell’esercizio della professione forense in forma societaria, delega poi scaduta), ha nuovamente modificato la disciplina dell’esercizio in forma societaria della professione forense inserendo nella legge n. 247 del 2012 l’art. 4-bis.
Quest’ultimo conferma l’ammissibilità delle società di persone, di capitali o cooperative iscritte in un’apposita sezione speciale dell’albo tenuto dall’ordine territoriale nella cui circoscrizione ha sede la stessa società; vieta la partecipazione societaria tramite società fiduciarie, trust o per interposta persona (comma 1) e, al comma 2, lett. a), prevede che «i soci, per almeno due terzi del capitale sociale e dei diritti di voto, devono essere avvocati iscritti all’albo, ovvero avvocati iscritti all’albo e professionisti iscritti in albi di altre professioni.
Il venire meno di tale condizione costituisce causa di scioglimento della società e il consiglio dell’ordine presso il quale è iscritta la società procede alla cancellazione della stessa dall’albo, salvo che la società non abbia provveduto a ristabilire la prevalenza dei soci professionisti nel termine perentorio di sei mesi».
Si prevede poi che la maggioranza dei membri dell’organo di gestione debba essere composta da soci avvocati (lett. b) e che i componenti dell’organo di gestione non possano essere estranei alla compagine sociale; i soci professionisti possono rivestire la carica di amministratori (lett. c).
Il comma 3 dispone che, anche nel caso di esercizio della professione forense in forma societaria, resta fermo il principio della personalità della prestazione professionale.
L’incarico può essere svolto soltanto da soci professionisti in possesso dei requisiti necessari per lo svolgimento della specifica prestazione professionale richiesta dal cliente, i quali assicurano per tutta la durata dell’incarico la piena indipendenza e imparzialità, dichiarando iniziali o sopravvenuti conflitti di interesse o casi di incompatibilità.
Il comma 4 ribadisce il concorso della responsabilità della società r\ e dei soci con quella del professionista che ha eseguito la specifica prestazione.
Il comma 5 dispone che la sospensione, cancellazione o radiazione del socio dall’albo costituisce causa di esclusione dalla società.
Il comma 6 ribadisce, infine, che le società sono in ogni caso tenute al rispetto del codice deontologico forense e sono soggette alla competenza disciplinare dell’ordine di appartenenza.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che lo “Studio Deogratia & Associati – Associazione Professionale”, in persona del legale rappresentante, avv. Caio Deogratia, conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Lodi il Comune di Utopia Lombarda, quale amministratore di sostegno di Velia Tarquinio, al fine di ottenere il pagamento della somma di € 12.240,00, somma al cui pagamento era tenuta la Tarquinio, quale compenso per l’attività professionale svolta in suo favore.

Poiché l’Associazione professionale non aveva mai percepito alcun acconto, chiedeva all’amministratore di sostegno il pagamento delle spettanze sino a quel momento maturate, come da apposita nota specifica, senza che però tale richiesta avesse avuto alcun seguito.

Nella contumacia dei convenuti, nel corso del giudizio di primo grado interveniva il decesso dI Velia Tarquinio ed il processo era riassunto nei confronti di Tizio, quale erede legittimo della parte defunta.

Il Tribunale di Lodi, con la sentenza n. 130 del 2012 rigettava le domande ed a seguito di interposto appello, la Corte d’Appello di Milano, con la sentenza n. 3640 del 2015, sempre nella contumacia dell’appellato, rigettava il gravame.

Andava infatti confermata la correttezza della soluzione del Tribunale che aveva escluso che lo studio associato fosse legittimato a pretendere il pagamento di compensi derivanti da attività difensiva svolta sulla base di mandati difensivi conferiti in proprio, in primo grado, all’avv. Deogratia ed all’avv. Rutilia Gaio, ed in appello, all’avv. Deogratia ed all’avv. Decia Bruto, come confermato anche dal fatto che le richieste stragiudiziali erano state avanzate solo dal Deogratia.

I giudici di appello, a fronte della doglianza dell’appellante, che ribadiva come tutti i professionisti occupatisi della difesa della Tarquinio erano appartenenti all’associazione professionale, ri-evavano che non emergeva che l’incarico fosse stato conferito ad una società di professionisti, né tale circostanza era stata specificamente dedotta dalla difesa dell’appellante, il quale non aveva in alcun modo chiarito come fosse regolato il rapporto tra i vari professionisti associati e l’associazione professionale, elemento indefettibile per configurare una legittimazione auto-noma dell’associazione a stare in giudizio in persona dei suoi componenti.

La sentenza di prime cure meritava poi conferma anche nella parte in cui aveva disatteso la domanda nei confronti del Comune, non essendo stato chiarito a che titolo l’amministratore di sostegno dovesse rispondere dei debiti del-la propria amministrata.

Il giudice d’appello ha chiarito che il rappresentante non può essere chiamato a rispondere dei debiti assunti dal rappresentato, quand’anche l’amministratore di sostegno abbia il compito di sostituirsi al beneficiario nel compimento dell’attività negoziale ovvero nell’adempimento delle obbligazioni – il che esclude che il Comune possa rispondere in proprio per debiti assunti dalla Tarquinio.

In particolare, risulta in realtà assorbente il rilievo per cui, una volta pervenutosi al rigetto della domanda dello studio associato rivolta nei confronti della Tarquinio, per il rilievo del difetto di titolarità del diritto di credito in capo allo studio, resta precluso al ricorrente anche il diritto di agire nei confronti dell’amministratore di sostegno, quand’anche si volesse prospettare una sua responsabilità per inadempimento rispetto ai doveri gestori scaturenti all’incarico conferito, posto che solo l’effettivo titolare del diritto di credito rimasto inadempiuto, potrebbe dolersi di un’eventuale negligenza.

Per la cassazione della decisione d’appello, lo studio “Studio Deogratia & Associati – Associazione Professionale” ha proposto ricorso articolato in quattro motivi.

I motivi di ricorso

Per quanto è qui di interesse, parte ricorrente con il primo motivo ha lamentato la violazione e falsa applicazione degli artt. 1703 c.c. e dell’art. 83 c.p.c.

Una volta riconosciuto che il mandato alle liti era stato conferito a professionisti facenti parte dell’associazione professionale che ha agito in questa sede, la sentenza impugnata ha erroneamente escluso la legittimazione di quest’ultima a pretendere il pagamento dei relativi compensi professionali.

A dire della ricorrente la Tarquinio si era, infatti, rivolta allo studio associato per ricevere assistenza professionale, ed era quindi per lei irrilevante accertare chi fosse il professionista incaricato poi della difesa tramite la procura.

Le regole che reggono l’attività dell’associazione professionale sono poi ricavabili dalla disciplina delle società di persone, la quale impone di ritenere che la società, così come ogni singolo socio, sono responsabili in solido per le cause acquisite.

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 21868 del 2020, ha ritenuto il motivo non fondato e ha rigettato il ricorso.

La motivazione

Sul punto il Collegio ha osservato che Rileva benché anche in appello si facesse riferimento alle regole dettate in materia di società e specificamente di società di professionisti, non risulta fornita la prova che effettivamente il Deogratia e gli altri professionisti che hanno svolto la loro attività a seguito del rilascio della procura da parte della de cuius, avessero effettivamente dato vita ad una società tra avvocati, emergendo, dalla stessa denominazione riferita al soggetto attore, quale riportata nello stesso ricorso che i vari legali si fossero limitati a dare vita ad un’associazione professionale.

Nel rinviare alla puntuale ricostruzione operata da Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civile, con la sentenza del 19 luglio 2018, n. 19282, in commento in: «Esercizio della professione forense in forma associata: dal 2018 sì alle società multidisciplinari ma …» delle vicende normative che hanno segnato il superamento, per gli avvocati, del divieto di costituzione di società tra professionisti, va ricordato come, anche a seguito delle ultime modifiche normative, in caso di esercizio della professione in forma associata, la legge ribadisce la salvezza del principio di prestazione personale della professione (art. 4-bis, comma 3, L. 124/2017), così che l’incarico conferito alla società può essere svolto solo dai soci professionisti con le competenze richieste dalla natura della prestazione, assicurandone indipendenza e imparzialità per tutta la durata dell’incarico, il che smentisce a monte la condivisibilità dell’affermazione di parte ricorrente secondo cui fosse privo di rilevanza il fatto che il mandato fosse stato rilasciato a specifici professionisti, dovendo invece reputarsi che la sola appartenenza allo studio associato attribuisse il credito alla asserita società.

Trattasi però di affermazione che non può avere seguito, sia perché non risulta dimostrato che fosse stata effettivamente costituita, nei limiti in cui era consentito dalla normativa vigente ratione temporis, una società tra avvocati e che tutti i professionisti ai quali era stato rilasciato il mandato ne erano effettivamente soci, sia perché, come correttamente rilevato in sentenza, non era stata fornita la prova che la Tarquinio, pur rilasciando le procure ai singoli legali, avesse inteso comunque instaurare un rapporto direttamente con la società.

Rileva al riguardo il principio affermato dalla Suprema Corte (Corte di cassazione, n. 17718/2019), secondo cui il rispetto del principio di personalità della prestazione, che connota i rapporti di cui agli artt. 2229 e ss. c.c., ben può contemperarsi con l’autonomia riconosciuta allo studio professionale associato, al quale può essere attribuita la titolarità dei diritti di credito derivanti dallo svolgimento dell’attività professionale degli associati allo studio, non rientrando il diritto al compenso per l’attività svolta tra quelli per i quali sussiste un divieto assoluto di cessione, sempre che però dagli accordi intervenuti tra gli associati emerga una specifica volontà di attribuire il diritto ad esigere il compenso allo studio associato.

In motivazione si è, infatti, rilevato che, alla luce dei più recenti sviluppi della giurisprudenza della Cassazione, deve ormai reputarsi superato l’orientamento, pur manifestato in alcune pronunce di legittimità, a mente del quale (cfr. Corte di cassazione, n. 15633/2006) l’associazione tra professionisti – nella specie, tra avvocati – non configurandosi come centro autonomo di interessi dotato di propria autonomia strutturale e funzionale, né come ente collettivo, non assume la titolarità del rapporto con i clienti, in sostituzione ovvero in aggiunta al professionista associato).

La stessa difesa del ricorrente ricorda come sia avvenuta l’assimilazione da parte delle decisioni più recenti di questa Corte dell’associazione tra professionisti, sub specie di studio associato, all’associazione ex art. 36 c.c., assimilazione dalla quale si è tratta la conclusione per la quale (cfr. Corte di cassazione, n. 15694/2011) poiché l’art. 36 cod. civ. stabilisce che l’ordina-mento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati, che ben possono attribuire all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità di rapporti, poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati, ne consegue che, ove il giudice del merito accerti tale circostanza, sussiste la legittimazione attiva dello studio professionale associato – cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomo centro d’imputazione di rapporti giuridici – rispetto ai crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti a favore del cliente conferente l’incarico, in quanto il fenomeno associativo tra professionisti può non essere univocamente finalizzato alla divisio-ne delle spese ed alla gestione congiunta dei proventi (conf. in Corte di cassazione, n. 15417/2016; Corte di cassazione, n. 8768/2018 che ha ribadito l’assimilazione della figura in esame alle associazioni non riconosciute).

Gli enunciati principi sono stati ribaditi anche dalla successiva giurisprudenza di legittimità che ha confermato che (Corte di cassazione, Sezione II Civile, con l’ordinanza del 29 aprile 2020, n. 8358, in commento in: «Associazione professionale tra avvocati: titolarità dei crediti in caso di contestazione») di norma il cliente che conferisca l’incarico a un legale che fa parte di uno studio associato è tenuto a versare l’onorario al professionista e non allo studio di cui quest’ultimo fa parte, data la natura personale dell’attività oggetto del mandato professionale, a meno che l’associazione sia regolata da appositi accordi, che possono attribuire all’associazione medesima la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità dei rapporti.

Il giudice di merito deve accertare tale circostanza analizzando lo statuto dell’associazione (conf. Corte di cassazione, n. 7898/2020, secondo cui l’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati, i quali hanno la facoltà di attribui-re all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e acquisire la titolarità di rapporti poi delegati ai singoli aderenti e a essi personalmente curati, così che laddove gli associati abbiano deciso per tale soluzione, sussiste la legittimazione dello studio professionale associato rispetto ai crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti a favore del cliente che ha conferito l’incarico; conf. Corte di cassazione, Sezione II Civile, con l’ordinanza del 17 febbraio 2020, n. 3850, in commento in: «Recupero credito professionale: la legittimazione attiva dello studio professionale associato»; Corte di Cassazione, Sezione II Civile, con la sentenza del 25 luglio 2019, n. 20185, in commento in: «Studio associato: legittimazione attiva sui i crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti»).

Vai al testo integrale

Ecco il link a: Corte di cassazione, Sezione II Civile, ordinanza del 9 ottobre 2020, n. 21868

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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