Lavori di riparazione dell’immobile compiuti dal detentore e interversione del possesso ai fini dell’usucapione

I lavori di riparazione e di modifica dell’immobile posti in essere dal detentore non possono essere identificati come un’opposizione inequivocabilmente rivolta contro il possessore, e quindi dar luogo alla interversione del possesso, quando dalla prova assunta non sia dato desumere con certezza che i lavori medesimi possano essere riferiti all’iniziativa esclusiva del detentore.

Ciò perché la interversione del possesso, pur potendo realizzarsi mediante il compimento di attività materiali che manifestino inequivocabilmente l’intenzione di esercitare il possesso esclusivamente nomine proprio, deve comunque potersi configurare come una opposizione sostanzialmente rivolta contro il possessore e cioè contro colui per conto del quale la cosa e detenuta.

Il principio di diritto è stato richiamato e fatto proprio dalla Corte di cassazione, Sezione II Civile, con la sentenza del 24 novembre 2020, n. 26688, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato la decisione della Cort d’appello di Genova.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che la Corte d’appello di Genova ha confermato la pronuncia di primo grado emessa dal Tribunale di Genova, e ha condannato Caio Catone, disattendendo l’eccezione di usucapione da lui proposta, a rilasciare ai proprietari, Gaio Pompeo e Mevia Lucullo, un immobile da lui occupato, sito in Genova.

L’immobile era pervenuto in proprietà a Gaio Pompeo e Mevia Lucullo quali eredi, rispettivamente in qualità di figlio e in qualità di moglie, dell’originario attore, deceduto nel corso del giudizio di primo grado, Massimo Pompeo.

A quest’ultimo l’immobile era pervenuto per successione alla propria madre, sig.ra Pompilia, sorella della sig.ra Sempronia in Catone, madre di Caio Catone.

Caio catone, nel resistere alla domanda di rilascio svolta da Massimo Pompeo, dedusse di avere usucapito l’immobile per avervi ininterrottamente abitato fin dalla nascita, per oltre settant’anni, prima con sua madre e, dopo la morte di costei, da solo, provvedendo altresì a tutte le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria, nel totale disinteresse dei proprietari dei cespite.

Il Tribunale di Genova, con sentenza del 2012, rigettò l’eccezione di usucapione affermando che l’occupazione dell’immobile da parte di Caio dipendeva da quella di sua madre, con cui egli aveva coabitato fino alla morte della stessa, e che l’occupazione dell’immobile da parte della sig.ra Sempronia, a propria volta, non era sorretta dall’animus possidendi, in quanto si fondava sulla permissio domini, in quanto vi era stata molti anni addietro una scrittura privata, dopo la morte del capostipite, tra sorelle che assegnava l’immobile non a Sempronia.

La Corte d’appello di Genova ha rigettato l’impugnazione sul rilievo che la durata, pur molto lunga, della occupazione dell’immobile da parte di Caio Catone – nonché, finché visse, della di lui madre Sempronia – non era incompatibile con la ricostruzione della vicenda operata dal Tribunale in termini di tolleranza dei proprietari all’occupazione del cespite e ciò alla stregua del principio giurisprudenziale secondo il quale “la lunga durata del godimento di un bene altrui può integrare un elemento presuntivo nel senso dell’esclusione della tolleranza solo al di fuori dell’ambito dei rapporti di parentela”.

A questo punto Caio Catone ha proposto ricorso per la cassazione con atto articolato in tre motivi.

I motivi di ricorso

Con il primo motivo il ricorrente ha dedottola violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1158 e 2697 c.c., omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, difetto di motivazione e denunciato l’errore in cui la Corte di appello sarebbe incorsa ritenendo l’usucapione preclusa dalla tolleranza dei proprietari del compendio immobiliare.

Il ricorrente – dopo aver richiamato il consolidato principio giurisprudenziale (ex multis, da ultimo, Corte di cassazione, n. 2706/2019) secondo cui, “una volta dimostrata la sussistenza del possesso, spetta a coloro che lo contestano l’onere di provare che esso derivi da atti di tolleranza”, ha argomentato che i giudici di merito avrebbero errato nel ritenere che il possesso fosse imputabile ad atti di tolleranza in assenza di elementi probatori a sostegno della loro decisione.

Con il secondo motivo il ricorrente ha lamentato la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1164c.c., omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, difetto di motivazione e denunciato l’errore in cui la Corte di appello sarebbe incorsa escludendo la rilevanza – ai fini dell’interversione del possesso – dei lavori di manutenzione straordinaria eseguiti da Caio Catone e ritenendo tali lavori contemplati nell’accordo per il godimento dell’immobile concesso dai familiari.

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata sentenza n. 26688 del 2020 ha ritenuto i motivi non fondati e ha rigettato il ricorso.

La motivazione

Il Collegio, quanto alla prima doglianza, ha rilevato che essa è carente di specificità, in quanto non indica l’epoca di esecuzione dei lavori manutentivi effettuati da Caio, né deduce, quanto meno, l’anteriorità di tali lavori al ventennio precedente l’introduzione della domanda di rilascio, così ponendo la Corte nella impossibilità di apprezzare la rilevanza anche meramente astratta.

In secondo luogo, il motivo attinge un giudizio di fatto della Corte d’appello, che si pone in contrasto con il principio secondo il quale “in tema di interversione idonea a trasformare la detenzione in possesso, l’accertamento, in concreto, dei suoi estremi integra un’indagine di fatto, rimessa al giudice di merito, sicché nel giudizio di legittimità non può chiedersi alla Corte di cassazione di prendere direttamente in esame la condotta della parte, al fine di trarne elementi di convincimento, ma si può solo censurare, per omissione o difetto di motivazione, la decisione di merito che abbia del tutto trascurato o insufficientemente esaminato la questione di fatto della interversione (Corte di cassazione, n. 27521/2011).

Il Collegio ha, altresì rilevato che il motivo è anche astrattamente infondato, giacché l’argomentazione del ricorrente contrasta con il risalente insegnamento della Cassazione (Corte di cassazione, n. 1446/1978) che «i lavori di riparazione e di modifica dell’immobile posti in essere dal detentore non possono essere identificati come un’opposizione inequivocabilmente rivolta contro il possessore, e quindi dar luogo alla interversione del possesso, quando dalla prova assunta non sia dato desumere con certezza che i lavori medesimi possano essere riferiti all’iniziativa esclusiva del detentore».

Ciò perché la interversione del possesso, pur potendo realizzarsi mediante il compimento di attività materiali che manifestino inequivocabilmente l’intenzione di esercitare il possesso esclusivamente nomine proprio, deve comunque potersi configurare come una opposizione sostanzialmente rivolta contro il possessore e cioè contro colui per conto del quale la cosa e detenuta.

Vai alla decisione

Ecco ilo link a: Corte di cassazione, Sezione II Civile, sentenza del 24 novembre 2020, n. 26688

 

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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