Il compenso per le attività stragiudiziali è dovuto anche se l’avvocato ha prestato la sua opera in giudizio

I rimborsi ed i compensi previsti per le prestazioni stragiudiziali sono dovuti dal cliente anche se il professionista abbia prestato la sua opera in giudizio, sempre che dette prestazioni non siano connesse e complementari con quelle giudiziali, sì da costituirne il naturale completamento.

 

Il principio è stato ribadito dalla Corte di cassazione, Sezione II Civile, con l’ordinanza del 7 ottobre 2020, n. 21565, mediante la quale ha accolto il ricorso e cassato con rinvio la decisione della Corte d’appello di Sassari.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che l’avv. Decimo Pompeo ha proposto ricorso monitorio dinanzi al Tribunale di Sassari, chiedendo di ingiungere a Fidenzia Capua il pagamento di euro 50.651,47, a titolo di compensi maturati:

  1. per l’attività stragiudiziale concernente il sinistro occorso in data 4.7.2006;
  2. per la redazione di una scrittura privata di compravendita del 1.7.2003;
  3. per l’assistenza nella pratica di successione del marito della resistente e di divisione dei beni in comproprietà dei coniugi, oltre che di quelli caduti in successione;
  4. per l’attività svolta nel successivo giudizio di divisione dinanzi al tribunale di Sassari.

Avverso l’ingiunzione di pagamento n. 8XX/2010, Fidenzia Capua ha proposto opposizione, eccependo il pagamento delle somme richieste per le attività relative al sinistro e la prescrizione presuntiva del residuo credito, assumendo di aver versato un acconto di euro 15.000,00.

Il Tribunale ha accolto parzialmente l’opposizione e, disposta la revoca del decreto ingiuntivo, ha liquidato il compenso in euro 16.627,35, oltre accessori, con aggravio di spese a carico dell’opponente.

Avendo l’avvocato Decimo Pompeo interposto appello, la Corte di appello di Sassari, con la sentenza n. 260 del 2016, ha condannato l’appellata al pagamento di ulteriori euro 6.300,00 a titolo di compenso e di euro 520,50, quali spese sostenute per il parere di congruità rilasciato dal Consiglio dell’ordine professionale.

Per quanto ancora rileva, il giudice di appello ha valutato unitariamente tutta l’attività svolta per la pratica successoria, determinando l’ammontare del compenso in applicazione della tariffa giudiziale, sull’assunto che:

  1. la proposizione del giudizio divisorio era inevitabile sin dal momento dell’incarico, poiché il de cuius aveva redatto due testamenti, entrambi lesivi della legittima spettante alla Capua;
  2. i contatti intrattenuti dal difensore con le altre parti, diretti alla definizione della controversia divisoria, avevano avuto esito negativo, sicché era stato necessario instaurare il giudizio;
  3. non era individuabile un separato interesse della cliente alla trattazione della pratica successoria rispetto a quello concernente la quota ad essa spettante, non avendo rilievo che la procura fosse stata rilasciata solo ex post.

Per la cassazione della sentenza d’appello, l’avv. Decimo Pompeo ha proposto ricorso in due motivi, illustrati con memoria.

I motivi di ricorso

Con il primo motivo il ricorrente ha dedotto la violazione degli artt. 132, comma secondo, n. 4 e 115 c.p.c., nonché degli artt. 2, comma primo, capitolo III, D.M. 127/2004, ai sensi dell’art. 360, comma primo, n. 3 e 5 c.p.c., per aver la sentenza d’appello valutato unitariamente l’attività svolta per la pratica successoria in virtù di una presunta unitarietà dell’interesse della cliente alla definizione della controversia e all’inevitabilità del giudizio, finendo per adottare una motivazione per relationem, senza alcun autonomo apprezzamento e alcun vaglio critico delle argomentazioni del primo giudice e delle stesse risultanze processuali.

Con il secondo motivo il ricorrente ha denunciato l’omesso esame di più fatti decisivi per il giudizio, ai sensi dell’art. 360, comma primo, n. 5 c.p.c., per aver la Corte d’appello applicato la tariffa giudiziale senza riconoscere un autonomo compenso per le attività stragiudiziali relative alla pratica successoria, non considerando che:

  1. la resistente aveva conferito l’incarico per la sola attività stragiudiziale nell’agosto del 2003;
  2. il difensore aveva intrattenuto rapporti telefonici ed epistolari con le controparti ed aveva assistito la Capua nei rapporti con le banche, ottenendo lo svincolo delle somme depositate sui conti del de cuius, inoltrando richieste e solleciti scritti e recandosi presso gli istituti di credito per tutte le attività consequenziali;
  3. sempre l’avvocato Decimo Pompeo era intervenuto nella fase di valutazione dei beni dell’asse e durante le trattative per pervenire ad una valutazione condivisa del valore dei cespiti;
  4. le attività stragiudiziali si erano protratte per lungo periodo, a conferma che la lite non era affatto inevitabile, ed erano risultate proficue, mentre solo nel corso del 2006, la Capua aveva revocato l’incarico, ritirando la documentazione in possesso del difensore, salvo poi a rilasciare all’avvocato Pompeo la procura alle liti per instaurare la causa;
  5. il giudizio aveva riguardato solo una parte dei beni rientranti nell’asse, poiché per gli altri cespiti si era proceduto alla divisione consensuale, con la fattiva partecipazione del difensore.

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 21565 del 2020, ha ritenuto i motivi fondati e ha accolto il ricorso cassando con rinvio la decisione impugnata.

Il Collegio ha osservato che le argomentazioni della Corte d’appello palesano un non corretto utilizzo dei criteri elaborati dalla Suprema Corte per riconoscere un autonomo compenso per le attività stragiudiziali, criterio che non può consistere nella presunta inevitabilità della lite (non essendo pregiudicata, in linea di principio, la soluzione transattiva o bonaria della controversia, specie ove, come nel caso concreto, la violazione dei diritti della cliente risulti palese, dato che la Capua, pur essendo erede legittimaria, era stata estromessa dall’eredità), né nell’unitarietà dell’interesse del cliente (condizione quest’ultima che ricorre costantemente riguardo ad entrambe le tipologie di attività, volte sempre al risultato concretamente perseguito dal cliente), non avendo rilievo – di per sé – neppure l’esito negativo delle trattative.

Ai sensi dell’art. 2 della tariffa degli onorari e delle indennità spettanti agli avvocati in materia stragiudiziale civile, di cui al D.M. 127/2004, applicabile ratione temporis, i rimborsi ed i compensi previsti per le prestazioni stragiudiziali sono dovuti dal cliente anche se il professionista abbia prestato la sua opera in giudizio, sempre che dette prestazioni non siano connesse e complementari con quelle giudiziali, sì da costituirne il naturale completamento.

Tale connessione deriva dallo stesso tenore della tariffa, allorquando le prestazioni concretamente svolte siano esplicitamente catalogate tra le attività giudiziali: in tal caso, compete unicamente il compenso per l’assistenza giudiziale, con le eventuali maggiorazioni previste per la complessità delle questioni giuridiche trattate e per l’importanza della causa, tenuto conto dei risultati del giudizio e dell’urgenza richiesta (Corte di cassazione, n. 4411/1979; Corte di cassazione, n. 6214/1992; Corte di cassazione, n. 14770/2007; Corte di cassazione, n. 14443/2008).

Sebbene – in generale – rientri fra le prestazioni giudiziali anche l’attività finalizzata alla conclusione di una transazione che ponga termine alla lite, ancorché la definizione della controversia abbia avuto luogo non sotto forma di conciliazione davanti al giudice, ma mediante un negozio extraprocessuale (Corte di cassazione, n. 25675/2009), nel caso in esame non poteva omettersi di accertare (specie per talune delle prestazioni elencate in ricorso, quali – in via esemplificativa – contatti ed incontri con gli istituti di credito, svincolo, riscossione e ripartizione delle somme depositate sui conti del de cuius, etc. etc.) se esse trovassero corrispondenza nella tariffa giudiziale (Corte di cassazione, n. 4441/1977; Corte di cassazione, n. 3292/1975), in relazione alle tipologie ivi contemplate, stabilendo – più in generale – per quanto compiuto dal difensore nella fase anteriore all’instaurazione del giudizio (sulla base di un autonomo mandato, poi revocato), quali prestazioni fossero strettamente funzionali o preordinate allo svolgimento di attività propriamente processuali o fossero ad esse complementari.

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Ecco il link a: Corte di cassazione, Sezione II Civile, ordinanza del 7 ottobre 2020, n. 21565

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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