False o mancate comunicazioni al cliente: avvocato sospeso per un anno

Integra inadempimento deontologicamente rilevante al mandato (art. 26 ncdf già art. 38 cdf) e violazione doveri di probità, dignità e decoro (art. 9 ncdf, già artt. 5 e 8 cdf) la condotta dell’avvocato che, dopo aver accettato incarichi difensivi ed aver ricevuto dal cliente somme a titolo di anticipi sulle relative competenze, abbia omesso di dare esecuzione al mandato professionale ed abbia altresì omesso di informare l’assistito ovvero gli abbia fornito false indicazioni circa lo stato delle stesse.

Il principio deontologico è stato affermato dal Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza del 30 dicembre 2019, n. 202, mediante la quale pur ritenendo legittima la decisione di responsabilità deontologica dell’incolpata ha provveduto a rideterminare, in melius, la sanzione irrogata.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Isernia, nel 2013, trasmetteva al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Isernia l’atto con il quale l’Avvocata Sempronia Seneca era stata rinviata a giudizio per i reati previsti e puniti dagli artt. 640 (Truffa), 476 e 482.

In particolare, l’Avv. Sempronia Seneca era imputata:

A) del reato p. e p. dagli artt. 81 cpv, 640, 61 n.11 c.p, perché, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, nella sua qualità di avvocato e nell’ambito di un mandato professionale conferitole da [TIZIA] per rappresentarla e difenderla in una procedura di espropriazione immobiliare incardinata dinanzi al Tribunale di Vasto e relativa alla vendita di un immobile di proprietà della [TIZIA], con artifizi e raggiri, consistiti nel farle credere falsamente di aver posto in essere le dovute iniziative giudiziarie presso il Tribunale di Vasto volte ad ottenere il sequestro dell’immobile, rassicurandola sul buon esito del giudizio da lei mai instaurato e consegnandole anche due falsi provvedimenti di magistrati del Tribunale di Vasto relativi alla predetta inesistente vertenza, inducendo in errore la [TIZIA] si faceva consegnare dal di lei figlio [CAIO] la somma di 400,00 euro per la definizione della procedura esecutiva, così procurandosi, con relativo danno per la [TIZIA], l’ingiusto profitto della somma predetta, il fatto commettendo con abuso di relazioni di prestazioni d’opera. In Venafro dal marzo 2008 al novembre 2009.

B) del reato p.e.p. dagli artt.81 cpv, 476 cpv, 482, 61 n.2 c.p., perché, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, falsificato e fatto falsificare una comunicazione di Cancelleria del Tribunale di Vasto all’avv. Seneca relativa a una inesistente ordinanza del Giudice [OMISSIS] (magistrato non più in servizio da anni al Tribunale di Vasto) nonché il dispositivo di sentenza del Giudice Istruttore della Sezione Civile del Tribunale di Vasto di accoglimento di un ricorso da lei mai proposto nell’interesse di [TIZIA], consegnando tali documenti contraffatti ai figli della [TIZIA], [CAIO] e [SEMPRONIO], al fine di eseguire il reato di cui al capo A).

Viste le risultanze probatorie costituite dalle prove documentali e dichiarative acquisite, il CDD di Campobasso, ritenuti provati i fatti di cui ai capi di incolpazione, applicava a carico dell’Avv. Sempronia Seneca la sanzione disciplinare della sospensione dell’esercizio dell’attività di avvocato per anni quattro, sanzione così determinata avuto riguardo alla previsione di cui all’art. 21, comma 3 del Codice Deontologico Forense.

L’avvocato Seneca proponeva, per il tramite del difensore nominato (avv. [OMISSIS] del Foro di Larino – cassazionista), tempestiva impugnazione avverso la suindicata decisione.

I motivi di ricorso

La difesa della ricorrente, in via principale ed in merito chiedeva:

  1. annullare le ordinanze di rigetto delle istanze difensive pronunciate dal CDD e procedere in conformità ad esse, e per l’effetto disporre, anche in sede di rinvio, la escussione dei testi indicati dalla difesa, ritualmente ammessi e revocati dal CDD;
  2. ritenere l’incolpata non responsabile per i fatti addebitatile per insussistenza degli illeciti disciplinari ritenuti integrati;
  3. qualora non la prosciolga dagli addebiti, ritenere la lieve entità delle infrazioni deontologiche con contestuale applicazione del richiamo verbale.

In via subordinata la ricorrente chiedeva:

  1. in applicazione della previsione di cui all’art. 22, comma 3 lettera a) del Codice Deontologico, applicare la sanzione edittale base attenuata, e quindi applicare l’avvertimento;
  2. in applicazione delle previsioni di cui all’art. 23, commi 1, 3 e 7 nonché 22, comma 3, lettera b) del Codice Deontologico, irrogare la sanzione disciplinare della censura;

Infine, in via ancor più gradata, chiedeva applicare il minimo edittale previsto dalle ipotesi deontologiche addebitate.

La ricorrente poneva a base della impugnazione proposta le seguenti questioni: legittimità costituzionale relativa alla inapplicabilità in materia disciplinare dell’istituto (penalistico) della continuazione e del conseguente regime del cumulo giuridico previsto in caso di concorso formale, che renderebbe “la legge forense” in contrasto con le previsioni di cui all’art. 3 e 27 della Costituzione; prescrizione dell’azione disciplinare; omessa riunione dei procedimenti pendenti innanzi al CDD nei confronti della incolpata; legittimo impedimento a comparire da parte della incolpata.

La decisione in sintesi

Il Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza n. 202 del 2019, ha ritenuto i motivi fondati solo nella parte riferita alla determinazione della sanzione irrogata e ha accolto il ricorso riducendo la sanzione alla sospensione dell’esercizio dell’attività di avvocato per anni uno.

La motivazione

Con riferimento alla eccezione di prescrizione dell’azione disciplinare, si deve premettere che la ricorrente non ha svolto un motivo specifico di censura, fermo restando che l’eccezione è infondata per plurime ragioni.

Ed invero, il dies a quo per la prescrizione dell’azione disciplinare va individuato nel momento della commissione del fatto solo se questo integra una violazione deontologica di carattere istantaneo che si consuma o si esaurisce al momento stesso in cui viene realizzata.

Ove invece, come nella fattispecie in esame, la violazione risulti integrata da una condotta protrattasi e mantenuta nel tempo, la decorrenza del termine prescrizionale ha inizio dalla data della cessazione della condotta. (cfr. tra le più recenti, CNF, sentenza n. 96 del 27.8.2018).

Inoltre, l’interruzione del termine quinquennale di prescrizione dell’azione disciplinare nei confronti degli esercenti la professione forense è diversamente disciplinata nei due distinti procedimenti del giudizio disciplinare.

Nel procedimento amministrativo trova applicazione l’art. 2945, primo comma cod. civ., secondo cui per effetto e dal momento dell’interruzione inizia un nuovo periodo di prescrizione.

Nella fase giurisdizionale davanti al Consiglio Nazionale Forense opera invece il principio dell’effetto interruttivo permanente di cui al combinato disposto degli artt. 2945, secondo comma e 2943 cod. civ., effetto che si protrae durante tutto il corso del giudizio e nelle eventuali fasi successive dell’impugnazione innanzi alle Sezioni Unite e del giudizio di rinvio fino al passaggio in giudicato della sentenza (Cfr CNF, sentenza n. 188 del 24.11. 2017; sentenza n. 175 del 21.11.2017).

In riferimento alla questione dell’efficacia del giudicato penale nel procedimento disciplinare il CNF ha osservato che la sentenza penale irrevocabile di assoluzione, pronunciata con la formula che il fatto non sussiste, comporta l’esclusione del verificarsi del fatto storico di cui alla fattispecie incriminatrice: da tale pronuncia consegue il proscioglimento dell’incolpato in sede disciplinare solo allorquando anche questo verta su quei medesimi fatti, sicché debba escludersi l’ontologica esistenza delle condotte deontologicamente rilevanti (CNF sentenza n. 83 del 14 aprile 2016).

Sta di fatto che, nella fattispecie in esame, i capi di imputazione e il reato contestato, oggetto della assoluzione in sede penale, non comportano l’esclusione del fatto storico oggetto della incolpazione in sede disciplinare.

Motivo per il quale, non può trovare accoglimento la dedotta rilevanza del giudicato penale come fatto impeditivo della valutazione deontologica.

Nel merito, la ricorrente ha censurato la erronea ricostruzione dei fatti da parte del CDD procedente e la omessa valutazione delle prove (sia documentali che dichiarative) acquisite durante il dibattimento.

Sta di fatto che il CDD ha fondato la propria decisione in ordine alla rilevanza deontologica del comportamento della incolpata sulla base delle testimonianze e degli altri elementi probatori acquisiti, ed alla stregua delle risultanze istruttorie ha affermato correttamente che “le vicende e gli accadimenti sono significativi di un comportamento professionale assolutamente censurabile”.

Non è superfluo rammentare che il Giudice della deontologia ha ampio potere discrezionale nel valutare la conferenza e la rilevanza delle prove dedotte in virtù del principio del libero convincimento, con la conseguenza che la decisione assunta in base alle testimonianze ed agli atti acquisiti in conseguenza degli esposti deve ritenersi legittima, allorquando risulti coerente con le risultanze documentali acquisite al procedimento, né determina nullità del provvedimento la mancata audizione di testimonianze ritenute ininfluenti ai fini del giudizio, per essere il collegio già pervenuto all’accertamento completo dei fatti da giudicare attraverso la valutazione delle risultanze acquisite in sede di istruttoria (CNF sentenza n. 60 del 25 maggio 2018; sentenza n. 57 del 10 maggio 2017; sentenza n. 84del 14 aprile 2016).

Inoltre, in tema di procedimento disciplinare a carico di avvocati, il CDD ha il potere di valutare la convenienza a procedere all’esame di tutti o di parte dei testimoni ammessi, e, quindi, di revocare l’ordinanza ammissiva e di dichiarare chiusa la prova, quando ritenga superflua la loro ulteriore assunzione perché in possesso, attraverso la valutazione delle risultanze acquisite, di elementi sufficienti a determinare l’accertamento completo dei fatti da giudicare (Corte di cassazione, SS.UU. sentenza n. 961 del 17 gennaio 2017).

Orbene, nella fattispecie in esame, il CDD ha correttamente ritenuto, oltre ogni ragionevole dubbio, il comportamento dell’incolpata connotato da gravi elementi di rilevanza disciplinare, motivando in maniera adeguata la propria decisione.

Il CDD presso la Corte d’Appello di Campobasso ha ritenuto che, nelle circostanze denunziate dall’esponente, l’incolpata non avesse svolto l’attività professionale con correttezza, diligenza, lealtà decoro, competenza bensì “in dispregio della reputazione e dell’immagine della professione forense”.

Inoltre, con la condotta tenuta, l’incolpata ha ingenerato nei clienti false aspettative e ha provocato ingenti danni materiali e morali, rappresentati dalla perdita dell’immobile di loro proprietà nella convinzione, invece, di averne conservato la esclusiva titolarità.

I concetti di probità, dignità e decoro costituiscono doveri generali e concetti guida, a cui si ispira ogni regola deontologica, giacché essi rappresentano le necessarie premesse per l’agire degli avvocati.

Come è noto, l’Avvocato deve svolgere la propria attività con lealtà e correttezza non solo nei confronti della parte assistita, ma anche verso i terzi in genere e verso la controparte.

Integra inadempimento deontologicamente rilevante al mandato (art. 26 ncdf già art. 38 cdf) e violazione doveri di probità, dignità e decoro (art. 9 ncdf, già artt. 5 e 8 cdf) la condotta dell’avvocato che, dopo aver accettato incarichi difensivi ed aver ricevuto dal cliente somme a titolo di anticipi sulle relative competenze, abbia omesso di dare esecuzione al mandato professionale ed abbia fornito all’assistito, a seguito delle sue ripetute richieste, false indicazioni circa lo stato delle cause.

Ancora, pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante il professionista che ometta di informare il cliente sullo stato della causa e, di conseguenza, sull’esito della stessa, così venendo meno ai doveri di dignità, correttezza e decoro della professione forense in violazione degli artt. 38, 40 e 42 c.d. (ora, rispettivamente, 26, 27 e 33 ncdf). Deve infatti ritenersi che un rapporto fiduciario, quale è quello che lega l’avvocato al suo cliente (art. 35 Cod. Deont. Forense, ora 11 ncdf) non può̀ tollerare alcun comportamento che violi un aspetto essenziale della “fiducia”, consistente nella completezza e verità delle informazioni destinate all’assistito.

Avuto riguardo alla determinazione della sanzione da irrogarsi, rilevano le previsioni di cui all’art. 21 e 22 del (nuovo) CDF: la prima in relazione agli indici da considerarsi per la commisurazione; la seconda, con riferimento alla diminuzione ovvero all’aumento in relazione alla minor ovvero maggior gravità della condotta.

on riferimento alle aggravanti, il Consiglio non potrebbe, in alcun caso, irrogare una sanzione più afflittiva in quanto meno favorevole per l’incolpato (fatta eccezione per la sola ipotesi di ricorso incidentale del pubblico ministero, prevista dal comma 5 dell’art. 50 del RDL 1578 del 1933).

Orbene, il CDD, valutata la condotta complessiva, la gravità delle violazioni e le circostanze soggettive e oggettive nel cui contesto sono state poste in essere, il pregiudizio morale ed economico subito dai client, il clamore della vicenda e il conseguente pregiudizio arrecato alla professione forense, i precedenti disciplinari della incolpata, ha irrogato la sanzione disciplinare della sospensione per quattro anni dall’esercizio della professione forense.

È stata accolta la richiesta di riduzione della sanzione, formulata dalla ricorrente.

La piena attuazione del principio del favor rei non può che portare alla necessaria rideterminazione della sanzione.

In coerenza con l’attuale sistema disciplinare e con la sostanziale portata afflittiva della sanzione disciplinare, i principi di equità e di giustizia sostanziale regolano le modalità di determinazione della sanzione applicabile in caso di molteplicità di illeciti e implicano l’assimilazione agli istituti tipici della sanzione penale, dovendosi fare riferimento nel calcolo a circostanze “aggravanti” od “attenuanti” oggettive e soggettive.

In definitiva, il CNF in riforma della decisione del CDD impugnata, ha ritenuto la sospensione per un anno come correttamente commisurata agli illeciti commessi trattasi di fattispecie complessa, atipica, grave, integrata anche da illeciti tipici (art. 26 27) per i quali è prevista la sanzione base della censura donde la correttezza della sospensione.

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Ecco il link a: Consiglio Nazionale Forense, sentenza del 30 dicembre 2019, n. 202

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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