Diritto + letteratura: Francesco Caringella e il giudice uomo davanti ad un altro uomo

Il brano che Diritto + Letteratura vi propone questa volta è tratto da “10 lezioni sulla giustizia” di Francesco Caringella.

E’ un libro edito da Mondadori, qui potete leggere la sinossi, che cerca di fornire risposta all’interrogativo: “È possibile che giudici che fanno lo stesso lavoro, hanno seguito gli stessi studi, hanno superato lo stesso concorso, applicano le stesse leggi, approdino, sugli stessi fatti e a fronte di identiche prove, a decisioni non solo diverse o molto diverse, ma del tutto antitetiche: assoluzione o condanna; libertà immediata o carcere a vita; inizio di una nuova esistenza o definitiva negazione di un futuro? Insomma, la giustizia è un orologio di precisione, come ci insegnano, o una macchina capricciosa, regolata dagli umori e dall’arbitrio?”

Nel leggerlo abbiamo, spinti dall’autore, compiuto un viaggio disincantato nel sistema giudiziario sui limiti e vizi di chi è chiamato a giudicare nei tribunali, sull’ipertrofia legislativa, sulla lentezza della macchina giudiziaria. Il libro, lezione dopo lezione, porterà il lettore a capire, che un processo, come quello italiano, che ha tre gradi di giudizio, è un “rito” che vede protagonisti gli uomini, con tutte le imperfezioni e i difetti. “I giudici non sono angeli salvifici, pedagoghi illuminati o filosofi con la verità in tasca”.

Il brano scelto

Lezione quarta: un uomo davanti a un altro uomo

Si dovrebbe imporre ai giudici di osservare nell’aula di udienza quanto accade mentre gli altri giudici sono in camera di consiglio.

Almeno una volta al mese, mescolarsi alla folla dietro la transenna, guardare gli imputati, i testimoni, gli avvocati; soprattutto guardare gli imputati quando suona il campanello che annuncia il ritorno del collegio per la lettura del dispositivo della sentenza.

Non dimenticheranno gli occhi sul crocefisso o sul difensore che pare possa ancora aiutarli, la mano sulla spalla della madre o della sposa, l’espressione di fiducia, di rimorso, la silenziosa promessa di ravvedimento. Dante Troisi (Diario di un giudice, Palermo, Sellerio, 2012, p. 77).

Mio caro Paul,

nessuno può considerarsi un giurista veramente competente se non è un uomo di cultura. Se fossi in Te, dimenticherei qualsiasi preparazione tecnica per quanto concerne il diritto. Il miglior modo per studiare il diritto è quello di giungere a tale studio come una persona già ben istruita. Solo così si può acquisire la capacità di usare la lingua inglese, scritta e orale, e avere un metodo di pensiero chiaro, che solo un’educazione genuinamente liberale può conferire. Per un giurista non è meno importante coltivare le facoltà immaginative leggendo poesia, ammirando grandi quadri, nell’originale o in riproduzioni facilmente accessibili, ascoltando grande musica. Rifornisci la Tua mente di tante buone letture, e amplia e approfondisci i Tuoi sentimenti sperimentando indirettamente e il più possibile i magnifici misteri dell’universo, e dimenticati della tua futura carriera. Con i miei migliori auguri, cordialmente Felix Frankfurter (The Business of the Supreme Court: A Study in the Federal Judicial System, New York, Macmillan Company, 1927).

È la lettera indirizzata dal giudice statunitense della Corte Suprema Felix Frankfurter al dodicenne Paul Claussen. Il ragazzino aveva scritto all’alto magistrato manifestandogli il desiderio di diventare avvocato, e chiesto consiglio su cosa avrebbe potuto fare per realizzare il suo sogno. la più vecchia di tutte. Perché inizia con la nostra civiltà.

I miti e il teatro dell’antica Grecia sono i fratelli maggiori della letteratura occidentale, ma anche dell’idea di diritto, di giustizia.

L’invenzione della giustizia (Orestea di Eschilo) e la ribellione della coscienza individuale (Antigone di Sofocle) sono solo alcune tappe di un percorso che immerge il diritto nella finzione letteraria per consentirgli di ritrovare le proprie radici. 3 Un’unica famiglia, dunque. Antigone è una tragedia che affronta il problema del rapporto tra individuo e potere, ed è costruita come un processo: il prologo che spiega l’antefatto, la difesa (Antigone), l’accusa (Creonte) e l’opinione pubblica (il coro).

Nell’antica Roma, due personaggi come Seneca e Cicerone erano avvocati. Nel tredicesimo e quattordicesimo secolo, numerosi scrittori italiani erano innanzitutto giuristi: dal caposcuola della Scuola siciliana, Jacopo da Lentini, detto appunto «il Notaro», a Pier delle Vigne, a Guido Guinizelli, a Cino da Pistoia. Filosofi, letterati e uomini di Stato come Tommaso Moro, Bacone e Montesquieu possedevano una solida preparazione giuridica.

Nell’Ottocento, Charles Dickens fece il garzone in uno studio legale e poi il cronista giudiziario. Honoré de Balzac ed Émile Zola, attenti osservatori del loro mondo, seppero descrivere in alcune delle loro opere i rapporti fra diritto e sentimenti umani.

Nel Novecento, un gigante come Jorge Amado, un poeta della raffinatezza di Wallace Stevens, John Luther Long (autore di Madama Butterfly) e Bernardo Guimarães (creatore della Schiava Isaura) erano ottimi giuristi.

È poi impossibile non citare Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij, uno dei romanzi in cui il senso di colpa di un omicida e l’inesorabile presenza della legge nella mente e nella vita dell’individuo raggiungono la loro massima espressione. I testi letterari, d’altronde, si prestano a ricordare al giurista, con la purezza della fantasia, la nobiltà del concetto di giustizia.

Esemplari sono le parole di Vincenzo Vitale:

Perché mentre il diritto vorrebbe oggi contentarsi del finito, la letteratura lo induce a sensibilizzarsi verso l’infinito, mentre il diritto vorrebbe chiudersi nella asfitticità dell’analisi del linguaggio giuridico, la letteratura lo induce ad affacciarsi sul mondo, mentre il diritto vorrebbe preservarsi puro e incontaminato, la letteratura lo induce a sporcarsi le mani, mentre il diritto vorrebbe dimenticarsi di sé, la letteratura lo induce a ricordarsene, mentre il diritto vorrebbe sempre appiattirsi sulla forma, la letteratura lo salva dal formalismo, mentre il diritto vorrebbe identificarsi con la pura logica, la letteratura lo salva dal logicismo, mentre il diritto è pieno di paure, la letteratura lo induce ad osare, mentre il diritto non vorrebbe avere nulla a che fare con gli uomini, la letteratura lo costringe a patirne le vicende, mentre il diritto vorrebbe esaurirsi tra articoli e massime, la letteratura lo induce a registrare l’esperienza umana, mentre il diritto vorrebbe estinguersi divenendo altro da sé, la letteratura lo induce a rinascere ogni volta.

Anche la letteratura odierna – e non solo quella «nobile» e «alta» del passato – rappresenta un veicolo di stimoli per il giudice e per chi lavora nel campo della giustizia.

Non fornisce indicazioni operative su come affrontare un processo, ma invita alla riflessione sui temi concreti e sull’umanità dolente che chi frequenta le aule di giustizia tocca quotidianamente con mano. I drammi raccontati in tanta letteratura di fantasia non sono poi così diversi dalla rappresentazione che va in scena nei tribunali. Solo che, nel secondo caso, la vita di chi partecipa a un processo nelle vesti di imputato può cambiare d’un tratto radicalmente.

Abbiamo già parlato sotto diversi punti di vista del delicato compito del giudice, uomo chiamato a giudicare un altro uomo.

Un giudice non può esimersi dal comprendere a fondo i diversi e molteplici mondi su cui la macchina della giustizia incide con il peso delle sue sentenze.

La conoscenza del diritto impone quindi, necessariamente, la conoscenza della vita, con il caleidoscopio delle sue esperienze, delle sue emozioni e, soprattutto, delle sue disillusioni. Per questo un giudice, oltre che un professionista del diritto, deve essere un uomo in grado di cogliere il significato dello sguardo che gli rivolge l’imputato dietro le sbarre mentre attende la lettura della sentenza. In altre parole, deve essere un uomo maturo, esperto della vita, che abbia una solida esperienza professionale, con la voglia di futuro e il rispetto per il passato.

Tuttavia, la vita di ognuno di noi, per quanto ricca e varia, presenta i limiti della nostra soggettività. Ogni sguardo, anche il più intenso e profondo, offre solo un punto di vista su una realtà dalle mille sfaccettature e apparenze ingannevoli.

Chi ha in mano la vita e il destino del prossimo deve allora aprirsi alla conoscenza di altre modalità di esistenza, il più possibile diverse e lontane dalla sua. I mondi delle persone con cui siamo in contatto nel gioco della vita ci nutrono e ci arricchiscono con sensibilità diverse dalla nostra, ma sono a loro volta limitati e limitanti. Il magistrato deve quindi possedere una visione generale dell’umanità che è sottoposta al suo giudizio.

Ed ecco allora che ritorna, insieme alla filosofia, la letteratura, la buona letteratura, e il suo ruolo pedagogico. Non è l’unico mezzo per approfondire la conoscenza della natura umana, ma certamente uno dei più complessi e raffinati. Franz Kafka, per esempio, definisce il romanzo «un colpo di piccozza per rompere il mare di giaccio che è dentro di noi».

Gli fa eco Robert Louis Stevenson: «Ogni opera di narrativa è un atto di curiosità verso il genere umano». Potrei aggiungere che anche un modesto racconto è un atto di amore nei confronti dell’umanità. La questione potrebbe sembrare marginale rispetto all’argomento giustizia, ma non stiamo divagando.

In realtà, chi scrive reputa che non esista un esemplare della razza umana che non meriti di essere scandagliato e raccontato, in quanto le azioni e le emozioni di ogni uomo presentano qualcosa di unico e di esemplare.

Nella fiction letteraria si annida sempre un messaggio universale, capace di creare immedesimazione nei lettori, che ritrovano nelle storie e nelle psicologie dei personaggi echi delle proprie traiettorie esistenziali e delle proprie inconfessabili paure.

Solo frequentando la letteratura e le altre forme di arte, il giudice, al pari del giurista in generale, può diventare uomo fino in fondo, acquisendo quella conoscenza matura e rotonda dell’universo umano che è indispensabile per la comprensione e l’applicazione delle norme giuridiche.

Nella lotta ai nemici della giustizia umana, il principale alleato del magistrato è la forza della sua umanità, acquisita con la riflessione socratica su sé stesso, con la forza delle relazioni personali e con la magia dei viaggi letterari.

Per dirla con Indro Montanelli, «un giudice è un buon giudice quando non dimentica di essere un uomo». Deve ricordare che l’imputato va capito, prima ancora che giudicato. Deve rammentare che, spesso, l’azione criminosa non è frutto del caso o del capriccio di un momento, ma di una vita drammatica che precipita in un istante, di una storia di tradimenti, di smarrimenti, di gelosie, di solitudine, di paure, di fragilità. Deve estendere la sua indagine all’umanità del reo, senza fermarsi al frammento del singolo atto da giudicare.

Le leggi, i regolamenti, le procedure, i repertori di giurisprudenza sono semplici strumenti utili ai fini del giudizio, la cui essenza è invece questione di pancia, di cuore e di testa. Il giudizio è un atto profondamente e terribilmente umano, e il suo buon esito dipende in primo luogo dalle qualità personali che consentono al giudice di accendere la luce della sua umanità sulle vicende di altri esseri umani.

Ne è un esempio paradigmatico il «giudice più giudice della storia», re Salomone, che nel celebre «processo delle due madri» decide non in base alle regole giuridiche, ma alla conoscenza dei sentimenti umani, dell’amore più profondo concepibile in natura: quello di una madre per il figlio.

Riportiamo il brano, tratto dal Primo libro dei Re:

Un giorno vennero dal re due prostitute e si presentarono innanzi a lui. Una delle due disse: «Perdona, mio signore! Io e questa donna abitiamo nella stessa casa; io ho partorito mentre lei era in casa.

Tre giorni dopo il mio parto, anche questa donna ha partorito; noi stiamo insieme e non c’è nessun estraneo in casa fuori di noi due.

Il figlio di questa donna è morto durante la notte, perché lei gli si era coricata sopra. Ella si è alzata nel cuore della notte, ha preso il mio figlio dal mio fianco, mentre la tua schiava dormiva, e se lo è messo in seno e sul mio seno ha messo il suo figlio morto.

Al mattino mi sono alzata per allattare mio figlio, ma ecco, era morto. L’ho osservato bene al mattino; ecco, non era il figlio che avevo partorito io». L’altra donna disse: «Non è così! Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto».

E quella, al contrario, diceva: «Non è così! Quello morto è tuo figlio, il mio è quello vivo». Discutevano così alla presenza del re.

Il re disse: «Costei dice: “Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto”, mentre quella dice: “Non è così! Tuo figlio è quello morto e il mio è quello vivo”».

Allora il re ordinò: «Andate a prendermi una spada!».

Portarono una spada davanti al re. Quindi il re aggiunse: «Tagliate in due il bambino vivo e datene una metà all’una e una metà all’altra».

La donna il cui figlio era vivo si rivolse al re, poiché le sue viscere si erano commosse per il suo figlio, e disse: «Perdona, mio signore! Date a lei il bimbo vivo; non dovete farlo morire!».

L’altra disse: «Non sia né mio né tuo; tagliate!».

Presa la parola, il re disse: «Date alla prima il bimbo vivo; non dovete farlo morire. Quella è sua madre». Tutti gli Israeliti seppero della sentenza pronunciata dal re e provarono un profondo rispetto per il re, perché avevano constatato che la sapienza di Dio era in lui per rendere giustizia. (1 Re 3,16-28).

Si tratta di un drammatico esempio della capacità di mentire, che può arrivare al punto di mettere a repentaglio la vita di un innocente (in questo caso, per privare a ogni costo un’altra madre di suo figlio, avendo perso il proprio).

Il giudice deve innanzitutto conoscere gli uomini, essere a sua volta un vero uomo, in possesso quindi delle qualità imposte dalla sua umanità, alcune delle quali sono particolarmente importanti nell’esercizio dell’arte di giudicare. Sono l’umiltà, la curiosità, l’entusiasmo e il disinteresse.

Le qualità del giudice: l’umiltà

L’«umiltà» impedisce al magistrato di pensare di avere la verità in tasca e di essere un superuomo, al di sopra della legge.

È la lezione di Piero Calamandrei: «Giudici, ricordate che l’umiltà è il prezzo che dovete pagare all’enorme potere che avete».

È l’antitesi del giudice-sentinella descritto da Dante Troisi: «Sono la sentinella e l’aula di udienza è la torretta da cui prendo la mira per colpire chi mi capita a tiro. Proverò così il piacere nel falciare le vite delle persone senza trascurare di lasciare indenne qualcuno per goderne la meraviglia».

Il potere tende per definizione, in qualsiasi settore (giudiziario, politico, amministrativo, mediatico, economico), a espandersi, a negare il limite, a invadere il campo riservato agli altri poteri, a rifiutare il controllo, a trasformarsi in entità assoluta e intollerante.

Predicare la virtù del «potere umile» può sembrare un ossimoro, un’utopia, se non un romanticismo da anima bella.

Ma l’umiltà è un dovere morale.

L’atto del potente deve rispettare le vite su cui incide. Un potere non lenito dall’umiltà, non addolcito dalla mitezza, diventa infatti sopraffazione, arbitrio, prepotenza, negazione di quel diritto che ne costituisce, insieme, il fondamento e il limite.

Il giudice umile ripudia la tentazione a ergersi a giustiziere o a divinità, a considerarsi a legibus solutus, e non dimentica mai di essere un fiero servitore dello Stato, chiamato ad applicare le leggi per trovare quella sintesi fra legalità e giustizia che consente di dare una risposta soddisfacente ai bisogni delle parti.

Le qualità del giudice: la curiosità

La seconda qualità umana richiesta è la «curiosità», che consente al magistrato di non fermarsi alle apparenze, di smascherare le bugie, di capire che tutti i processi sono ugualmente importanti, a prescindere dall’importanza della causa o dell’imputato, e che è preferibile una prova inutile in più a una prova indispensabile in meno.

Per Aristotele, lo stupore è il motore della filosofia e, secondo Italo Calvino, «il vero uomo è quello che ha il coraggio di restare bambino».

E, come ricorda Umberto Eco, «i bambini sono i primi filosofi», con le loro continue domande sul perché delle cose. Ecco, il magistrato deve essere come un bambino: vorace, insoddisfatto, persino capriccioso. Ha il dovere di conservare lo stupore e la fame di conoscenza di chi si affaccia alla vita.

Non può fermarsi alla verità burocratica delle carte, ma deve spingere la sua indagine fino in fondo, cercando di capire, nei limiti consentiti dall’accertamento processuale, non solo se determinati fatti si siano verificati, ma anche le cause che li hanno provocati, le motivazioni psicologiche dei protagonisti, i contesti sociali, le dinamiche relazionali, i misteri e i segreti sepolti sotto le apparenze.

Mi è stato chiesto recentemente quali differenze corrano tra i magistrati di sesso maschile e quelli di sesso femminile. Un’ottima domanda.

Qualcuno liquiderà frettolosamente la questione ricorrendo all’argomento della parità di genere, per evitare un discorso sul riconoscimento delle differenze.

Che sono molte, e non trascurabili. La natura precede il mestiere e lo influenza con i suoi colori e le sue sfumature. È quindi inevitabile che la donna imponga anche in ambito professionale il marchio della sua specifica sensibilità e umanità.

Le donne sono mediamente più profonde, disciplinate e rigorose. I maschi, dal canto loro, sono più garantisti, forse più superficiali, ma di certo più curiosi e fantasiosi.

Calvino ha espresso in termini sottilmente umoristici la differenza fondamentale tra i due sessi: «Gli uomini restano bambini, le bambine nascono donne». La mia esperienza di padre di due ragazzi e di due ragazze mi ha in effetti confermato che le bimbe diventano rapidamente donne, con la loro capacità innata di seduzione e di conquista, mentre i maschietti sono bambini capricciosi e superficiali, ma anche romantici e sognatori.

Un giudice modello dovrebbe lasciarsi influenzare un po’ dalle qualità dell’altro genere, per poi operare una sintesi: mantenere la curiosità e la fantasia fanciullesche degli uomini, regolandola con la disciplina e il rigore delle donne.

Le qualità del giudice: l’entusiasmo

Il terzo requisito – che vale naturalmente per tutti i mestieri – è l’«entusiasmo».

Osserva Calamandrei che ciò che può costituire un serio pericolo per i magistrati non è la corruzione, evenienza rara, né le simpatie politiche, di norma assenti o ininfluenti, e neppure l’impreparazione, visto che, salvo alcune eccezioni, il superamento di un concorso particolarmente selettivo assicura il possesso delle qualità tecniche indispensabili per l’esercizio dell’arte del giudicare.

No, il vero pericolo non viene dal di fuori. È un lento esaurimento delle coscienze, che le rende acquiescenti e rassegnate: una crescente pigrizia morale, che sempre più preferisce alla soluzione giusta quella accomodante, perché non turba il quieto vivere e perché l’intransigenza costa troppa fatica. La pigrizia porta ad adagiarsi nell’abitudine, che vuol dire intorpidimento della curiosità critica e sclerosi dell’umana sensibilità.

Il grande giurista cattolico aggiunge che su questo magistrato hanno facile presa le raccomandazioni che esonerano dalla fatica di elaborare una propria idea. E conclude, con un pizzico di amarezza: La peggiore sciagura che potrebbe capitare a un magistrato è quella di ammalarsi del terribile morbo dei burocrati che si chiama conformismo.

È una malattia mentale, simile all’agorafobia: il terrore della propria indipendenza; una specie di ossessione, che non attende le raccomandazioni esterne, ma le previene: che non si piega alle pressioni dei superiori, ma se le immagina e le soddisfa in anticipo.

Anche Troisi descrive i giudici come uomini «zeppi di difetti, di dolori, di ambizioni, di desideri meschini e, soprattutto, di noia».

Il principale nemico della giustizia è allora il magistrato ingrigito dal tempo che passa, che entra nell’aula d’udienza con in tasca la sentenza già scritta, che durante il processo sbircia continuamente l’orologio, che non guarda in faccia l’imputato e lo trasforma, da uomo meritevole di rispetto, in una pratica burocratica da smaltire.

Ogni sentenza, invece, dev’essere pensata e scritta con l’entusiasmo della prima volta. Non esistono pronunce più o meno importanti, sono tutte ugualmente indispensabili.

Ogni imputato è un uomo da conoscere e da amare, e ogni sentenza deve essere un atto volto al bene dell’uomo che ne è il destinatario.

Come ha efficacemente intuito Paul Ricœur, la giustizia è il medium necessario dell’amore.

Le qualità del giudice: il disinteresse

Infine, la quarta dote richiesta è il «disinteresse», nel senso che il giudice, esercitando la sua funzione, non deve andare alla ricerca di vantaggi personali.

Qui sarò più sintetico, perché è una questione che attiene tanto all’uomo quanto all’etica professionale. Insomma, è una sorta di prerequisito per un giudice. Il potere non deve essere esercitato per tornaconto personale, ma è uno strumento essenzialmente e genuinamente altruistico.

Colui che trae piacere dall’esercizio del potere, finisce per considerarlo un mezzo per la soddisfazione delle proprie meschine ambizioni. Tutto il contrario del compito a cui è chiamato un giudice: concentrarsi con generosità sul destino di altri ed elaborare un giudizio totalmente disinteressato, tenendosi quindi alla larga dalle sirene dell’ambizione e dalla brama di potere.

Anzi, di più. Come ricorda Carnelutti, il giudice «deve provare orrore per il potere».

Con Jacob Burckhardt si deve convenire che il potere non umanizzato dall’amore e dalla misericordia «è in sé cattivo, chiunque lo eserciti», perché inevitabilmente destinato a istituzionalizzare ingiusti privilegi. I grandi giudici di questo Paese sono stati, soprattutto, grandi uomini, capaci di comprendere le vite degli altri e di dedicarsi con sacrificio al bene di tutti.

Mi riferisco, fra gli altri, a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi nel 1992 dalla mafia con attentati di inaudita ferocia. Falcone e Borsellino erano uomini umili, curiosi, entusiasti e disinteressati. Magistrati autentici perché uomini veri.

Uomini impegnati in una lotta impari contro una piovra tentacolare, lasciati soli dallo Stato e costretti, loro malgrado, a diventare eroi. Uomini nei cui confronti ogni magistrato e ogni cittadino italiano ha un debito di gratitudine, da ripagare perseguendo ogni giorno il valore della legalità e il bene della giustizi

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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