Il diritto di abitazione della casa adibita a residenza familiare a favore del coniuge superstite

A norma dell’art. 540 cod. civ., il presupposto perché sorgano a favore del coniuge superstite i diritti di abitazione della casa adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che la arredano è che la suddetta casa e il relativo arredamento siano di proprietà del “de cuius” o in comunione tra lui e il coniuge, con la conseguenza che deve negarsi la configurabilità dei suddetti diritti nell’ipotesi in cui la casa familiare sia in comunione tra il coniuge defunto ed un terzo.

E’ quanto ha stabilito la Corte di cassazione, Sezione 2 Civile, con la sentenza del 28 maggio 2021, n. 15000, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato la decisione della Corte d’appello di Roma.

La vicenda

La pronuncia di legittimità in esame attiene alla successione ab intestato del de cuius Caio Mevio, in relazione alla quale Sempronia Bruto moglie di primo letto e figli convenivano in giudizio, innanzi al Tribunale di Roma, Mevia, moglie di secondo letto del defunto.

Gli attori chiedevano la divisione dei beni immobili relati dal de cuius, in particolare dell’abitazione occupata dalla convenuta, nei cui confronti chiedevano, altresì, condanna al pagamento di indennità per occupazione e -la sola Sempronia Bruto – alla restituzione di mobili e gioielli contenuti nella già casa coniugale di via Fantasia in Roma.

Si costituiva in giudizio Mevia aderendo alla domanda di divisione ma chiedendo in via riconvenzionale il riconoscimento del proprio diritto di abitazione sul suddetto appartamento di via Fantasia ed, in via subordinata, la dilazione della divisione della medesima unità immobiliare ai sensi dell’art. 1111 c.c..

L’adito Tribunale di Roma, con sentenza non definitiva, del 2008 dichiarava aperta la successione ed individuava i beni costituenti l’asse ereditario, rigettando la domanda di restituzione della Bruto e le domande riconvenzionali di Mevia.

Successivamente, con sentenza n. 15088 del 2009, lo stesso Tribunale provvedeva, come da atti alla divisione.

Avverso la citata sentenza interponevano appello, in via principale, Mevia ed appello incidentale le originarie parti attrici.

La Corte d’appello di Roma, con la sentenza n. 208 del 2016, rigettava l’appello principale e dichiarava inammissibile – in quanto tardivo- quello incidentale, compensando le spese.

La Corte d’appello, in adesione a giurisprudenza della Cassazione (Corte di cassazione, n. 6691/2000) – escludeva l’acquisto, da parte di Mevia, del diritto di abitazione ed uso degli arredi della casa coniugale già di comproprietà del defunto e di terzi (nella concreta fattispecie la moglie di primo letto).

A questo punto Mevia ha impugnato la sentenza n. 208/2016 della Corte di Appello di Roma con ricorso fondato su tre motivi.

I motivi di ricorso

E’ qui di interesse il primo motivo con il quale la ricorrente ha censurato il vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 540, 2° co. e 720 c.c. in relazione all’art. 360, n. 3 c.p.c..

Nella sostanza viene lamentata, innanzitutto, una errata lettura di quanto richiesto con l’appello ovvero non il mancato riconoscimento del diritto di uso, “bensì la (sua) mancata valorizzazione (in) controvalore pecuniario”.

La norma invocata

Art. 540 Codice civile – Riserva a favore del coniuge.
A favore del coniuge è riservata la metà del patrimonio dell’altro coniuge, salve le disposizioni dell’articolo 542 per il caso di concorso con i figli.
Al coniuge anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni. Tali diritti gravano sulla porzione disponibile e, qualora questa non sia sufficiente, per il rimanente sulla quota di riserva del coniuge ed eventualmente sulla quota riservata ai figli.

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata sentenza n. 15000 del 2021, ha ritenuto il motivo non fondato e ha rigettato il ricorso.

La motivazione

Il Collegio ha osservato che già la citata Corte di cassazione (n. 6691 del 23 maggio 2000) affermava il principio (oggi ribadito) che «a norma dell’art. 540 cod. civ., il presupposto perché sorgano a favore del coniuge superstite i diritti di abitazione della casa adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che la arredano è che la suddetta casa e il relativo arredamento siano di proprietà del “de cuius” o in comunione tra lui e il coniuge, con la conseguenza che deve negarsi la configurabilità dei suddetti diritti nell’ipotesi in cui la casa familiare sia in comunione tra il coniuge defunto ed un terzo».

Prima di essa, in senso conforme, Corte di cassazione, Sezione 2 Civile, Sentenza 22 luglio 1991, n. 8171, ebbe ad affermare che “i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la arredano, previsti in favore del coniuge superstite, presuppongono per la loro concreta realizzazione l’appartenenza della casa e del relativo arredamento al de cuius o in comunione a costui e all’altro coniuge, non potendo estendersi a carico di quote di soggetti estranei all’eredità nel caso di comunione degli stessi beni tra il coniuge defunto e tali altri soggetti”.

Giova far presente che con altra, isolata pronuncia, si è viceversa affermato – traendo spunto dalla disciplina del legato, che «la titolarità del diritto di abitazione riconosciuto dall’art. 540, capov., cod. civ. al coniuge superstite sulla casa adibita a residenza familiare, che, costituendo “ex lege” oggetto di un legato, viene acquisita immediatamente da detto coniuge, secondo la regola dei legati di specie (art. 649, secondo comma, cod. civ.), al momento dell’apertura della successione, ha necessario riferimento al diritto dominicale spettante sull’abitazione al de cuius.

Pertanto, nel caso in cui la residenza familiare del de cuius sia sita in un immobile in comproprietà, il diritto di abitazione del coniuge superstite trova limite ed attuazione in ragione della quota di proprietà del coniuge defunto, con la conseguenza che ove per l’indivisibilità dell’immobile non possa attuarsi il materiale distacco della porzione dell’immobile spettante e l’immobile stesso venga assegnato per intero ad altro condividente, deve farsi luogo all’attribuzione dell’equivalente monetario di quel diritto senza che – non ricorrendo l’ipotesi di legato di prestazione obbligatoria – possa verificarsi l’effetto estintivo per impossibilità della prestazione, previsto dal secondo comma dell’art. 673 cod. civ.». (Corte di cassazione, Sezione Civile, Sentenza del 10 marzo 1987, n. 2474).

Il principio qui nuovamente ribadito appare, poi, come soluzione prettamente conforme all’ordinamento.

Opinandosi diversamente sarebbe palese la creazione (non prevista) di uno statuto speciale del diritto di proprietà dell’ex coniuge non previsto da alcuna disposizione di legge, né configurabile in assenza di apposita previsione normativa.

L’impossibilità di configurare, nella fattispecie quel diritto di i abitazione e d’uso in favore del coniuge superstite, implica conseguentemente l’impossibilità di conseguire (come ipotizzato sotto altro profilo di censura del motivo in esame) la richiesta valorizzazione monetaria.

Vai alla decisione

Ecco il link a: Corte di cassazione, Sezione 2 Civile, sentenza del 28 maggio 2021, n. 15000

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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