Denegata paternità: al figlio naturale riconosciuto il danno esistenziale

Cassata con rinvio la decisione del giudice del merito che pur avendo riconosciuto un danno esistenziale al figlio naturale – riconosciuto come tale a seguito di apposito giudizio – per la denegata paternità, non abbia poi riconosciuto a favore dello stesso alcun danno patrimoniale come conseguenza del mancato godimento dell’apporto finanziario paterno e della perita di occasioni professionali.

E’ quanto ha stabilito la Corte di cassazione, Sezione 3 Civile, con l’ordinanza del 6 aprile 2021, n. 9255, mediante la quale ha accolto il ricorso e cassato con rinvio la decisione della Corte d’appello di L’Aquila.

La pronuncia di legittimità in esame ha avuto origine dal fatto che Giovenale convenne in giudizio, dinanzi al Tribunale di Teramo, Sempronio con premessa di essere il figlio naturale dello stesso convenuto e che vi era un nesso di causalità tra la propria patologia (disturbo bipolare) e la denegata paternità, chiese declaratoria di paternità naturale, con assegno di mantenimento, e la condanna al risarcimento del danno sia patrimoniale che non patrimoniale sul presupposto che il mancato apporto finanziario paterno gli aveva precluso la possibilità di raggiungere una posizione sociale e professionale adeguata agli standards paterni e idonea a garantirgli un inserimento nel mondo professionale consentaneo a quello del padre (notaio).

Il Tribunale di Teramo, previa CTU, dichiarò la paternità naturale disponendo obbligo a carico di Sempronio di pagare assegno mensile di mantenimento a favore del figlio naturale con importo pari ad euro 750,00 mensili e condanna al risarcimento di euro 50.000,00 a titolo di danno esistenziale.

Avverso la decisione di prime cure Giovenale propose appello che la Corte d’appello di L’Aquila, con la sentenza n. 807 del 2018, accolse stabilendo che l’assegno di mantenimento mensile a cui Sempronio era obbligato a versare al figlio naturale fosse quantificato in euro 1.000,00 e la somma a titolo di risarcimento a titolo di danno esistenziale venne elevata a oltre euro 130.000,00 mila.

La Corte d’appello escluse che vi fosse un nesso di causalità fra la denegata paternità e il disturbo schizofrenico di cui era affetto il figlio richiedente, con conseguente mancato riconoscimento del danno patrimoniale e di quello biologico.

Per la cassazione della decisione d’appello, lo stesso Giovenale ha proposto ricorso con atto articolato in due motivi.

I motivi di ricorso

Con il primo motivo il ricorrente ha dedotto la violazione dell’articolo 112 c.p.c., ex art. 360, comma 1 n. 4, c.p.c.

Il ricorrente ha premesso che con la domanda di riconoscimento di danno patrimoniale era stato sostenuto che il mancato apporto finanziario paterno gli aveva precluso la possibilità di raggiungere una posizione sociale e professionale adeguata agli standards paterni e idonea a garantirgli un inserimento nel mondo professionale consentaneo a quello del padre (notaio) e che il Tribunale pur avendo osservato che Giovenale non aveva potuto godere del tenore di vita economico e sociale conforme all’ambiente di provenienza paterno , nulla aveva stabilito al riguardo.

La mancata pronuncia di riconoscimento di danno patrimoniale non poteva essere ricondotta alla mancanza di nesso di causalità tra la patologia di cui era affetto e il diniego della paternità.

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 9255 del 2021, ha ritenuto il motivo fondato e in relazione ad esso ha accolto il ricorso cassando con rinvio la decisione impugnata.

La motivazione

Il Collegio sul punto ha osservato che sulla base del diretto accesso agli atti processuali, risulta effettivamente che il danno patrimoniale, per il quale in primo grado era stata chiesta nelle conclusioni anche una CTU contabile, era stato dedotto sulla base del “mancato apporto finanziario paterno” che aveva precluso al Giovenale, attore del giudizio, la “possibilità di raggiungere una posizione sociale e professionale adeguata agli standards paterni e idonea a garantirgli un inserimento nel mondo professionale consentaneo a quello del padre (notaio)”.

Ebbene, ha rilevato il Collegio, su tale causa petendi, in rapporto al danno patrimonilae invocato, non vi è pronuncia del giudice di merito, il quale, lungi dal collegare direttamente al petitum la circostanza della denegata paternità, ha invece ricondotto il danno alla patologia, ed una volta escluso il nesso eziologico tra la patologia e la denegata paternità, ha rigettato la domanda relativa al pregiudizio patrimoniale.

Il giudice del merito dovrà, quindi, pronunciarsi sulla domanda di risarcimento del danno patrimoniale avendo quale parametro di riferimento l’indicata causa petendi.

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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