Debiti del de cuius ed azione contro l’erede: l’irrilevanza della sola chiamata all’eredità




In punto di diritto in ipotesi di giudizio instaurato nei confronti del preteso erede per debiti del de cuius, incombe su chi agisce, in applicazione del principio generale di cui all’art. 2697 cod. civ., l’onere di provare l’assunzione da parte del convenuto della qualità di erede, la quale non può desumersi dalla mera chiamata all’eredità, non essendo prevista alcuna presunzione in tal senso, ma consegue solo all’accettazione dell’eredità, espressa o tacita, la cui ricorrenza rappresenta, quindi, un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio nella predetta qualità.


Il principio è stato affermato dalla Corte di Cassazione, Sezione Lavoro Civile, con la sentenza del 30 agosto 2018, n. 21436, mediante la quale ha accolto il ricorso e cassato quanto già deciso, nel caso de quo, dalla Corte d’appello di Salerno e deciso nel merito accogliendo l’opposizione a D.I.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che la Corte di appello di Salerno con la sentenza n. 11XX/2011, aveva confermato la decisione del Tribunale di Salerno di rigetto della opposizione proposta da LIDIA NERI avverso il decreto ingiuntivo n. 22XX/1993.

Esponeva la Corte che il decreto ingiuntivo costituiva res iudicata poiché l’ascendente della appellante TIZIO NERI, destinatario originario della ingiunzione, non aveva interposto alcuna impugnativa nei termini di legge.

Riteneva altresì infondata l’eccezione di prescrizione del credito azionato, in quanto presenti in giudizio gli atti interruttivi della eccepita prescrizione decennale, e comunque infondata la eccezione di carenza di legittimazione passiva della ricorrente, in quanto, la stessa, non aveva fornito la prova della rinuncia alla eredità nei confronti del de cuius, TIZIO NERI, pur a seguito di specifica diffida , da parte dell’Inps , ad adempiere al pagamento del credito sostenuto dal titolo esecutivo ovvero a rappresentare ed allegare la rinuncia all’eredità.

Avverso tale decisione LIDIA NERI ha proposto ricorso in cassazione affidandolo a tre motivi.

I motivi di ricorso

Per quanto è qui di interesse, con il primo motivo la ricorrente ha dedotto la violazione degli artt. 459, 474, 754 e 2697 codice civile, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., poiché la Corte di appello aveva erroneamente ritenuto che, pur in assenza della accettazione dell’eredità da parte dell’erede, la stessa fosse legittimata passiva rispetto all’azione da parte dell’Inps di recupero del credito del de cuius.

Ha sostenuto la ricorrente che erroneamente il Giudice del gravame aveva posto a suo carico l’onere di dimostrare la carenza di legittimazione passiva, così invertendo i principi in tema di rispettivi oneri probatori.

Le norme invocate

Art. 459 Codice civile – Acquisto dell’eredità.
L’eredità si acquista con l’accettazione. L’effetto dell’accettazione risale al momento nel quale si è aperta la successione.
Art. 474 Codice civile – Modi di accettazione.
L’accettazione può essere espressa o tacita.
Art. 754 Codice civile – Pagamento dei debiti e rivalsa.
Gli eredi sono tenuti verso i creditori al pagamento dei debiti e pesi ereditari personalmente in proporzione della loro quota ereditaria e ipotecariamente per l’intero. Il coerede che ha pagato oltre la parte a lui incombente può ripetere dagli altri coeredi soltanto la parte per cui essi devono contribuire a norma dell’articolo 752, quantunque si sia fatto surrogare nei diritti dei creditori.
Il coerede conserva la facoltà di chiedere il pagamento del credito a lui personale e garantito da ipoteca, non diversamente da ogni altro creditore, detratta la parte che deve sopportare come coerede.

La decisione

La Corte di Cassazione, mediante la menzionata sentenza n. 21436/2018, ha ritenuto il motivo fondato ed ha accolto il ricorso e decidendo nel merito ha accolto l’opposizione a decreto ingiuntivo.

Sul punto controverso la Suprema Corte ha osservato di aver già chiarito che “In tema di successioni mortis causa, la delazione che segue l’apertura della successione, pur rappresentandone un presupposto, non è di per sé sola sufficiente all’acquisto della qualità di erede, essendo a tale effetto necessaria anche, da parte del chiamato, l’accettazione, mediante ˂aditio˃ oppure per effetto di ˂pro herede gestio˃ oppure per la ricorrenza delle condizioni di cui all’art. 485 cod. civ.

Ne consegue che, in ipotesi di giudizio instaurato nei confronti del preteso erede per debiti del de cuius, incombe su chi agisce, in applicazione del principio generale di cui all’art. 2697 cod. civ., l’onere di provare l’assunzione da parte del convenuto della qualità di erede, la quale non può desumersi dalla mera chiamata all’eredità, non essendo prevista alcuna presunzione in tal senso, ma consegue solo all’accettazione dell’eredità, espressa o tacita, la cui ricorrenza rappresenta, quindi, un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio nella predetta qualità” (Corte di Cassazione, n. 10525/2010).

Il principio espresso impone dunque a chi agisce in giudizio l’onere di provare la qualità di erede del soggetto chiamato in causa.

Nel caso in esame è stato ritenuto dalla Corte d’appello che l’onere in questione fosse stato assolto con la mancata risposta all’invito dell’Inps di pagare il debito ovvero di allegare la rinuncia all’eredità. Il disinteresse dimostrato dalla ricorrente all’invito dell’Inps, la mancata allegazione di una effettiva rinuncia all’eredità, e la mancanza di fatti idonei ad escludere la accettazione dell’eredità, costituiscono, a parere della Corte di merito, indicatori della accettazione tacita della eredità.

 Si tenga anche conto che al fine di realizzare la finalità di stabilizzare i rapporti giuridici, l’art. 481 c.c. stabilisce che chiunque abbia interessa, possa richiedere all’autorità giudiziaria la fissazione di un termine entro il quale il chiamato all’eredità dichiari se accetta o rifiuti la stessa. Il quadro di interessi e diritti contrapposti viene così a ricomporsi nella possibilità di garantire all’erede la facoltà di scegliere se subentrare al de cuius nel termine di prescrizione decennale, con il solo limite rappresentato dalla possibilità concessa a chi abbia interesse, di ridurre, con specifica domanda giudiziaria, il detto lasso temporale.

Nel caso in esame, pertanto, l’Inps, avendo interesse a individuare l’erede, avrebbe dovuto far ricorso alla previsione dell’art. 481 c.c., così imponendo alla chiamata all’eredità una scelta più rapida rispetto a quella a lei consentita nel termine decennale.

Vai al testo integrale della sentenza

Ecco il link a: Corte di Cassazione, Sezione Lavoro Civile, sentenza del 30 agosto 2018, n. 21436

 

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Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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