Comportamenti persecutori: il Questore può emettere decreto di ammonimento senza comunicazione

Nell’ipotesi di denuncia al Questore di comportamenti persecutori (qui a causa di una relazione extraconiugale interrotta dalla donna, l’amante la molestava minacciando di rivelare la relazione al marito)  il questore può, anche senza la comunicazione di avvio del procedimento al diretto interessato ed assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, ove ritenga fondata l’istanza, ammonire oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e redigere processo verbale.

È quanto ha deciso il Consiglio di Stato, Sezione III, con la sentenza del 21 aprile 2020, n. 2145, mediante la quale ha accolto il ricorso in appello e in riforma della sentenza del TAR della Lombardia, respinto il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che il T.A.R. Lombardia, con la sentenza n. XXX del 2019, ha accolto il ricorso proposto dal signor Caio Quirino Corneliano avverso il decreto di ammonimento emesso in data 21 giugno 2018 dal Questore di Milano ed a lui indirizzato, col quale, ai sensi dell’art. 8, comma 1, d.l. 2009 n. 11 (convertito con legge n. 38/2009) ed a seguito della conforme richiesta presentata da -OMISSIS- lo si invitava a tenere una condotta conforme alla legge, avvertendolo che, in caso di reiterazione dei comportamenti persecutori censurati, la pena prevista per il delitto di cui all’art. 612 bis del c.p. è aumentata e si procede d’ufficio se il fatto è commesso da soggetto già ammonito, oltre ad invitarlo a recarsi presso il CIPM “Centro Italiano per la Promozione della Mediazione”, per intraprendere il percorso trattamentale integrato, finalizzato all’acquisizione della consapevolezza del disvalore penale delle azioni commesse.

Il T.A.R. ha enucleato, in accoglimento dei corrispondenti motivi di ricorso, i seguenti vizi inficianti l’attività amministrativa censurata:

Violazione delle garanzie partecipative, essendo “del tutto apodittica l’affermazione secondo la quale sussisterebbero particolari esigenze di celerità tali da consentire di non effettuare la comunicazione di avvio del procedimento”.

In proposito, il T.A.R. ha evidenziato che “il provvedimento in contestazione, oltre a non motivare in ordine ai fatti che fonderebbero l’addotta esigenza di celerità, neppure si basa su comportamenti di -OMISSIS-di contenuto inequivocabilmente aggressivo o violento nei confronti della -OMISSIS-tali da palesare l’esigenza di provvedere senza differimenti”.

Carenza di istruttoria e di motivazione, atteso che “non risulta e non è provato che (il ricorrente, n.d.e.) si sia reso responsabile di comportamenti a matrice violenta”, tanto sia con riguardo ai contatti presi con il marito della -OMISSIS-(“collegati anche alla volontà espressa da quest’ultima fino al 2018 (cfr. messaggi in atti) di comunicare al marito l’esistenza della relazione extraconiugale”), sia con riguardo a quelli avuti con la madre della -OMISSIS-(i quali “non sono di natura violenta o minacciosa, ma manifestano la volontà di rendere pubblica una relazione protrattasi per oltre due anni”), mentre, quanto alla mail trasmessa al titolare dello studio professionale della -OMISSIS-“-OMISSIS-ha chiarito – senza alcuna contestazione da parte dell’amministrazione resistente – che, in data 25.05.2018, ha inviato la email in contestazione alla sola -OMISSIS- all’indirizzo di lavoro, ma, nella stessa data, quest’ultima, nel rispondere alla email ricevuta, ha inserito in copia per conoscenza l’avv. -OMISSIS- titolare dello studio presso il quale la stessa lavorava; a questo punto, -OMISSIS-ha risposto alla -OMISSIS- lasciando in copia l’avv. -OMISSIS-con la conseguenza che “la diffusione della email tra i componenti dello studio legale della -OMISSIS- è dipesa, in definitiva, da una scelta di quest’ultima e, si ripete, il punto non è contestato”.

Avverso la decisione del TAR il Ministero dell’Interno ha interposto appello.

I motivi di ricorso

Con i motivi di appello, finalizzati ad ottenere la riforma della sentenza appellata, il Ministero dell’Interno ha contestato la correttezza argomentativa del ragionamento in essa sviluppato.

La decisione in sintesi

Il Consiglio di Stato, mediante la menzionata sentenza n. 2545 del 2020, ha ritenuto i motivi fondati e ha accolto l’appello.

La motivazione

Sul tema di doglianza il Consesso ha effettuato, preliminarmente l’inquadramento giuridico della fattispecie, al fine di ricavarne le corrette coordinate interpretative utili ad orientare la risoluzione della controversia.

A venire in rilievo, ai fini del decidere, è essenzialmente l’art. 8 d.l. n. 11 del 23 febbraio 2009, convertito in legge n. 38 del 23 aprile 2009, che l’Amministrazione intimata in primo grado ha posto a fondamento del provvedimento ivi impugnato.

Secondo l’articolo citato, invero, “fino a quando non è proposta querela per il reato di cui all’articolo 612-bis del codice penale, introdotto dall’articolo 7, la persona offesa può esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza avanzando richiesta al questore di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta.

La richiesta è trasmessa senza ritardo al questore” (comma 1) e “il questore, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e redigendo processo verbale.

Copia del processo verbale è rilasciata al richiedente l’ammonimento e al soggetto ammonito. Il questore adotta i provvedimenti in materia di armi e munizioni” (comma 2).

Come si evince dal combinato disposto delle norme citate, lo strumento dell’ammonimento è essenzialmente destinato a prevenire la recrudescenza dei fenomeni patologici talvolta caratterizzanti le relazioni umane, anche di impronta affettiva, laddove una delle parti assuma atteggiamenti di prevaricazione ed indebita ingerenza nella sfera morale dell’altra.

La finalità preventiva della misura è destinata ad operare sia sul piano dell’evoluzione delle vicende relazionali che hanno manifestato sintomi degenerativi, laddove l’autore delle condotte descritte si attenga all’ammonimento del questore, sia sul piano strettamente processuale, laddove la vittima, una volta conseguito l’effetto preventivo proprio dell’ammonimento da essa sollecitato, si astenga dal presentare la querela, costituente ordinariamente la condizione di procedibilità del reato di cui all’art. 612 bis c.p..

La correlazione tra la disciplina amministrativa e quella penale, insieme alla finalità preventiva della disposizione, nel duplice senso innanzi evidenziato, induce a ritenere che l’intervento del Questore non sia ancorato ai medesimi presupposti di quello penale, distinguendosene sia sul piano della ricognizione dei fatti atti a legittimarlo sia in relazione ai mezzi di prova utili al loro accertamento.

Dal primo punto di vista, infatti, esso è legittimato anche da condotte che, pur non possedendo gli stringenti requisiti di cui all’art. 612 bis c.p., si rivelino potenzialmente atti ad assumere, sulla base della loro concreta manifestazione fenomenica, connotati delittuosi; dal secondo punto di vista, invece, è rimessa alla discrezionalità dell’Amministrazione l’apprezzamento della fondatezza della richiesta, in relazione alla attendibilità dei fatti segnalati, e l’individuazione degli elementi di riscontro eventualmente necessari.

Richiamando i principi interpretativi dianzi illustrati, a dire del Consiglio di Stato, deve ritenersi che il provvedimento impugnato sia fondato su un coerente quadro istruttorio e sorretto da una adeguata quanto esaustiva motivazione, di cui devono preliminarmente richiamarsi i passaggi essenziali, laddove pone in particolare in evidenza che il sig. Caio Quirino Corneliano

– “si è reso responsabile di atti riconducibili alla fattispecie di cui all’art. 612 bis c.p. (…) avendo con più condotte reiterate compiuto atti persecutori nei confronti di -OMISSIS-

– che “le manifestazioni vessatorie iniziate nel mese di maggio u.s. e tuttora in atto, si sono concretizzate con l’invio di numerosi messaggi, mail e telefonate, dal contenuto minaccioso contattando altresì la madre ed il marito di -OMISSIS- nonché in appostamenti presso l’abitazione della richiedente,

– il tutto per non essersi rassegnato alla fine della loro relazione extraconiugale (il signor Caio Quirino Corneliano non accettava di buon grado la decisione della donna, ma poneva in essere plurime azioni al fine di indurla a desistere dal suo proposito: tali azioni consistevano, in particolare, nel manifestare alla suddetta (mediante dichiarazioni de visu e messaggi elettronici) l’intenzione di mettere a parte della loro relazione il marito della donna ed altre persone di comune conoscenza, anche appartenenti alla loro cerchia familiare (come la madre della stessa). Tale intento veniva concretamente attuato nei confronti, quantomeno, del marito e della madre della sig.ra -OMISSIS-) terminata nel maggio c.a.” e che “tali comportamenti hanno ingenerato in -OMISSIS- uno stato di paura e preoccupazione tale da costringere a modificare le proprie abitudini di vita essendo persino costretta ad utilizzare un taxi per gli spostamenti, nonché evitando di uscire per timore di incontrare -OMISSIS-

Nella fattispecie in esame, deve in primo luogo affermarsi che la reiterata manifestazione della volontà dell’ammonito di estendere la sfera di conoscenza della relazione extraconiugale rispetto ai suoi diretti protagonisti integra, di per sé, una condotta minatoria, sia in virtù del discredito che, pur in un contesto laicizzato e relativistico come quello contemporaneo, la violazione del dovere di fedeltà coniugale porta inevitabilmente con sé, sia, e forse soprattutto, in ragione della maggiore difficoltà di superamento della frattura coniugale laddove essa sia portata a conoscenza del coniuge da soggetti estranei e secondo modalità non appropriate.

In ogni caso, come si diceva, la norma de qua attribuisce rilevanza anche ai “semplici” atti di molestia, come non possono non qualificarsi le ripetute incursioni attuate dal sig. -OMISSIS–nella vita privata della sig.ra -OMISSIS- pur dopo la definitiva ed indiscussa interruzione della relazione da essi intrattenuta.

In tale contesto ricostruttivo, perde di rilevanza invalidante la deduzione attorea intesa a lamentare l’omissione della comunicazione di avvio del procedimento monitorio.

Deve premettersi che la giustificazione dell’omissione è stata fornita dall’Amministrazione nei termini seguenti: “al fine di scongiurare il possibile scatenarsi di dinamiche reattive ulteriori, anche più pregiudizievoli, rispetto alle condotte descritte”.

Ebbene, è evidente che l’omissione in discorso si giustifica pienamente con la natura tipologica del procedimento, riconducibile come si è detto agli strumenti preventivi, intesi ad evitare che al pericolo di danno faccia seguito la realizzazione dell’evento lesivo (o comunque il suo aggravamento, ove già in atto).

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Ecco il link a: Consiglio di Stato, Sezione III, sentenza del 21 aprile 2020, n. 2145

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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