CGUE: assistenza sanitaria transfrontaliera e convinzioni religiose contrarie al metodo di cura

Il rifiuto, da parte dello Stato membro di affiliazione di un paziente, di concedere un’autorizzazione preventiva per il rimborso dei costi dell’assistenza sanitaria transfrontaliera qualora siano disponibili cure ospedaliere efficaci in tale Stato ma le convinzioni religiose dell’affiliato siano contrarie al metodo di cura utilizzato, introduce una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione.

 

Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza nella causa C-243/19 A / Veselības ministrija.

Tale rifiuto non è contrario al diritto dell’Unione se è obiettivamente giustificato da uno scopo legittimo di mantenimento delle strutture sanitarie o delle competenze mediche e costituisce un mezzo adeguato e necessario per raggiungere tale scopo.

Il figlio del ricorrente nel procedimento principale doveva subire un intervento a cuore aperto. Tale intervento era disponibile nello Stato membro di affiliazione di quest’ultimo, la Lettonia, ma non poteva essere realizzato senza trasfusione di sangue.

Il ricorrente si è opposto a tale metodo di cura in quanto testimone di Geova e ha pertanto chiesto al Nacionālais veselības dienests (servizio sanitario nazionale, Lettonia) di rilasciare un’autorizzazione che consentisse a suo figlio di beneficiare di cure mediche programmate in Polonia, dove l’operazione poteva essere effettuata senza trasfusione di sangue.

Poiché la sua domanda è stata rifiutata, il ricorrente ha presentato ricorso avverso la decisione di rifiuto del servizio sanitario. Tale ricorso è stato respinto con una sentenza di primo grado, confermata poi in appello.

Nel frattempo, il figlio del ricorrente nel procedimento principale è stato operato al cuore in Polonia, senza trasfusione di sangue.

Adito con ricorso per cassazione, l’Augstākā tiesa (Senāts) (Senato della Corte suprema, Lettonia) si chiede se i servizi sanitari lettoni potessero negare il rilascio del modulo che consente tale presa in carico sulla base di criteri esclusivamente medici o se fossero altresì tenuti a prendere in considerazione a tal riguardo le convinzioni religiose del ricorrente.

La Corte (seconda sezione) ha dichiarato, in primo luogo, che l’articolo 20, paragrafo 2, del regolamento n. 883/2004, letto alla luce dell’articolo 21, paragrafo 1, della Carta, non osta a che lo Stato membro di residenza dell’assicurato rifiuti di concedere a quest’ultimo l’autorizzazione prevista dall’articolo 20, paragrafo 1, di tale regolamento qualora, in tale Stato membro, siano disponibili cure ospedaliere la cui efficacia clinica non è in discussione, ma le convinzioni religiose di tale assicurato siano contrarie al metodo di cura utilizzato.

A tal riguardo, la Corte ha segnatamente constato che il rifiuto di concedere l’autorizzazione preventiva prevista dal regolamento n. 883/2004 introduce una differenza di trattamento che è indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni religiose.

Infatti, per i pazienti che subiscono un intervento medico con trasfusione di sangue i costi corrispondenti sono coperti dalla previdenza sociale dello Stato membro di residenza, mentre coloro che, per motivi religiosi, decidono di non sottoporsi a un siffatto intervento in tale Stato membro e di ricorrere, in un altro Stato membro, a un trattamento al quale le loro convinzioni religiose non si oppongono, non beneficiano di una siffatta copertura di tali costi nel primo Stato membro. Una siffatta differenza di trattamento è giustificata se si fonda su un criterio obiettivo e ragionevole ed è proporzionata allo scopo perseguito.

La Corte ha ritenuto che ciò si verificasse nel caso di specie.

Essa ha innanzitutto osservato che, nel caso in cui prestazioni in natura erogate in un altro Stato membro generino costi maggiori di quelli legati alle prestazioni che sarebbero state erogate nello Stato membro di residenza dell’assicurato, l’obbligo di un rimborso integrale può generare costi supplementari per quest’ultimo Stato membro.

Essa ha poi constatato che, se l’istituzione competente fosse obbligata a tener conto delle convinzioni religiose dell’assicurato, siffatti costi supplementari potrebbero, considerata la loro imprevedibilità e la loro potenziale entità, comportare un rischio per la stabilità finanziaria del sistema dell’assicurazione malattia, la quale costituisce un obiettivo legittimo riconosciuto dal diritto dell’Unione.

La Corte ne ha concluso che, in assenza di un regime di autorizzazione preventiva incentrato su criteri esclusivamente medici, lo Stato membro di affiliazione sarebbe esposto a un onere finanziario aggiuntivo, difficilmente prevedibile e idoneo a comportare un rischio per la stabilità finanziaria del suo sistema di assicurazione malattia.

Di conseguenza, l’assenza di presa in considerazione delle convinzioni religiose dell’interessato risulta essere una misura giustificata alla luce dell’obiettivo summenzionato, che soddisfa il requisito di proporzionalità.

Arricchisci l'argomento con un tuo commento!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

error: Il contenuto è protetto!