Avvocato: no alla ritenzione (degli originali) dei documenti di causa, tanto meno per ottenere il pagamento dei compensi

Incorre in responsabilità disciplinare l’avvocato che ometta di restituire al cliente tutta la documentazione di cui sia venuto in possesso nel corso dello svolgimento del proprio incarico professionale, senza che rilevi la semplice disponibilità a consegnare la stessa, non seguita dall’effettiva restituzione per fatto non imputabile al cliente.

Integra inadempimento deontologicamente rilevante al mandato e violazione dei doveri di probità, dignità e decoro la condotta dell’avvocato che, dopo avere accettato incarichi difensivi, abbia omesso di dare esecuzione al mandato professionale ed abbia fornito all’assistito, a seguito di sue ripetute richieste, false indicazioni circa lo stato delle cause, risultando la condotta vieppiù censurabile se all’incarico si sia associato il pagamento di acconti neppure restituiti.

I principi deontologici forensi sono stati riaffermati dal Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza del 5 agosto 2020, n. 155, mediante la quale ha ritenuto sussistente la responsabilità disciplinare dell’incolpato ma ha provveduto alla riduzione della sanzione irrogata dalla sospensione dall’esercizio della professione per la durata di mesi due in avvertimento.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che la signora Sempronia presentava, nel 2011, esposto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, con il quale la stessa lamentava di avere conferito incarico all’avv. Otto Calpurnio di proporre un ricorso ex art. 700 c.p.c. relativo a controversia di natura condominiale e che lo stesso non solo non vi aveva provveduto, ma le aveva fornito false informazioni su udienze che non si erano mai tenute.

Con la stessa comunicazione, indirizzata anche all’avv. Otto Calpurnio, l’istante gli revocava il mandato e chiedeva la restituzione sia della documentazione sia dell’acconto di euro 400,00 versato.

Con successiva nota, l’istante produceva copia del ricorso ex art. 700 cpc consegnatole dall’avv. Otto Calpurnio e faceva presente che, stante l’inadempienza di quest’ultimo, aveva dovuto subire addirittura l’iniziativadella parte contro cui si sarebbe dovuto agire, che aveva, essa, promosso azione alla quale aveva dovuto resistere col patrocinio di altro difensore.

L’incolpato, reso edotto dell’esposto, in sede di audizione dinanzi al COA confermava di avere predisposto poi ricorso ex art. 700 c.p.c. (di cui produceva copia), ammettendo tuttavia di non averlo però mai depositato anche perché erano insorti gravi problemi di salute, di cui la cliente sarebbe stata a conoscenza, che lo avevano distolto dall’attività.

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno disponeva, quindi, l’apertura di procedimento disciplinare a carico dell’avv. Calpurnio per i seguenti

addebiti:

“Violazione tutti del codice di deontologia forense approvato dal CNF il 31 genn. 2014

1)- dell’art. 9 – Dovere di probità, dignità, decoro e indipendenza;

2)- dell’art. 10 – Dovere di fedeltà;

3)- dell’art. 26, comma 3- Adempimento del mandato del codice deontologico – poiché mancava di compiere atti attinenti il mandato ricevuto senza valida motivazione, con ciò provocando effetti contrari agli interessi del proprio assistito;

-per avere fornito alla parte assistita informazioni non chiare e non veritiere sullo svolgimento del mandato nonostante precise e ripetute richieste del cliente con conseguente violazione dell’art. 27 comma 6 – Dovere di informazione;

-per non avere restituito alla parte assistita, nonostante espressa richiesta scritta in tal senso, la documentazione ricevuta ai fini dell’espletamento del mandato (art. 33 comma 1 – Restituzione dei documenti).

Gli atti del procedimento, a seguito del subentro dei CDD nelle competenze già attribuite ai COA, venivano trasferiti al CDD di Salerno che riattivava il procedimento.

Con nota del 2016 l’incolpato comunicava al CDD che il Tribunale di Salerno aveva emesso sentenza di assoluzione “perché il fatto non sussiste” nell’ambito del procedimento penale per violazione dell’art. 380, comma 1, c.p. (patrocinio infedele), promosso su denuncia di Sempronia.

A seguito di istruttoria il CDD affermava la responsabilità dell’incolpato in ordine a tutti gli addebiti contestati ed irrogava la sanzione della sospensione dall’esercizio della professione per la durata di mesi due.

Avverso detta decisione, notificata nel 2017, ha proposto tempestivo ricorso l’avv. Otto Calpurnio mediante il quale faceva perso sulla sentenza di assoluzione penale per evitare la responsabilità disciplinare e, in subordine, deduceva l’eccessività e la sproporzione della sanzione inflitta.

La decisione in sintesi

Il Consiglio Nazionale Forense, mediante la sentenza n. 155 del 2020, ha ritenuto sussistente la responsabilità disciplinare dell’incolpato ma ha provveduto alla riduzione della sanzione irrogata.

La motivazione

Il Consiglio, superate (qui non di interesse) le doglianze procedurale, ha ricordato che “integra inadempimento deontologicamente rilevante al mandato (art. 26 ncdf, già art. 38 cdf) e violazione dei doveri di probità, dignità e decoro (art. 9 ncdf, già artt, 5 e 8 cdf) la condotta dell’avvocato che, dopo avere accettato incarichi difensivi, abbia omesso di dare esecuzione al mandato professionale ed abbia fornito all’assistito, a seguito di sue ripetute

richieste, false indicazioni circa lo stato delle cause” (CNF, 12 settembre 2018, n. 108: giur. costante), risultando la condotta vieppiù censurabile se all’incarico si sia associato il pagamento di acconti neppure restituiti.

Del pari, incorre in responsabilità disciplinare l’avvocato che ometta di restituire al cliente tutta la documentazione di cui sia venuto in possesso nel corso dello svolgimento del proprio incarico professionale, senza che rilevi la semplice disponibilità a consegnare la stessa, non seguita dall’effettiva restituzione per fatto non imputabile al cliente (ex plurimis: CNF 21 giugno 2018, n. 71; giurisprudenza costante).

Il Consiglio, pur confermando la responsabilità disciplinare dell’incolpato ha ritenuto, tuttavia, che la incensuratezza del ricorrente, la non rilevante entità dei fatti anche in raffronto alle documentate e serie sue condizioni di salute (che, se da una parte, non valgono ad escluderne la colpevolezza sotto il profilo soggettivo, all’uopo essendo sufficiente la volontarietà del comportamento, tuttavia possono essere considerate per valutare in termini meno negativi la vicenda nel suo complesso), l’ammissione dei fatti contestati in sede di audizione, consigliano di ridurre la sanzione inflitta a quella minima dell’avvertimento.

Vai alla decisione

Ecco il link a: Consiglio Nazionale Forense, sentenza del 5 agosto 2020, n. 155

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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