L’avvocato ha l’obbligo di emettere fattura tempestivamente e contestualmente alla riscossione dei compensi




In punto di diritto l’avvocato ha l’obbligo, sanzionato dall’art. 15 cdf (ora, 16 ncdf), di emettere fattura tempestivamente e contestualmente alla riscossione dei compensi, restando irrilevante la misura del ritardo, non presa in considerazione né dal codice deontologico né dalla legge statale (DPR 633/72).


È quanto ha stabilito il Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza del 20 ottobre 2016, n. 313, mediante la quale ha accolto parzialmente il ricorso e a modifica della decisione impugnata, applica la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio della professione per mesi dodici.

La vicenda

La pronuncia traeva origine dal fatto che il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano a seguito di esposto  (pervenuto unitamente ad altri) nei confronti dell’avvocato CAIO, la signora G. G. riferiva di avere scoperto di essere stata truffata da una gioelleria milanese, presso la quale aveva acquistato tra il 2009 ed il 2010 numerosi gioielli per un importo complessivo di euro ……………., ancorchè a seguito di una perizia eseguita da un consulente privato, era emerso che i gioielli acquistati avevano un valore notevolmente inferiore al prezzo pagato per cui aveva affidato all’avv. CAIO l’incarico di tutelare i propri interessi davanti al Tribunale di Milano.

L’esponente precisava che l’avv. CAIO, nel mese di maggio 2010, le aveva richiesto un acconto di euro ………….., che lei aveva immediatamente pagato. Aggiungeva che nel successivo mese di giugno l’avv. CAIO le aveva prospettato l’opportunità di domandare il sequestro giudiziario dei gioielli in suo possesso, anche al fine di paralizzare le contestazioni formulate dal gioielliere nel giudizio di merito; che il sequestro giudiziario era stato successivamente autorizzato ed eseguito;

Che il 13/7/2010 l’avv. CAIO le aveva domandato il versamento della somma di euro ……………….. che sarebbe servita per costituire la cauzione richiesta dal Giudice della cautela. Precisava ancora che aveva consegnato i ………. euro a mezzo due assegni rispettivamente di euro ………ed euro ………, pur restando perplessa per il fatto che il CAIO le aveva richiesto il pagamento a mezzo assegni a lui intestati.

L’esponente riferiva ancora che dopo l’esito negativo del tentativo di conciliazione tenutosi nella prima udienza, il CAIO l’aveva convocata in studio chiedendole ed ottenendo un assegno di euro 5000,00, che avrebbe dovuto favorire la conciliazione con la controparte.

Tuttavia, precisava l’esponente, a fronte della sua riluttanza a consegnare l’assegno, l’incolpato l’aveva tranquilizzata consegnandole un assegno in garanzia di pari importo, ed invitandola a non negoziare l’assegno prima del mese di novembre 2010, qualora la trattativa non fosse andata a buon fine.

Concludeva che non avendo ricevuto alcuna comunicazione fino al mese di ottobre 2010 e non fidandosi più dell’avvocato CAIO, gli aveva revocato il mandato in data 9/11/2010, a cui aveva fatto seguito la richiesta, da parte del CAIO, del versamento dell’ulteriore somma di euro ……………. a saldo della prestazione eseguita, somma che quella volta si era rifiutata di versare.

Da ultimo, l’esponente precisava che tramite il nuovo difensore aveva sollecitato l’incolpato a consegnarle la fattura di euro …………. relativa al primo acconto, ed a restituirle la somma di euro ………….. che aveva versato senza alcun titolo.

In atti vi è una nota difensiva datata 30/3/2011 con allegata copiosa documentazione, mediante la quale il CAIO contestava l’addebito e giustificava il proprio operato professionale.

Espletata l’attività istruttoria, il COA con nota datata 29/11/2011 comunicava all’incolpato che in data 26/5/2011 aveva deliberato l’apertura del procedimento disciplinare per il seguente capo di incolpazione: “Essere venuto meno ai doveri di correttezza per aver richiesto il 13/07/2010 alla sua cliente Sig.ra G. G. il versamento a sue mani dell’importo di € …………. asserendo – contrariamente al vero – che tanto era richiesto dal Giudice come cauzione per la concessione di un sequestro di gioielli, in possesso della cliente che la stessa assumeva di aver pagato per importo assai superiore al suo valore. Per aver richiesto alla D. G. – oltre al fondo spese di € …………….. ottenuto nel maggio 2010 – l’ulteriore importo di € ……………. il 04/10/2010 dichiarando il 04/10/2010 che detto importo era necessario per una eventuale transazione della causa.

All’esito delle attività dibattimentali, che riguardavano altri esposti qui non trattati, il COA di Milano affermava la responsabilità disciplinare dell’avv. CAIO ed applicava la sanzione della cancellazione.

Avverso tale decisione l’avv. CAIO propone tempestivo ricorso a questo Consiglio chiedendo il proscioglimento in integrale riforma della decisione impugnata, e, in via subordinata, l’applicazione di una sanzione meno afflittiva, in considerazione del combinato disposto degli artt. 52 e 65, comma 5, della legge n. 247/12 (nonché dell’art. 22 del Codice deontologico), in forza dei quali la sanzione della cancellazione disciplinare è stata abrogata.

La decisione

Il Consiglio Nazionale Forense, chiamato a pronunciarsi, mediante la citata sentenza n. 313/2016 ha ritenuto il ricorso parzialmente fondato e lo ha accolto.

Precisa il C.N.F. che la giurisprudenza disciplinare ha saldamente insegnato che la prova del fatto addebitato al professionista, nel caso in cui risieda nelle sole dichiarazioni della parte esponente, può ritenersi raggiunta quando la versione dei fatti così fornita trovi riscontro in altri termini obiettivi e documentali, mentre non può assumere tale valore nell’ipotesi in cui le semplici osservazioni della parte non siano coordinate da alcun dato probatorio o di fatto ed anzi siano resistite dalla ragionevole versione fornita dall’incolpato (cfr. C.N.F. 23/7/2013 n. 144, CNF 2/9/2913 n. 144).

Il Consiglio territoriale, infatti, ha fondato l’accertamento della responsabilità disciplinare del CAIO sulle dichiarazioni dell’esponente G.G., secondo cui, oltre all’acconto iniziale di euro …………, l’avv. CAIO aveva richiesto ed ottenuto dalla stessa la dazione della somma di euro ………….., al fine di costituire “una fantomatica cauzione richiesta dal Presidente del Tribunale” nell’ambito del procedimento di sequestro, e poi ancora euro ……… “per coprire le spese di un’inesistente mediazione”.

Non si comprende sulla base di quale documento il Consiglio territoriale abbia potuto attribuire credibilità alla versione della G., dal momento che in atti vi era invece la fattura n. 37/2010 emessa il 20/7/2010, intestata a G. G., recante come causale “In conto spese, diritti ed onorari, con riserva ex art. 43 Cod. Deont.”, fattura peraltro regolarmente registrata nel registro delle fatture emesse, depositato in copia autentica dall’incolpato su richiesta del COA.

Nella specie, l’esistenza della fattura n. 37/2010 regolarmente registrata nella contabilità, emessa a titolo di acconto sulle competenze professionali, avrebbe dovuto indurre il Consiglio territoriale a valutare con maggiore rigore e ponderatezza le risultanze istruttorie.

La sanzione irrogata dal COA di Milano con la decisione impugnata è quella della cancellazione dall’albo, che per effetto dell’art. 52 della legge n. 247/12, non rientra più nel novero delle sanzioni irrogabili.

Il motivo di ricorso merita quindi accoglimento unicamente in ragione dell’entrata in vigore della legge 31.12.2012, n. 247 e dell’attuazione delle norme e dei principi disciplinari, fra cui quello previsto dall’art. 65, u.c. della citata legge.

In ossequio a quanto espresso dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 3023/2015, secondo cui l’art. 65, comma 5, della legge n. 247/12 deve essere pacificamente interpretato nel senso che “in tema di giudizi disciplinari nei confronti degli avvocati, le norme del codice deontologico forense approvato il 31 gennaio 2014 e in vigore dal 16 dicembre 2014 si applicano anche ai procedimenti in corso al momento della sua entrata in vigore, se più favorevoli per l’incolpato

Conclude il C.N.F. che ai sensi degli artt. 52, 53 e 65, u.c. della legge n. 247/12, ricorrono i presupposti per la sostituzione della pena disciplinare della cancellazione dall’Albo con la sanzione ablativa della sospensione dell’esercizio dell’attività professionale per il periodo di mesi dodici, valutate le circostanze oggettive e soggettive e il contesto sopra delineato.

Link alla sentenza

Ecco il link a: Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza del 20 ottobre 2016, n. 313

 

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Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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