Avvocati: il divieto di testimonianza è riferito alle sole circostanze inerenti al mandato ricevuto




In punto di diritto l’avvocato deve astenersi dal deporre come testimone su circostanze apprese nell’esercizio della propria attività professionale e inerenti al mandato ricevuto, pertanto potrà testimoniare in tutti gli altri casi


È quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civile, con la sentenza del 25 settembre 2017, n. 22253, mediante la quale ha accolto il ricorso e cassato quanto deciso dal Consiglio Nazionale Forense.

Questo articolo è stato aggiornato nel mese di dicembre 2017 (vedi in fondo)

La vicenda

La pronuncia traeva origine dal fatto che MEVIO, avvocato esercente in Milano, fu sottoposto a procedimento disciplinare dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano, che, con deliberazione del 2013, gli inflisse la sanzione della sospensione dall’esercizio della professione per la durata di mesi due, ritenendolo responsabile del seguente addebito: «Essere venuto meno ai doveri di lealtà per avere reso testimonianza, su fatti appresi nell’esecuzione del mandato, contro la ex cliente sig.ra TIZIA, in un procedimento penale».

Venne, in particolare, contestato all’Avv. MEVIO di aver dichiarato, quale testimone sentito nel procedimento penale promosso nei confronti di TIZIA a seguito di querela proposta dall’avvocato LIVIA (collaboratrice di studio dello stesso MEVIO), che la medesima TIZIA era affetta da “una sorta di compulsività maniacale” e da “mania di persecuzione”, che aveva in passato oltraggiato un agente di custodia e che, infine, aveva gravemente e reiteratamente insultato il predetto avvocato LIVIA.

Sul gravame proposto dal De Giorgio, il Consiglio Nazionale Forense, con sentenza del 2016, confermò la decisione di primo grado.

Per la cassazione di tale sentenza ricorre l’Avv. MEVIO sulla base di cinque motivi.

I motivi di ricorso

Per quanto è qui di interesse il ricorrente Avv. MEVIO con il secondo motivo deduce la violazione degli artt. 58 e 9 del Codice deontologico forense vigente ratione temporis.

Deduce che il C.N.F. avrebbe erroneamente interpretato i precetti deontologici, ricomprendendo nel divieto di testimonianza dell’avvocato fatti non appresi nell’ambito del mandato ricevuto, ma avvenuti nel studio del medesimo successivamente alla conclusione del mandato e del tutto estranei a quest’ultimo.

La decisione

La Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi, mediante la citata sentenza n. 22253/2017 ha ritenuto il motivo fondato ed ha accolto il ricorso.

Precisa la Suprema Corte che l’art. 58 del Codice deontologico vigente ratione temporis (il codice approvato dal Consiglio Nazionale Forense nella seduta del 17 aprile 1997, successivamente più volte modificato e integrato), stabilisce, relativamente alla “testimonianza dell’avvocato“, che «Per quanto possibile, l’avvocato deve astenersi dal deporre come testimone su circostanze apprese nell’esercizio della propria attività professionale e inerenti al mandato ricevuto. L’avvocato non deve mai impegnare di fronte al giudice la propria parola sulla verità dei fatti esposti in giudizio. Qualora l’avvocato intenda presentarsi come testimone dovrà rinunciare al mandato e non potrà riassumerlo».

Com’è noto, nel processo penale (come d’altra parte in ogni processo), la testimonianza costituisce un dovere per il cittadino.

La persona chiamata a testimoniare acquista la qualità di “pubblico ufficiale” nel momento in cui il giudice, dopo aver valutato la richiesta della parte, abbia ritenuto la ammissibilità della prova ed abbia disposto la citazione del teste; tale qualità il testimone conserva prima, durante e dopo l’esame (Corte di Cassazione, Penale, Sez. VI, n. 25150 del 03/04/2013).

L’ufficio di testimone comporta, per chi ne è onerato, l’obbligo di presentarsi dinanzi al giudice e l’ulteriore obbligo di «rispondere secondo verità alle domande che gli sono rivolte» (art. 198 cod. proc. pen.).

Ne consegue che il testimone che «afferma il falso o nega il vero, ovvero tace in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato» si rende responsabile del delitto di cui all’art. 372 cod. pen., punito con la reclusione da due a sei anni.

L’art. 200 cod. proc. pen. prevede, tuttavia, che alcuni soggetti che ricoprono particolari uffici o esercitano particolari professioni, tra i quali gli avvocati, non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del loro ufficio o professione, riconoscendo così ad essi la facoltà di opporre il “segreto professionale” e di essere esentati dall’obbligo di deporre, pur spettando al giudice il potere di sindacare l’opposizione del segreto professionale da parte del testimone e, ove tale opposizione risulti infondata, di ordinare allo stesso di deporre (Corte di Cassazione, penale, Sez. VI, n. 7440 del 10/01/2017; Corte di Cassazione, penale, Sez. II, n. 13369 del 07/01/2011).

Sia l’art. 200 del codice di rito penale che la richiamata disposizione del codice deontologico stabiliscono, dunque, che il segreto professionale dell’avvocato vale solo ed esclusivamente con riferimento alle “circostanze di fatto apprese nell’esercizio della propria attività professionale e inerenti al mandato ricevuto”.

Orbene, nel caso di specie, dall’accertamento dei fatti compiuto dagli organi disciplinari forensi non risulta che l’Avv. MEVIO abbia reso testimonianza su fatti e circostanze apprese nel corso del mandato difensivo conferitogli da TIZIA e inerenti allo stesso.

Dalla sentenza impugnata risulta che l’Avv. MEVIO, durante la deposizione, ha riferito che TIZIA appariva talora affetta da “compulsività maniacale” e  “mania di persecuzione” e che la stessa era stata condannata per oltraggio ad un agente di custodia.

Rileva il Collegio come gli apprezzamenti dell’Avv. MEVIO sulla personalità di TIZIA (il riferimento alla “compulsività maniacale” e alla “mania di persecuzione”) non costituiscono fatti o circostanze empiriche che ricadono nel divieto del difensore di rendere testimonianza, trattandosi invece di opinioni ed apprezzamenti circa la personalità dell’imputata, per nulla collegati al rapporto di mandato difensivo intercorso tra i due.

La sentenza del C.N.F. non esclude, infatti, che tali apprezzamenti possano essere maturati nel successivo rapporto di amicizia e frequentazione instauratosi tra i due (quale risulta dai verbali processuali allegati al ricorso), dopo la cessazione del mandato difensivo.

In definitiva, la sentenza impugnata ha posto a fondamento della condanna irrogata all’Avv. MEVIO apprezzamenti dello stesso circa la personalità di TIZIA e affermazioni circa fatti relativi alla stessa – rese nel corso di una deposizione testimoniale dinanzi al giudice penale – che non sono in alcun modo collegati al rapporto professionale intercorso tra i due, che non risultano appresi dal ricorrente nell’esercizio della sua attività professionale, né sono inerenti al mandato dallo stesso ricevuto.

La sentenza impugnata, pertanto, risulta affetta dal vizio di “falsa applicazione della norma”, per avere applicato alla fattispecie fattuale concreta, così come accertata nel giudizio di merito, la richiamata disposizione (art. 58) del codice deontologico relativa ad una fattispecie astratta per nulla pertinente.

Va, pertanto, cassata la sentenza impugnata.

Aggiornamento

La problematica inerente la possibilità per il difensore di testimoniare è stata da noi affrontata commentando Corte di Cassazione, Sezione VI Civile, ordinanza 6 dicembre 2017, n. 29301in: «Avvocati: legittima la testimonianza del difensore in giudizio dopo la rinuncia al mandato» ove si afferma che “non sussiste l’incompatibilità tra l’esercizio delle funzioni di difensore e quelle di teste nell’ambito del medesimo giudizio se non nei termini della contestualità, per cui contemporaneamente il difensore non può anche essere testimone” e si ribadisce che “l’interesse che determina l’incapacità a testimoniare si identifica con il solo interesse giuridico personale, concreto ed attuale e  non anche con l’interesse di mero fatto che il testimone possa, in concreto, avere a che la causa sia decisa in un certo modo”.

Infine viene richiamata precedente giurisprudenza ove si è affermato che: “non sussiste l’incompatibilità tra l’esercizio delle funzioni di difensore e quelle di teste nell’ambito del medesimo giudizio se non nei termini della contestualità, per cui contemporaneamente il difensore non può anche essere testimone”, mentre non vi è base normativa per sostenere che un difensore, che abbia reso testimonianza in un processo, in una fase in cui non svolgeva il suo ruolo di difensore costituito, non possa assumere la veste di difensore successivamente alla testimonianza resa, ovvero, come nella specie, l’esatto contrario, e cioè che un difensore, cessata tale qualità, non possa assumere la qualità di testimone nello stesso processo” (Corte di Cassazione, penale 28/03/2017, n. 22954).

Link alla sentenza

Ecco il link a: Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civile, con la sentenza del 25 settembre 2017, n. 22253 

 

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Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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