Avvocati: divieto di prestare attività professionale in conflitto di interessi anche solo potenziale

Il divieto di prestare attività professionale in conflitto di interessi anche solo potenziale risponde all’esigenza di conferire protezione e garanzia non solo al bene giuridico dell’indipendenza effettiva e dell’autonomia dell’avvocato ma, altresì, alla loro apparenza (in quanto l’apparire indipendenti è tanto importante quanto esserlo effettivamente), dovendosi in assoluto proteggere, tra gli altri, anche la dignità dell’esercizio professionale e l’affidamento della collettività sulla capacità degli avvocati di fare fronte ai doveri che l’alta funzione esercitata impone, quindi a tutela dell’immagine complessiva della categoria forense, in prospettiva ben più ampia rispetto ai confini di ogni specifica vicenda professionale.

 

Conseguentemente:

1) poiché si tratta di un valore (bene) indisponibile, neanche l’eventuale autorizzazione della parte assistita, pur resa edotta e, quindi, scientemente consapevole della condizione di conflitto di interessi, può̀ valere ad assolvere il professionista dall’obbligo di astenersi dal prestare la propria attività̀;

2) poiché si intende evitare situazioni che possano far dubitare della correttezza dell’operato dell’avvocato, perché si verifichi l’illecito (c.d. di pericolo) è irrilevante l’asserita mancanza di danno effettivo.

Il principio deontologico forense è stato affermato dal Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza del 30 dicembre 2019, n. 206, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato quanto già deciso dal COA di Patti.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che Tizio Catone [ESPONENTE], con esposto del 2010 al COA di Patti, riferiva che l’avv. Tarquinio Caio Prisco, che lo assisteva, quale difensore, in due giudizi promossi nei confronti uno della Banca Alfa di Lodi, l’altro del Credito Beta, aveva assunto, in pendenza di detti giudizi, la difesa del fratello (sig. [CAIO]) nel giudizio che l’esponente, con la difesa dell’avv. Caio Prisco, aveva promosso per far accertare l’inadempimento alle obbligazioni contenute in una scrittura privata che i due fratelli avevano stipulato il 13.10.1999.

Evidenziava ancora, nell’esposto, che l’avv. Tarquinio Caio Prisco, dopo la sentenza del Tribunale che, nel giudizio instaurato contro il fratello [CAIO], aveva dichiarato l’improcedibilità della domanda per la sussistenza di clausola arbitrale, aveva assunto le vesti di difensore del fratello anche nel giudizio arbitrale promosso dal Tizio Catone e ciò mentre quest’ultimo era ancora assistito dall’avv. Tarquinio Caio Prisco nei due giudizi contro le banche sopra citati.

Il COA di Patti, con delibera del 2012, apriva il procedimento disciplinare con il seguente capo di incolpazione: “per la violazione dell’art. 37 del codice deontologico avendo rappresentato il sig. Caio in due giudizi pendenti nei confronti dell’esponente Tizio catone in costanza di rapporto professionale con quest’ultimo”.

L’incolpato avv. Tarquinio C.P. depositava una prima dettagliata memoria difensiva con la quale respingeva ogni addebito.

All’esito dell’istruttoria, il COA di Patti dichiarava l’incolpato colpevole dei fatti di cui al capo di incolpazione e gli applicava la sanzione dell’avvertimento.

Tale decisione è impugnata, con ricorso al Consiglio Nazionale Forense, dall’avv. Tarquinio Caio Prisco con ricorso tempestivo affidato a cinque motivi.

I motivi di ricorso

Per quanto è qui di interesse, con il secondo motivo deduceva erronea interpretazione dell’art.37 c.d. In quanto il COA non avrebbe considerato che per aversi violazione di tale disposizione occorre l’effettiva sussistenza di un conflitto d’interessi.

Con il terzo motivo deduceva l’inesistenza di un rapporto di clientela con l’esponente Tizio Catone (che era solo parte assistita) con conseguente impossibilità di applicare l’art. 37 c.d. operativo, a dire del ricorrente, solo per i rapporti di clientela.

Con il quarto motivo rappresentava l’inesistenza di qualsiasi danno al sig. Tizio Catone con conseguente inapplicabilità dell’art. 37 che, secondo il ricorrente, presupporrebbe tale danno.

Infine faceva valere l’iniziale non contestazione e/o accettazione da parte del sig. Tizio Catone della situazione.

La decisione in sintesi

Il Consiglio Nazionale Forense, mediante la sentenza n. 206 del 2019, ha ritenuto i motivi non fondati e ha rigettato il ricorso.

La motivazione

Il CNF ha innanzitutto rilevato che i fatti oggetto del capo di incolpazione siano pacifici.

L’avv. Tarquinio Caio Prisco, infatti, non ha mai contestato di aver contestualmente ricoperto (nei giudizi sopra indicati) il ruolo di difensore del sig. Tizio e quello di difensore della sua controparte (il fratello [CAIO]).

Il ricorrente, più semplicemente, ritiene che il suo comportamento, per le considerazioni svolte nelle memorie difensive depositate avanti al COA e poi ribadite nel ricorso avanti a codesto collegio, non possa dirsi posto in essere in violazione dell’art. 37 codice deontologico previgente.

Quanto al secondo motivo di impugnazione (interpretazione dell’art. 37 c.d. nel senso che la norma farebbe riferimento esclusivamente ai casi in cui sia risultato in concreto esistente una situazione di conflitto di interessi) è facile rilevarne l’erroneità.

La “ratio” (peraltro evidente) della norma è, infatti, quella di “evitare situazioni che possano far dubitare della correttezza dell’operato dell’avvocato e, quindi, perché si verifichi l’illecito, è sufficiente che potenzialmente l’opera del professionista possa essere condizionata da rapporti di interesse con la controparte” (così, ad esempio, Corte di cassazione, n. 22882/2011).

Quanto, invece, alla terza censura (asserita applicabilità dell’art. 37 C.D. soltanto al rapporto con il cliente, nel caso di specie la [ALFA] s.a.s, e non anche a quello con la parte assistita, nel caso di specie il sig. Tizio), rileva il Consiglio che l’art. 37 del previgente C.D. faceva espresso riferimento proprio alla nozione di “assistito” e non a quella di “cliente” (mentre l’art. 24 del nuovo e vigente C.D. fa testuale riferimento ad entrambe le posizioni: “parte assistita” e “cliente”).

Anche la quarta censura è da ritenere palesemente contraria alla pacifica interpretazione dell’art. 37 C.D. previgente secondo la quale, partendo dal bene tutelato dalla disposizione in questione (correttezza, imparzialità ed indipendenza dell’avvocato), conclude nel senso che la situazione di conflitto di interessi risulta “lesiva della reputazione del professionista e della dignità della classe forense, … pertanto configura un illecito sanzionabile … indipendentemente dalla circostanza che la condotta si sia o no rivelata dannosa per le parti” (così Corte di cassazione, n. 11176/1995; in termini v. anche CNF n. 110/2014).

In conclusione, a dire del Collegio, la previsione dell’art. 37 C.D. risponde all’esigenza di conferire protezione e garanzia non solo al bene giuridico dell’indipendenza effettiva e dell’autonomia dell’avvocato ma, altresì, alla loro apparenza.

Ciò in quanto l’apparire indipendenti è tanto importante quanto esserlo effettivamente, dovendosi in assoluto proteggere … anche la dignità dell’esercizio professionale e l’affidamento della collettività sulla capacità degli avvocati di fare fronte ai doveri che l’alta funzione esercitata impone loro.

Si tratta di un valore (bene) indisponibile: neanche l’eventuale autorizzazione della parte assistita, pur resa edotta e, quindi, scientemente consapevole della condizione di conflitto di interessi, può valere ad assolvere il professionista dall’obbligo di astenersi dal prestare la propria attività. (così CNF n. 165/2013).

Quanto alla sanzione, il CNF ha ritenuto non ricorrere le condizioni per l’applicazione di sanzioni di minor gravità rispetto a quella (la minima irrogabile) dell’avvertimento già disposta dal COA di Patti.

Vai al testo integrale

Ecco il link a: Consiglio Nazionale Forense, sentenza del 30 dicembre 2019, n. 206

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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