Avvocati: il compenso per attività stragiudiziale va determinato secondo le tariffe e non secondo gli usi




In punto di diritto mancando un preventivo accordo fra le parti, il compenso del professionista avvocato va determinato in base alle tariffe, criterio cui gli usi costituiscono una mera alternativa ove non siano previste tariffe per l’attività professionale posta in essere.

In sostanza il compenso per le prestazioni professionali svolte dall’avvocato va determinato in base alla tariffa e adeguato all’importanza dell’opera solo nel caso in cui esso non sia stato liberamente pattuito.


Il principio di diritto è stato ribadito dalla  Corte di Cassazione, Sezione II Civile, con l’ordinanza del 30 agosto 2018, n. 21482, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato quanto già deciso, nel caso de quo, dalla Corte d’appello di Venezia.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che l’avvocato LUCIO CAIO convenne TIZIO innanzi al Tribunale di Venezia esponendo di averlo assistito per la composizione stragiudiziale di una vertenza conseguente ad un sinistro stradale in cui questi era rimasto coinvolto, e chiedendone la condanna al pagamento del compenso, da determinarsi in base alla tariffa professionale e comunque secondo gli usi.

L’attore, avv. LUCIO CAIO, determinava il proprio compenso professionale nella misura del 10% dell’importo riscosso a seguito di definizione transattiva, pari ad euro 650.000,00.

TIZIO si costituì contestando la congruità dell’importo richiesto, in relazione all’attività prestata dall’attore ed agli importi già versati nel corso del rapporto.

Il Tribunale di Venezia rigettò la domanda.

La sentenza fu appellata dall’avvocato LUCIO CAIO e la Corte d’Appello di Venezia, con la sentenza n. 20XX/2013, rigettò l’impugnazione, osservando che l’importo già da TIZIO corrisposto all’avv. LUCIO CAIO doveva ritenersi congruo in applicazione delle tariffe forensi, nel senso stabilito dal Tribunale con argomenti non attinti da critiche specifiche da parte dell’appellante.

Inoltre, e quanto alla possibile esistenza di un uso che avrebbe consentito la liquidazione di maggiori importi, la Corte lo ritenne inapplicabile ai fini della liquidazione del compenso per l’attività di assistenza stragiudiziale prestata dall’ avvocato, salva la possibilità di un espresso accordo in tal senso con l’assistito, nel caso di specie pacificamente non avvenuto.

Avverso tale decisione propone ricorso l’avvocato LUCIO CAIO sulla base di due motivi.

I motivi di ricorso

Con il primo motivo il ricorrente avv. LUCIO CAIO ha denunziato la violazione degli artt. 2233 codice civ., 112 cod. proc. civ., 10 d.m. 8 aprile 2004 n. 127.

Il ricorrente ha assunto, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe erroneamente liquidato il suo compenso in base alla tariffa professionale forense nonostante le attività svolte non rientrassero nel novero delle voci dalla stessa previste per gli onorari in materia stragiudiziale, ed avrebbe altresì omesso di considerare che la domanda era volta ad una liquidazione secondo gli usi, non consentendo il ricorso ad un diverso criterio quale quello adottato, peraltro senza acquisire il necessario parere del competente ordine professionale.

Con il secondo motivo il ricorrente denunzia violazione dell’art. 2233 cod. civ., osservando che, in ogni caso, la Corte d’Appello avrebbe liquidato il compenso senza tener conto del necessario criterio di adeguatezza dello stesso all’importanza dell’opera, riconoscendo così come adeguato un importo assai modesto a fronte dell’elevato ammontare del danno risarcibile al proprio assistito in conseguenza del sinistro.

La norma invocata

Art. 2233 Codice civile – Compenso.
Il compenso, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice, (1).
In ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione.
Sono nulli, se non redatti in forma scritta, i patti conclusi tra gli avvocati ed i praticanti abilitati con i loro clienti che stabiliscono i compensi professionali (2).
(1) “sentito il parere dell’associazione professionale a cui il professionista appartiene”. Le norme corporative sono state abrogate con R.D.L. 9 agosto 1943, n. 721.
(2) Questo comma è stato così sostituito dall’art. 2, comma 2 bis, del D.L. 4 luglio 2006, n. 233, convertito, con modificazioni, nella L. 4 agosto 2006, n. 248.

La decisione

La Corte di Cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 21482/2018, ha ritenuto i motivi non fondati ed ha rigettato il ricorso.

Sui punti controversi la Suprema Corte, nel motivare il rigetto, ha precisato che la sentenza impugnata muove, infatti, dal consolidato principio in base al quale, “mancando un preventivo accordo fra le parti, il compenso del professionista va determinato in base alle tariffe, criterio cui gli usi costituiscono una mera alternativa ove non siano previste tariffe per l’attività professionale posta in essere”.

Come pacificamente stabilito dalla Corte, (Corte di Cassazione civile, sez. II, 24/06/2013, n. 15786) “il compenso per prestazioni professionali va determinato in base alla tariffa e adeguato all’importanza dell’opera solo nel caso in cui esso non sia stato liberamente pattuito, in quanto l’art. 2233 c.c. pone una garanzia di carattere preferenziale tra i vari / criteri di determinazione del compenso, attribuendo rilevanza in primo luogo alla convenzione che sia intervenuta fra le parti e poi, solo in mancanza di quest’ultima, e in ordine successivo, alle tariffe e agli usi e, infine, alla determinazione del giudice, mentre non operano i criteri di cui all’art. 36, comma 1, cost., applicabili solo ai rapporti di lavoro subordinato”.

D’altro canto, osserva ancora la Suprema Corte, tutte le attività che il ricorrente afferma di aver svolto (esame di documenti, invio di corrispondenza, colloqui con altri professionisti) risultano specificamente comprese nella tabella D di cui al d.m. 8 aprile 2004, n. 127 (tariffe professionali in materia stragiudiziale applicabili ratione temporis), mentre nessun preventivo parere di congruità era necessario, non vertendosi in ipotesi di liquidazione determinata dal giudice.

Secondo Corte di Cassazione civile, sez. IL 20/02/2014, n. 4081 (che conferma Corte di Cassazione civ., Sez. VI, 29 dicembre 2011 n. 29837 e Corte di Cassazione, civ., sez. VI, 21 ottobre 2011 n. 21934) “solo ove il compenso stesso non sia stato pattuito tra le parti, né sia determinabile in base a tariffe o usi, il giudice deve acquisire il parere dell’associazione professionale di appartenenza”.

Vai al testo integrale dell’ordinanza

Ecco il link a:  Corte di Cassazione, Sezione II Civile, ordinanza del 30 agosto 2018, n. 21482

 

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Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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