Avvocati: agire in giudizio contro un collega senza dargli comunicazione scritta è illecito disciplinare




In punto di diritto l’avvocato che intende agire in giudizio contro un collega è tenuto all’adempimento dell’obbligo previsto dall’art. 38 Codice deontologico Forense (già art. 22 cod. prev.), da ritenersi soddisfatto nel concorso di tre requisiti: quello formale, consistente nell’adozione dello scritto quale veicolo della comunicazione; quello sostanziale, consistente nel rendere chiara l’intenzione di chi comunica che agirà in giudizio; l’ultimo, anch’esso di carattere sostanziale, consistente nel palesare la ragione dell’iniziativa


È quanto ha stabilito il Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza del 3 luglio 2017, n. 77, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato quanto già deciso, nella vicenda de quo, dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano.

La vicenda

La pronuncia traeva origine dal fatto che il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano a seguito di esposto presentato dall’avv. CAIO [ESPONENTE], deliberava nel 2011 l’apertura del procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. TIZIO [RICORRENTE], formulando il seguente capo di incolpazione: “Per essere venuto meno ai doveri di lealtà e correttezza per avere promosso azione giudiziaria nei confronti del Collega Avv. CAIO[ESPONENTE] per la restituzione della somma di € 392,60 e ciò senza dargliene preventiva comunicazione”.

L’esposto traeva origine da alcune vertenze giudiziarie che avevano contrapposto l’avv. TIZIO [RICORRENTE], nella sua veste di condomino, al Condominio Fantasia, difeso dall’avv. CAIO [ESPONENTE].

Nelle citate vicende l’avv. TIZIO [RICORRENTE] era rimasto soccombente per cui gli era stato notificato un precetto per il pagamento delle spese legali.

Lamentando l’indebita richiesta della somma di € 392,60 nell’atto di precetto, l’avv. TIZIO [RICORRENTE] promuoveva azione giudiziaria avanti il Giudice di Pace per la ripetizione della menzionata somma, direttamente nei confronti dell’avv. CAIO [ESPONENTE] -e non del Condominio- senza peraltro dargli la comunicazione scritta di cui all’art. 22 del previgente codice deontologico forense.

Si difendeva l’avv. TIZIO [RICORRENTE] sostenendo che il suo comportamento era stato determinato dall’atteggiamento tenuto dall’esponente, nei confronti del quale egli aveva presentato numerosi esposti al COA, anche per la violazione dell’art. 22, ed al quale aveva ripetuto più volte che nei suoi confronti avrebbe adito ogni autorità, così che il Collega sarebbe stato sostanzialmente informato della sua iniziativa.

Il COA, all’esito del dibattimento riconosceva la responsabilità disciplinare dell’incolpato avv. TIZIO e irrogava la sanzione della censura.

Avverso il provvedimento proponeva tempestivo ricorso l’avv. [RICORRENTE], che affida la sua doglianza a tre motivi.

I motivi di ricorso

Per quanto è qui di interesse, con il primo motivo, il ricorrente avv. TIZIO ribadisce di avere ripetutamente avvisato l’avv. CAIO [ESPONENTE] che egli si sarebbe difeso contro la sua scorretta condotta -ravvisabile nell’avere notificato atto di precetto senza averlo prima avvisato- con ogni mezzo legale, per cui sostanzialmente la violazione non sarebbe stata commessa.

Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta come l’avv. [ESPONENTE] – esponente- abbia violato l’art. 22 del previgente codice deontologico, non avendo ispirato il suo comportamento a correttezza e lealtà, invocando- così parrebbe, anche se l’esposizione non è chiara l’esimente della provocazione.

La decisione

Il Consiglio Nazionale Forense, chiamato a pronunciarsi, mediante la citata sentenza n. 77/2017 ha ritenuto i motivi infondati ed ha rigettato il ricorso.

Afferma il ricorrente, con il primo motivo di impugnazione, che, avendo avvisato sin dal 9 luglio 2009 l’avv. [ESPONENTE] che si sarebbe difeso “con ogni mezzo legale contro la sua scorretta condotta”, egli avrebbe agito in conformità agli obblighi impostigli dall’art. 22 del previgente Codice deontologico.

I predetti documenti non sono tuttavia idonei a suffragare la tesi propugnata dall’attore.

Ritiene il Consiglio, per giurisprudenza costante (si vedano in proposito, fra le molte, CNF, n. 200/2010 e n. 41/2013) che “l’adempimento dell’obbligo previsto dall’art.22 canone II del (previgente) Codice deontologico Forense deve ritenersi soddisfatto nel concorso di tre requisiti:

  1. quello formale, consistente nell’adozione dello scritto quale veicolo della comunicazione;
  2. quello sostanziale, consistente nel rendere chiara l’intenzione di chi comunica che agirà in giudizio;
  3. l’ultimo, anch’esso di carattere sostanziale, consistente nel palesare la ragione dell’iniziativa.

Mentre il primo requisito ha la funzione di impedire qualsiasi equivoco, il secondo ed il terzo consentono al destinatario della comunicazione di evitare di essere convenuto in giudizio rimuovendo, o tentando di rimuovere, le ragioni della controversia.

Ciò risulta possibile solo se la comunicazione sia titolata, esplicando i motivi del contrasto, e consenta quello spatium deliberandi da parte del destinatario che possa permettere a quest’ultimo di evitare la sede giudiziaria”.

Orbene, non può revocarsi in dubbio come le comunicazioni dell’avv. TIZIO [RICORRENTE], effettuate al Consiglio dell’Ordine di Milano, ed integranti la richiesta di procedere disciplinarmente nei confronti dell’avv. CAIO [ESPONENTE], non integrino in alcun modo i requisiti sopra riportati, ed in particolare quelli sostanziali, dal momento che l’azione poi intrapresa dal ricorrente si è sostanziata nell’affatto diversa azione per il recupero della somma di € 392,60 promossa con atto di citazione avanti il Giudice di Pace.

Ne consegue che la violazione del precetto di cui all’art. 22 sussiste.

Con il secondo motivo di ricorso l’avv. [RICORRENTE], sia pure in modo confuso, parrebbe invocare la scriminante della provocazione, concentrando le proprie argomentazioni sull’asserito comportamento scorretto posto in essere dall’esponente avv. CAIO [ESPONENTE] piuttosto che alla propria difesa.

L’argomento è privo di pregio dal momento che, secondo un principio ampiamente consolidato nella giurisprudenza del CNF, in materia disciplinare la provocazione non vale come esimente, ma può solo essere considerata come possibile attenuante ai fini della riduzione della sanzione, il procedimento disciplinare avendo cause, svolgimento e fini ben diversi da quelli del procedimento penale.” (si vedano in proposito: Consiglio Nazionale Forense, n. 44/2008 e CNF, n. 64/2014).

Conclude, pertanto, il CNF che la decisione del COA di Milano deve essere confermata anche per quanto attiene la sanzione applicata: ancorché l’art. 38 del nuovo Codice Deontologico Forense preveda quale pena edittale l’avvertimento, l’insistenza con cui, anche in fase di impugnazione, l’incolpato si ostina ad attribuire comportamenti scorretti all’esponente, senza rilevare i propri, è sicuro indice della propria inadeguatezza a recepire correttamente i canoni deontologici e la loro portata e giustifica l’applicazione di una sanzione più grave.

Link alla sentenza

Ecco il link a: Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza del 3 luglio 2017, n. 77

 

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Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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