Autoveicolo impatta contra una grossa pietra presente sulla carreggiata: Comune responsabile dei danni

Legittima la decisione che condanna il Comune proprietario della strada al risarcimento, ex art. 2051 codice civile, dei danni subiti dal proprietario dell’autoveicolo che aveva impattato contro una grossa pietra presente sulla carreggiata.

 

Lo ha stabilito la Corte di cassazione, Sezione VI Civile, con l’ordinanza del 17 novembre 2020, n. 26041, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato la decisione della Corte d’appello di Catania.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che nel 2007 Simmaco Sallustio convenne dinanzi al Tribunale di Catania il Comune, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti allorché, nel percorrere una via cittadina alla guida del proprio autoveicolo, impattò contro “una grossa pietra che si trovava sulla sede stradale per colpa dell’ente”.

Con sentenza del 2014 il Tribunale di Catania accolse la domanda e condannò il Comune di Biancavilla al pagamento in favore dell’attore della somma di euro 4.169, oltre accessori.

La sentenza venne appellata dall’amministrazione comunale e la Corte d’appello di Catania, con sentenza del 2018 n. 819, rigettò il gravame.

Ritenne la Corte d’appello che:

-) il Comune dovesse rispondere dell’accaduto sensi dell’articolo 2051 c.c.;

-) il Comune non avesse vinto la presunzione posta a suo carico da tale norma;

-) la prova testimoniale raccolta in primo grado a sostegno delle allegazioni attoree era attendibile;

-) il motivo d’appello con cui il Comune invocava un concorso di colpa della vittima era inammissibile perché generico.

La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione dal Comune, con ricorso fondato su tre motivi.

I motivi di ricorso

Con il primo motivo il ricorrente ha lamentato, ai sensi dell’articolo 360, n. 3, c.p.c., la violazione dell’articolo 2051 c.c.

Ha, in sostanza, dedotto che la Corte d’appello avrebbe omesso di valutare il comportamento colposo del danneggiato, il quale invece sussisteva ed era consistito sia nell’avere violato il limite di velocità esistente sul luogo del sinistro, sia nell’avere guidato il proprio mezzo distrattamente.

Con il secondo motivo il ricorrente ha lamentato, ai sensi dell’articolo 360, n. 4, c.p.c. e dell’articolo 360, n. 5, c.p.c. la violazione degli articoli 132 c.p.c. e 118 delle disposizioni di attuazione del c.p.c.

A dire del ricorrente il giudice d’appello avrebbe errato sia nel ritenere superflua una consulenza tecnica d’ufficio, sia nel ritenere attendibile il testimone chiamato a deporre sui costi di riparazione del proprio autoveicolo sostenuti dalla parte danneggiata.

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 26041 del 2020, ha ritenuto i motivi inammissibili e ha rigettato il ricorso.

La motivazione

Quanto alla prima doglianza il Collegio ha fatto rilevare che la Corte d’appello aveva ritenuto che il motivo di gravame col quale il Comune aveva prospettato la violazione dell’articolo 1227 c.c. fosse privo di illustrazione, e perciò inammissibile.

Ebben il motivo è inammissibile in quanto sarebbe stato necessario, per evitare il formarsi del giudicato interno sul giudizio di genericità dell’appello, che la suddetta ratio decidendi fosse stata impugnata con un motivo di ricorso per cassazione ad hoc, il quale avesse:

a) contestato il giudizio di genericità dell’appello;

b) indicato, ai sensi dell’articolo 366, n. 6, c.p.c., in quale atto ed in quali termini fosse stato introdotto in grado di appello il tema del concorso di colpa della vittima, al fine di dimostrare che quel motivo di gravame non era affatto generico.

Il ricorso oggi in esame, per contro, si è disinteressato della reale motivazione adottata dalla Corte d’appello, e ha ancora sostenuto che il sinistro doveva ascriversi anche a colpa concorrente (od esclusiva della vittima).

In riferimento alla seconda doglianza, il Collegio precisa di averla ritenuta inammissibile in quanto investe la valutazione delle prove.

Ed infatti tanto lo stabilire se un testimone è sincero o mendace, quanto il valutare se una consulenza tecnica d’ufficio possa o non possa essere utile ai fini del decidere, costituiscono valutazioni riservate al giudice di merito, ed insindacabili in sede di legittimità.

Ma, come noto, non è consentita in sede di legittimità una valutazione delle prove ulteriore e diversa rispetto a quella compiuta dal giudice di merito, a nulla rilevando che quelle prove potessero essere valutate anche in modo differente rispetto a quanto ritenuto dal giudice di merito (ex permultis, Corte di cassazione, Sez. L, Sentenza n. 7394 del 26/03/2010, Rv. 612747; Corte di cassazione, Sez. III, Sentenza n. 13954 del 14/06/2007, Rv. 598004).

Vai alla decisione

Ecco il link a: Corte di cassazione, Sezione VI Civile, ordinanza del 17 novembre 2020, n. 26041

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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