Assegnazione del dipendente a una sede diversa: illegittima se più gravosa e gli impedisce di assistere la moglie malata

Illegittima l’assegnazione del dipendente a una sede diversa da quella richiesta se la stessa costringendolo a percorrere una distanza assai maggiore di quella in precedenza percorsa (e per la quale aveva richiesto un avvicinamento alla residenza) rendendo più gravosa la vita di relazione del soggetto con grave pregiudizio per la salute psico-fisica e l’impossibilità di assistere adeguatamente la propria moglie, affetta da depressione endoreattiva grave. Confermato anche il riconoscimento di un danno non patrimoniale comprendente il cd. danno esistenziale.

E’ quanto ha stabilito la Corte di cassazione, Sezione Lavoro Civile, con l’ordinanza del 18 gennaio 2021, n. 703, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermata la decisione della Corte d’appello di Roma.

La vicenda

La pronuncia di legittimità in esame ha avuto origine dal fatto che la Corte d’appello di Roma, con sentenza del 2016, in reiezione dell’impugnazione proposta da Hacca S.p.A., ha confermato la decisione del Tribunale di Roma che aveva parzialmente accolto la domanda avanzata da Fulgenzio Simmaco nei confronti della società, dichiarando l’illegittimità dell’assegnazione del ricorrente alla sede di Velletri in luogo di quella di Rieti da lui richiesta – nel cambio d’azienda dalla Omega Tpl – e condannato la società di trasporto al pagamento della complessiva somma di Euro 23.700, oltre accessori e spese a titolo di risarcimento del danno.

In particolare, il giudice d’appello, condividendo le conclusioni del primo giudice, ha ritenuto illegittima l’assegnazione e corretta la quantificazione del danno operata dal Tribunale.

Per la cassazione della sentenza ha propone ricorso, assistito da memoria, la Hacca S.p.A., affidandolo a due motivi.

I motivi di ricorso

Con il primo motivo il ricorrente ha dedotto la violazione degli artt. 2909 cod. civ. e 324 cod. proc. civ., allegandosi, in particolare, la inscindibilità del riconosciuto danno non patrimoniale rispetto al danno biologico negato.

Con il secondo motivo ha dedotto la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2087, 2056 e 2059 cod. civ. allegandosi l’assenza di elementi probatori atti a dimostrare il danno liquidato.

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 703 del 2021, ha ritenuto i motivi non fondati e ha rigettato il ricorso.

La motivazione

Il Collegio ha ritenuto opportuno premettere come la decisione delle Sezioni Unite n. 26972 dell’11 novembre 2008 abbia chiarito che “il danno non patrimoniale derivante dalla lesione di diritti inviolabili della persona, come tali costituzionalmente garantiti, è risarcibile – sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ. – anche quando non sussiste un fatto-reato, né ricorre alcuna delle altre ipotesi in cui la legge consente espressamente il ristoro dei pregiudizi non patrimoniali, a tre condizioni:

(a) che l’interesse leso – e non il pregiudizio sofferto – abbia rilevanza costituzionale (altrimenti si perverrebbe ad una abrogazione per via interpretativa dell’art. 2059 cod. civ., giacché qualsiasi danno non patrimoniale, per il fatto stesso di essere tale, e cioè di toccare interessi della persona, sarebbe sempre risarcibile);

(b) che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità (in quanto il dovere di solidarietà, di cui all’art. 2 Cost., impone a ciascuno di tollerare le minime intrusioni nella propria sfera personale inevitabilmente scaturenti dalla convivenza);

(c) che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come quello alla qualità della vita od alla felicità.

La giurisprudenza di legittimità (cfr. sul punto, Corte di cassazione, n. 901 del 17 gennaio 2018) afferma che la natura unitaria ed onnicomprensiva del danno non patrimoniale, come statuita dalle Sezioni Unite della S.C., deve essere interpretata, rispettivamente, nel senso di unitarietà rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto non suscettibile di valutazione economica e come obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze derivanti dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni risarcitone, attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, e di non oltrepassare una soglia minima di apprezzabilità, procedendo ad un accertamento concreto e non astratto, dando ingresso a tutti i mezzi di prova normativamente previsti, ivi compresi il fatto notorio, le massime di esperienza, le presunzioni.

Invero, il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile “esistenziale”, e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane, risarcibile nel caso in cui l’illecito abbia violato diritti fondamentali della persona) costituiscono pregiudizi non patrimoniali ontologicamente diversi e tutti risarcibili.

Né tale conclusione contrasta col principio di unitarietà del danno non patrimoniale, sancito dalla sentenza n. 26972 del 2008 delle Sezioni Unite della Corte di cassazione, giacché quel principio impone una liquidazione unitaria del danno, ma non una considerazione atomistica dei suoi effetti (Cfr., fra le altre, Corte di cassazione, n. 2285 del 3 ottobre 2013).

La stessa Sezione Lavoro ha poi chiarito che “la liquidazione del danno non patrimoniale deve essere complessiva e cioè tale da coprire l’intero pregiudizio a prescindere dai nomina iuris dei vari tipi di danno, i quali non possono essere invocati singolarmente per un aumento della anzidetta liquidazione, nondimeno, sebbene il danno non patrimoniale costituisca una categoria unitaria, le tradizionali sottocategorie del danno biologico e del danno morale continuano a svolgere una funzione, per quanto solo descrittiva, del contenuto pregiudizievole preso in esame dal giudice, al fine di parametrare la liquidazione del danno risarcibile (Corte di cassazione, n. 687 del 15/01/2014).

Orbene, va qui ulteriormente rilevato come in tema di risarcimento del danno da demansionamento le Sezioni Unite (cfr. sul punto, S.U. n. 6572 del 24/03/2006) abbiano affermato che “il danno esistenziale – da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno – va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravità, conoscibilità all’interno ed all’esterno del luogo di lavoro dell’operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti l’avvenuta lesione dell’interesse relazionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto) – il cui artificioso isolamento si risolverebbe in una lacuna del procedimento logico – si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell’art. 115 cod. proc. civ., a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove.

Tale ultima massima ha consentito al Collegio di reputare infondata la censura contenuta nel secondo motivo addotto da parte ricorrente in ordine alla configurabilità di un automatismo risarcitorio nella liquidazione operata dal giudice di primo grado e ritenuta congrua dalla Corte d’Appello.

Correttamente, la Corte d’appello ha infatti rilevato che, contrariamente a quanto dedotto da parte ricorrente, il ricorso di primo grado conteneva specifiche allegazioni in ordine ai danni non patrimoniali conseguiti alla mancata assegnazione presso la sede di Rieti, avendo evidenziato che il ricorrente impiegava più di due ore e mezza per raggiungere il posto di lavoro ed altrettante per tornare a Rieti, essendo, quindi, costretto a percorrere una distanza assai maggiore rispetto a quella percorsa per recarsi a Roma (sede cui era assegnato prima di chiedere il cambio d’azienda, proprio finalizzato al riavvicinamento alla famiglia) con grave pregiudizio per la salute psico – fisica e l’impossibilità di assistere adeguatamente la propria moglie, affetta da depressione endoreattiva grave, richiedente il supporto assistenziale del marito, oltre che quello farmacologico, come risultava dalla documentazione prodotta.

La Corte, quindi, sulla base della documentazione medica, ed attribuendo rilevo anche ad una ricostruzione in chiave presuntiva del danno fondata sull’id quod plerumque accidit, in termini di inferenza probabilistica, ha ritenuto corretta la valutazione e determinazione equitativa del danno operata dal giudice di primo grado, in tal modo conformandosi al consolidato orientamento di legittimità secondo cui, nella prova per presunzioni, ai sensi degli artt. 2727 e 2729 c.c., non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, essendo sufficiente che dal fatto noto sia desumibile univocamente quello ignoto, alla stregua di un giudizio di probabilità basato sull’id quod plerumque accidit, sicché il giudice può trarre il suo libero convincimento dall’apprezzamento discrezionale degli elementi indiziari prescelti, purché dotati dei requisiti legali della gravità, precisione e concordanza (cfr., tra le più recenti, Corte di cassazione, n. 1163 del 21/01/2020).

Nel caso in esame, tali elementi sono stati riscontrati nella notevole distanza chilometrica tra la sede assegnata e quella cui Fulgenzio Simmaco avrebbe avuto diritto, nel rilevante lasso di tempo occorrente per coprire tale distanza, pari a cinque ore giornaliere, sottratte al tempo da dedicare agli obblighi di assistenza familiare, nonché nel notevole periodo temporale entro cui si è protratto l’inadempimento – pari ad oltre due anni – nella natura della patologia sofferta dal coniuge convivente, tale da richiedere, come confermato dalle certificazioni mediche in atti, controlli clinici periodici e sostegno assistenziale da parte del marito.

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

    Arricchisci l'argomento con un tuo commento!

    Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

    error: Il contenuto è protetto!