Appalto: l’impresa può compiere, senza consenso, le variazioni necessarie all’esecuzione a regola d’arte

In punto di diritto in tema di appalto, le variazioni di cui all’art. 1660 cod. civile sono quelle non previste nel progetto, ma rese necessarie dall’esecuzione dell’opera. Ove si tratti di variazioni strettamente necessarie alla realizzazione a regola d’arte dell’opera commessa in appalto, deve ritenersi consentito all’appaltatore darvi esecuzione senza preventiva autorizzazione del committente

E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, Sezione II Civile, con la sentenza del 4 maggio 2017, n. 10891, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato quanto già deciso, nel caso de quo, dalla Corte d’appello di Trieste.

La vicenda

La pronuncia traeva origine dal fatto che CAIO (committente) affidò a TIZIO, appaltatore titolare di impresa edile, l’esecuzione di lavori edili.

Il contratto di appalto era stato stipulato in forma orale e che il consenso si era formato sul computo metrico predisposto dal tecnico di fiducia del committente limitatamente alle voci indicate nel capitolo “Ricostruzioni” al prezzo pattuito di euro 30.734,19.

Inoltre, all’impresa furono commissionate opere ulteriori rispetto a quelle previste nel computo metrico, in quanto quest’ultimo era carente relativamente a diversi profili (le murature interne, il ferro destinato alle armature; la copertura, l’impermeabilizzazione della cantina).

La Corte di Appello di Trieste confermò la pronuncia del Tribunale di Pordenone, con la quale CAIO fu condannato a corrispondere a TIZIO la somma di euro 51.052,70 (da maggiorarsi con gli interessi legali) a titolo di residuo del corrispettivo dovuto.

La Corte di merito ha, peraltro, ritenuto di poco conto le opere eseguite personalmente dal padre di CAIO, precisando che le opere aggiuntive eseguite dall’appaltatore erano necessarie al completamento a regola d’arte delle opere appaltate e richiamando in proposito il principio di diritto secondo cui, in tema di appalto, le variazioni di cui all’art. 1660 cod. civ. sono quelle non previste, rese necessarie dall’esecuzione dell’opera, e il loro pagamento è dovuto indipendentemente dal fatto che l’appaltatore ne abbia avvertito il committente.

Per la cassazione della sentenza di appello ricorre CAIO sulla base di tre motivi.

I motivi di ricorso

Per quanto è qui di interesse, il ricorrente CAIO con il secondo motivo, si deduce la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto in relazione agli artt. 1659 e 1660 cod. civile, per avere la Corte di Appello ritenuto che i lavori aggiuntivi eseguiti dall’impresa dell’attore fossero necessari al completamento a regola d’arte delle opere appaltate e per avere inoltre ritenuto che l’appaltatore potesse eseguire tali lavori ulteriori senza apposita comunicazione al committente.

La decisione

La Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi, mediante la citata sentenza n. 10891/2017 ha ritenuto non fondato il motivo ed ha rigettato il ricorso.

Precisa la Suprema Corte che per quanto concerne il primo profilo, relativo alla sussistenza della necessità delle opere aggiuntive, la censura è inammissibile, risolvendosi in una censura relativa ad un accertamento di fatto, che è insindacabile in sede di legittimità in presenza di una motivazione non apparente né manifestamente illogica.

Sotto il secondo profilo, relativo alla mancata comunicazione della necessità di opere aggiuntive, i giudici di appello – nel ritenere che il pagamento delle opere aggiuntive eseguite è dovuto indipendentemente dal fatto che l’appaltatore ne abbia avvertito il committente – si sono conformati alla giurisprudenza della Suprema Corte richiamata nella sentenza impugnata (cfr. Corte di Cassazione, Sezione I, n. 349 del 29/01/1966) e il ricorrente non ha fornito argomenti validi per mutare orientamento.

Va in proposito ricordato, prosegue la Cassazione, che la diligenza nell’adempimento, cui è tenuto ogni debitore ai sensi dell’art. 1176 primo comma cod. civ., si connota in modo peculiare per l’appaltatore, assumendo costui un’obbligazione di risultato (e non di mezzi) ed essendo pertanto tenuto a realizzare l’opera a regola d’arte, osservando, nell’esecuzione della prestazione, la diligenza qualificata ai sensi dell’art. 1176, 2° comma, cod. civ. quale modello astratto di condotta, che si estrinseca (sia egli professionista o imprenditore) nell’adeguato sforzo tecnico, con impiego delle energie e dei mezzi normalmente ed obiettivamente necessari od utili in relazione alla natura dell’attività esercitata, volto all’adempimento della prestazione dovuta ed al soddisfacimento dell’interesse creditorio, nonché ad evitare possibili eventi dannosi.

Sul punto, va ricordato che la giurisprudenza di legittimità, dalla quale la sentenza in commento non si  discosta, ha statuito che la responsabilità dell’appaltatore per i vizi dell’opera sussiste ancorché tali vizi siano riconducibili ad una condizione posta in essere da un terzo (come nel caso in cui egli sia chiamato ad eseguire un progetto predisposto dal committente), essendo l’appaltatore tenuto verso il committente – per aver assunto un’obbligazione di risultato e non di mezzi – a realizzare l’opera a regola d’arte e rispondendo anche per le condizioni imputabili allo stesso committente o a terzi se, conoscendole o potendole conoscere con l’ordinaria diligenza, non le abbia segnalate all’altra parte, né abbia adottato gli accorgimenti opportuni per far conseguire il risultato utile, salvo che, in relazione a tale situazione, ottenga un espresso esonero di responsabilità (Corte di Cassazione, Sezione II, n. 10927 del 18/05/2011).

Si è affermato perciò che l’appaltatore, anche laddove si attenga alle previsioni del progetto altrui, può comunque essere ritenuto responsabile per i vizi dell’opera se, nell’eseguire fedelmente il progetto e le indicazioni ricevute, non segnali eventuali carenze ed errori, giacché la prestazione da lui dovuta implica anche il controllo e la correzione degli eventuali errori del progetto, mentre egli va esente da responsabilità laddove il committente, pur reso edotto delle carenze e degli errori, gli richieda di dare egualmente esecuzione al progetto o gli ribadisca le indicazioni, in tale ipotesi risultando l’appaltatore stesso ridotto a mero nudus minister, cioè passivo strumento nelle mani del primo, direttamente e totalmente condizionato dalle istruzioni ricevute senza possibilità di iniziativa o vaglio critico (Corte di Cassazione, Sezione II, n. 1981 del 02/02/2016; Corte di Cassazione, Sezione I, n. 22036 del 17/10/2014).

Pertanto, ove l’appaltatore non fornisca la prova di aver manifestato al committente il proprio dissenso dalle previsioni progettuali per gli errori in esse contenuti e di essere stato cionondimeno indotto ad eseguirle, quale nudus minister, per le insistenze del committente ed a rischio di quest’ultimo, egli è tenuto, a titolo di responsabilità contrattuale, derivante dalla sua obbligazione di risultato, all’intera garanzia per le imperfezioni o i vizi dell’opera, senza poter invocare il concorso di colpa del progettista o del committente, né l’efficacia esimente di eventuali errori nelle istruzioni impartite dal direttore dei lavori (Corte di Cassazione, Sezione II, n. 8016 del 21/05/2012).

Questo è il senso della previsione di cui all‘art. 1160 cod. civile, secondo cui «Se per l’esecuzione dell’opera a regola d’arte, è necessario apportare variazioni al progetto e le parti non si accordano, spetta al giudice di determinare le variazioni da introdurre e le correlative variazioni del prezzo». Quando si tratti di variazioni al progetto strettamente necessarie alla realizzazione a regola d’arte dell’opera commessa in appalto, deve ritenersi consentito all’appaltatore darvi esecuzione senza preventiva autorizzazione del committente (in tal senso, (Corte di Cassazione, Sezione I, n. 349 del 29/01/1966).

Pertanto, conclude la Suprema Corte, sul punto va enunciato, ai sensi dell’art 384 primo comma, cod. proc. civ., il seguente principio di diritto: «In tema di appalto, le variazioni di cui all’art. 1660 cod. civ. sono quelle non previste nel progetto, ma rese necessarie dall’esecuzione dell’opera; ove si tratti di variazioni strettamente necessarie alla realizzazione a regola d’arte dell’opera commessa in appalto, deve ritenersi consentito all’appaltatore darvi esecuzione senza preventiva autorizzazione del committente, ma in tal caso, in mancanza di accordo fra le parti, spetta al giudice accertare la detta necessità delle variazioni e determinare il corrispettivo delle relative opere, parametrandolo ai prezzi unitari previsti nel preventivo ovvero ai prezzi di mercato correnti».

Link alla sentenza

Ecco il link a: Corte di Cassazione, Sezione II Civile, con la sentenza del 4 maggio 2017, n. 10891

 

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Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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