Appalti cd. “endoaziendali” e il divieto di interposizione di manodopera

Con riferimento agli appalti cd. “endoaziendali”, i quali sono caratterizzati dall’affidamento ad un appaltatore esterno di attività strettamente attinenti al complessivo ciclo produttivo del committente, il divieto di interposizione illecita di manodopera – di cui all’art 1 della legge n. 1369 del 1960 (applicabile ratione temporis) – opera tutte le volte in cui l’appaltatore mette a disposizione del committente una prestazione lavorativa, rimanendo in capo all’appaltatore stesso i soli compiti di gestione amministrativa del rapporto, ma senza che da parte sua ci sia una reale organizzazione della prestazione stessa, finalizzata ad un risultato produttivo autonomo.

 

Il principio è stato richiamato e fatto proprio dalla Corte di cassazione, Sezione Lavoro Civile, con l’ordinanza del 9 ottobre 2020, n. 21899, medainte la quale ha rigettato il ricorso e confermato la decisione della Corte d’appello di Roma.

La vicenda

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che con distinti ricorsi, proposti innanzi al Tribunale di Latina, poi riuniti, Caio, Tizio, Sempronio e Mevio chiedevano che fosse dichiarata la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con la EMME Spa, stante l’interposizione illecita di manodopera tra la citata società e la Coop Servizi Pronti.

L’adito giudice, con la pronuncia n. 627 del 2009, dichiarava la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato tra Caio, Tizio, Sempronio e Mevio il Forte, De Plano, Di Trocchio e Mastromattei e la Emme Spa dalle date di prima assunzione sino al 23.11.2004 (data del licenziamento collettivo).

Dichiarava, inoltre, illegittime le interruzioni del rapporto di lavoro disposte nei loro confronti medio tempore e dichiarava il diritto dei predetti ricorrenti a percepire le ordinarie retribuzioni per tutti detti periodi di lavoro e conseguentemente condannava la Emme Spa ai relativi pagamenti.

Avendo la Emme Spa interposto appello, la Corte di appello di Roma, con la sentenza n. 4266 del 2014, in parziale riforma della impugnata pronuncia, rigettava le domande dei lavoratori accolte in primo grado e compensava le spese del doppio grado.

In sintesi, i giudici di secondo grado rilevavano che i lavoratori non avevano provato la dedotta ingerenza della società Emme Spa nello svolgimento dei rapporti di lavoro, non emergendo con la sufficiente univocità e concludenza circostanze idonee alla integrazione della fattispecie interpositiva vietata.

Avverso la decisione di secondo grado proponevano ricorso per cassazione Caio, Tizio, Sempronio e Mevio, affidato a due motivi.

I motivi di ricorso

Per quanto è qui di interesse, i ricorrenti con il primo motivo hanno dedotto, ai sensi dell’art. 360 n. 3 e n. 5 cpc, la violazione e falsa applicazione della legge n. 1369 del 1960 nonché l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, rilevando che la sentenza gravata aveva richiamato considerazioni teoriche sulla disciplina della interposizione vietata ex art. 1 legge n. 1369 del 1960, applicabile ratione temporis ai rapporti di lavoro, ma nella ricostruzione del concreto svolgimento del rapporto di lavoro (pag. 8 e pag. 9), conteneva sia errori di diritto che la omissione della disamina delle risultanze istruttorie (testimoniali e documentali) che avrebbero comportato il diverso esito del giudizio.

Hanno riportato, quindi, tutti gli aspetti della vicenda e gli esiti della istruttoria svolta sottolineando, in punto di diritto, che:

a) l’illecito appalto di manodopera è ravvisabile anche ove le prestazioni lavorative si riferiscono alle ordinarie attività dell’impresa appaltante;

b) il divieto di intermediazione ed interposizione nelle prestazioni di lavoro è configurabile anche nei casi in cui l’appaltatore sia un imprenditore autentico;

c) negli appalti endo-aziendali, l’indagine deve essere diretta ad accertare se si tratti di una attività in grado di fornire un autonomo risultato produttivo.

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 21899 del 2020, ha ritenuto il motivo non fondato e ha rigettato il ricorso.

La motivazione

Sul punto la Suprema Corte ha ripetutamente affermato che, «con riferimento agli appalti cd. “endoaziendali”, i quali sono caratterizzati dall’affidamento ad un appaltatore esterno di attività strettamente attinenti al complessivo ciclo produttivo del committente, il divieto di cui all’art 1 della legge n. 1369 del 1960 (applicabile ratione temporis) opera tutte le volte in cui l’appaltatore mette a disposizione del committente una prestazione lavorativa, rimanendo in capo all’appaltatore stesso i soli compiti di gestione amministrativa del rapporto, ma senza che da parte sua ci sia una reale organizzazione della prestazione stessa, finalizzata ad un risultato produttivo autonomo» (Corte di cassazione, n. 16788 del 2006; Corte di cassazione, n. 9264 del 2008, Corte di cassazione, n. 5648 del 2009).

E’ stato anche precisato (Corte di cassazione, n. 11678 del 2006 e, in una fattispecie similare a quella per cui si procede, Corte di cassazione, n. 8653 del 2012) che il divieto di appalto di mere prestazioni di lavoro opera per le società cooperative di produzione e lavoro senza limitazioni derivanti da tipo di rapporto che lega il prestatore alla società, rapporto che può essere societario (nel caso di prestazioni rientranti nell’oggetto sociale), ovvero di lavoro subordinato (nell’ipotesi di prestazioni diverse da quelle specificate in precedenza), non potendosi escludere che anche nei confronti del socio possa configurarsi il contratto di appalto di mere prestazioni di lavoro vietate dalla legge, allorquando ricorra il presupposto sostanziale rappresentato dalla diretta dipendenza dei prestatori d’opera (pure se, appunto, soci della cooperativa) dall’appaltante, in posizione di fatto comparabile con quelle degli altri lavoratori direttamente assunti da costui, in modo che il medesimo ne divenga l’effettivo referente.

Le dedotte violazioni di legge, prospettate ai sensi dell’art. 360 n. 3 cpc, sono pertanto insussistenti essendosi la Corte di merito adeguata ai principi sopra esposti allorché, nella gravata pronuncia, ha precisato che, per l’integrazione della fattispecie interpositoria vietata occorreva il completo utilizzo di mezzi strumentali dell’appaltante ai fini della configurabilità della fattispecie tipica, ex art. 1 co. 3 legge n. 1369 del 1960 (sebbene non invocata nei gradi di merito dagli originari ricorrenti) e una ingerenza qualificata nell’esecuzione della prestazione lavorativa da parte dell’appaltante tale da ricondurre ad esso la effettiva gestione di mere prestazioni lavorative semplicemente messegli a disposizione, la loro concreta organizzazione nell’ambito produttivo e, con esse, la reale titolarità del rapporto, residuando all’appaltatore eventualmente la gestione di aspetti meramente formali-amministrativi del rapporto di lavoro.

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Ecco il link a: Corte di cassazione, Sezione Lavoro Civile, ordinanza del 9 ottobre 2020, n. 21899

 

Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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