L’apertura di porte e finestre sul prospetto dell’edificio richiedono il permesso a costruire




In punto di diritto l’apertura di porte finestrate e di finestre sul prospetto di un edificio va qualificato – sempre – come intervento di ristrutturazione edilizia comportante modifica dei prospetti, assoggettato (tuttora) al regime del permesso di costruire ex art. 10 primo comma lett. c) del d.P.R. 6 Giugno 2001 n° 380


E’ quanto ha stabilito il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, Sezione VI, con la sentenza del 17 maggio 2017, n. 2664, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato il provvedimento adottato dal Comune di Napoli.

La vicenda

La pronuncia traeva origine dal fatto che la società ricorrente, nella qualità di proprietaria di complesso industriale composto di un capannone di 72 m x 50 m con annesso corpo uffici e sito in Napoli, ha presentato in data 7.11.2014 una istanza di accertamento di conformità (pratica edilizia n. XXXX del 2014) in relazione alla modifica apportata all’immobile, consistente nella realizzazione di partizione interne finalizzate a suddividere lo spazio in più locali, con porte taglia-fuoco di collegamento, nella predisposizione di uscite di sicurezza e nuove aperture lungo il perimetro esterno, nonché nella demolizione di due soppalchi aventi una superficie complessiva di 131,99 mq.

Avverso la disposizione dirigenziale del Comune di Napoli n. XXX del 2015, con cui il predetto Ente ha respinto l’istanza presentata dalla ricorrente ed ha rinnovato l’ordine di ripristino dello stato dei luoghi, denunzia la mancanza di motivazione, la violazione della normativa urbanistica ed edilizia, nonché la mancanza di comunicazione di avvio del procedimento in relazione alla misura demolitoria.

Il Comune si è costituito ed ha concluso per l’infondatezza del ricorso.

Il Consiglio di Stato, con ordinanza cautelare n. 6203 del 2016, di riforma dell’ordinanza del Tar n. XXXX del 2016, ha ritenuto la sussistenza di un pregiudizio irreparabile ed ha sospeso gli atti ai fini della sollecita fissazione dell’udienza di merito.

La decisione

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, chiamato a pronunciarsi, mediante la citata sentenza n. 2664/2017 ha ritenuto i motivi non fondati ed ha rigettato il ricorso.

Occorre subito evidenziare, precisa il TAR, che l’intervento costituisce una vera e propria ristrutturazione, sia pure leggera, consentita nella zona solo a seguito della approvazione degli strumenti urbanistici attuativi.

In punto di fatto la società ricorrente ha effettuato una serie di interventi interni (demolizione del soppalco e tramezzatura) ed esterni (aperture di varchi e luci) che hanno consentito il frazionamento dell’originario capannone industriale in plurimi autonomi spazi destinabili ad attività di piccole dimensioni aventi tanto carattere artigianale che commerciale.

Su tale ultimo profilo va rilevato che il mutamento di destinazione, esplicitato dall’amministrazione comunale con la nota gravata con motivi aggiunti, emerge dalla valutazione complessiva dell’intervento, e dunque va considerato in sede giurisdizionale quale indice della tipologia di intervento edilizio.

Secondo la tesi attorea si tratta di opere di manutenzione straordinaria (e/o restauro e risanamento conservativo) eseguite all’interno del fabbricato, senza aumento di superficie utile, né di volumetria, che si inquadrano pienamente nella ratio della normativa in materia, che è preordinata ad agevolare tutti gli interventi sul patrimonio edilizio esistente (nel caso di specie, addirittura fatiscente), dovuta alla volontà del Legislatore di consentire l’ammodernamento e la migliore vivibilità anche per ovvie ragioni di igiene e sicurezza e da tali ragioni è stato mosso il ricorrente.

In ogni caso, tenuto anche conto della cd. liberalizzazione degli interventi minori (per effetto delle modifiche del t.u. edilizia ad opera del decreto legge “Sblocca Italia” 12 settembre 2014 n° 133 – convertito in legge 11 novembre 2014 n° 164) sarebbe stata sufficiente la denuncia di inizio attività, avendo la società ricorrente realizzato una ristrutturazione edilizia senza demolizione ex art. 3, co. 1, lett. d), d.P.R. n. 380/01, come modificato dal D.L. vo n. 301/02, che avrebbe portato ad un organismo edilizio soltanto in parte diverso dal precedente, non comportante aumento di unità immobiliare, né modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superficie dell’edificio: tali tipi di opere, anche globalmente considerate, non rientrerebbero nella previsione di cui all’art. 10, co. 1, lett. c) del d.P.R. n. 380/01, né all’art. 6 del medesimo d.P.R., ma, più propriamente, la disciplina abilitativa sarebbe comunque quella prevista dall’art. 22, co. 1, d.P.R. 380 cit., il tutto anche alla luce della L.R. Campania n. 19/2001 che, all’art. 1, lett. b consente la ristrutturazione edilizia del tipo realizzato nel caso in esame.

La tesi a dire del TAR non persuade, poiché l’intervento, da valutare nel suo complesso, deve ritenersi una vera e propria ristrutturazione leggera.

Ed invero il frazionamento, pur astrattamente realizzabile senza permesso di costruire, è stato ottenuto mediante l’esecuzione di opere (in particolare apertura di varchi esterni che consentono autonomo ingresso a ciascun locale frazionato) comportanti un ampliamento ed una modifica della sagoma e del prospetto del fabbricato, sicché rientrano nella tipologia degli interventi di ristrutturazione edilizia, dovendo così essere subordinate al regime del permesso di costruire ai sensi dall’art. 10, comma 1, lett. c), d.P.R. n. 380/2001 (T.A.R. Napoli, (Campania), sez. IV, 23/02/2012, n. 969).

In particolare, l’apertura di porte finestrate e di finestre sul prospetto di un edificio va qualificato – sempre – come intervento di ristrutturazione edilizia comportante modifica dei prospetti, assoggettato (tuttora) al regime del permesso di costruire ex art. 10 primo comma lett. c) del d.P.R. 6 Giugno 2001 n° 380 (cfr: Corte di Cassazione penale, III Sezione, 20 Maggio 2014 n° 30575), non modificato dal decreto legge “Sblocca Italia” 12 Settembre 2014 n° 133 (convertito in legge 11 novembre 2014 n° 164), che (per quanto qui interessa) si limita a ricomprendere nell’ambito degli interventi di manutenzione straordinaria, di cui all’art. 3 primo comma lett. b) del d.P.R. 6 Giugno 2001 n° 380, quelli (insussistenti nel caso di specie) consistenti nel frazionamento o accorpamento delle unità immobiliari con esecuzione di opere anche se comportanti la variazione delle superfici delle singole unità immobiliari nonché del carico urbanistico, purché non sia modificata la volumetria complessiva degli edifici e si mantenga l’originaria destinazione di uso.

Né vale sostenere che tali aperture erano strumentali al rispetto delle norme di sicurezza (in tema di areazione dei locali), sia perché le stesse vengono in rilievo solo dopo che è stato realizzato in legittimo intervento edilizio, sia perché, in ogni caso, le aperture sarebbero interventi del tutto sproporzionati rispetto alla finalità evocata, mentre si inseriscono perfettamente nel quadro complessivo di trasformazione del capannone industriale in una serie di locali da utilizzare in modo diverso.

In tale prospettiva la diversa distribuzione degli ambienti interni, pur astrattamente riconducibile al regime dell’attività libera edilizia di cui all’art. 6, d.P.R. n. 380/2001, si rivela strumentale e funzionale a tale trasformazione. Ne deriva che i vari interventi, pur singolarmente legittimi, in quanto parti di un disegno abusivo sostanzialmente unitario vengono attratti dal regime giuridico da riservare all’abuso principale.

Deve pertanto ritenersi che, nella fattispecie, si è di fronte ad opere, in grado di apportare una sensibile trasformazione dei volumi e delle preesistenti superfici, per la cui realizzazione, in quanto implicanti un mutamento stabile e significativo dell’assetto urbanistico ed edilizio del territorio, il Comune correttamente ne ha negato la realizzazione in quanto non consentite dalla normativa urbanistica ed edilizia di riferimento.

In definitiva gli interventi costituiscono un complesso inscindibile di interventi ispirati ad un unico fine ripristinatorio consistente nella creazione di un “nuovo” ed unitario complesso edilizio, diverso dal precedente, con mutamento di destinazione, che inducono a ricondurre la complessiva attività edilizia condotta sugli immobili in questione nell’alveo di una generale ed assorbente attività di “ristrutturazione”.

Ne consegue la reiezione del ricorso introduttivo e dei connessi motivi aggiunti.

Link alla sentenza

Ecco il link a: Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, Sezione VI, con la sentenza del 17 maggio 2017, n. 2664

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Avv. Amilcare Mancusi

Ciao, sono un avvocato civilista, ideatore e curatore del sito Punto di Diritto. Sono custode e delegato alle vendite presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Mi occupo di consulenza e assistenza legale in materia di recupero crediti ed esecuzioni immobiliari, problematiche condominiali (sono stato amministratore di diversi condomini), risarcimento danni, famiglia, successioni e volontaria giurisdizione, consulenza alle aziende (anche in tema di sistemi di videosorveglianza e cessione di ramo). Ho fornito consulenza, in maniera residuale, in materie giuslavoristiche, amministrative e tributarie. Nel tempo libero sono un runner dilettante e leggo con piacere noir e gialli italiani o romanzi di grandi autori moderni.

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